Politica estera

L’Italia, l’economia di mercato e il futuro dei liberali

C’è una cosa che unisce nel profondo i populisti di destra e quelli di sinistra. Il rancore verso globalizzazione ed economia di mercato.

Negli Usa, Amazon scappa da New York perché i liberal come Alexandria Ocasio-Cortez si vantano di aver sconfitto “la avidità dell’uomo più ricco del mondo”.

I suoi follower esultano ma così New York perde migliaia di posti di lavoro. L’abbiamo visto accadere tante volte anche da noi.

Un altro esempio? La destra sovranista pensa che la globalizzazione abbia snaturato lo spirito delle comunità, creando sofferenza e oppressione sociale, distruggendo la classe lavoratrice. Ma la risposta non è chiudersi in se stessi o consegnarsi a qualche potenza straniera che di liberale capisce bene poco.

Il capitalismo non produce isolamento sociale ed alienazione. Le comunità, le famiglie, le associazioni, quando vengono lasciate libere di sprigionare le loro energie in un sistema competitivo ed efficiente funzionano molto meglio di uno stato burocratico che vuole regolare tutto.

Questa saldatura dei fronti anticapitalisti, in Europa e Usa, è una minaccia terribile per la civiltà occidentale. Chi predica modelli economici, produttivi e di organizzazione sociale alternativi al libero mercato fa finta di non sapere che tutti i sistemi alternativi al capitalismo che sono stati applicati nel corso della modernità si sono rivelati meno competitivi o fallimentari rispetto alla economia di mercato.

Diamo qualche dato. Nel 1981, il 42 per cento della popolazione del mondo viveva in uno stato di profonda povertà, con meno di due dollari al giorno. Tra il 1981 e il 2008, 700 milioni di persone sono uscite da questa situazione di completa indigenza.

Nel 1981 la Banca Mondiale stimava che quasi il 90 per cento della popolazione della Cina vivesse in uno stato di estrema povertà. Ma dopo la iniezione di mercato nella moribonda economia maoista, nel 2015 una grandissima parte dei cinesi era uscita dalla totale prostrazione.

Si può obiettare che la rivoluzione dei mercati non abbia risolto il problema dell’autoritarismo e della corruzione di tanti Paesi in via di sviluppo, ma ha migliorato la vita di moltissime persone.

Pensiamo alla questione ambientale. I giovani ribelli del clima dicono che lo sviluppo capitalistico sta condannando a morte il nostro pianeta. Ma negli ultimi decenni, nei Paesi occidentali, la innovazione tecnologica del settore privato ha ridotto il consumo di materiali e di energia che servono a produrre tante delle cose che usiamo ogni giorno.

Il PIL negli ultimi decenni è cresciuto, ma il mondo non è finito! L’ambiente va difeso perché è la realtà in cui viviamo. La persona va messa sempre al centro di ogni visione futura della società.

Lo sviluppo di un Paese può essere accompagnato da governi forti e consapevoli di cosa significhi investire ed innovare. Ma la economia di mercato non si può cancellare. Perché in Europa ci ha garantito decenni di pace, benessere e prosperità.

Sono queste le nostre idee, valori, visione del futuro. Su questa visione liberale una area politica che oggi in Italia si muove per non restare minoritaria dovrebbe trovare voglia e coraggio di riaggregarsi.

Alan De Giorgio

Alan De Giorgio

Alan De Giorgio ha studiato filosofia a Napoli. Classe 1975, si occupa di internazionalizzazione delle aziende.

2 comments

Luca Celati 06/11/2019 at 13:28

Non potrei essere piu’ d’accordo con il tono dell’articolo. Purtroppo, l’ignoranza rappresenta una gran brutta bestia da sconfiggere. Se c’è una singola area in cui il capitalismo ha fallito – o che almeno ha trascurato – questa è la scolarizzazione obbligatoria, poichè da che mondo è mondo è proprio l’ignoranza a fornire il combustibile ideale per i vari demagoghi di turno. Non a caso, il declino del sistema italiano negli ultimi 50 anni è coinciso con la sistematico smantellamento del sistema di istruzione dalla fine degli anni ’60 in poi. Vorrei tanto che anche in Italia vi fosse un’aggregazione di moderati con buon senso e scarse ambizioni di potere personale ma per ora non vedo nessun candidato decente in giro.

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Aldo Mariconda - Venezia 06/11/2019 at 13:50

Sono un convinto liberale e condivido l’articolo, ma con alcuni distinguo.
La globalizzazione ha segnato il passaggio dal capitalismo al turbo-capitalismo. La velocità del cambiamento è divenuta altissima. Vi sono stati vantaggi evidenti per molti Paesi emergenti, non tutti ugualmente i BRICS e altri paesi oltre questi. In quelli a reddito medio più alto, EU occidentale e USA/Canada sopratutto, si sono accentuate le tendenze al passaggio da un’economia industriale ad una di servizi – e lo era già stato dopo Margareth Thatcher in UK -, comunque a un ridisegno delle logiche industriali (pensiamo all’industria autiomobilistica tedesca e alla rete dei sub-fornitori nei paesi dekll’Est Europa e anche del Nord Italia), alla delocalizzazione di molte industrie a scarso valore aggiunto (non ha più senso produrre ad es. motori per frigoriferi in Italia).
Le conseguenze sono state diverse in Europa. Noi in Italia nella crisi 2008-2013 abbiamo perso un 25% di aziende e quasi altrettanto di capacità produttiva. E il PIL è precipitato del 10%.
Inoltre, la globalizzazione ha comportato maggiore concentrazione della ricchezza, perdita di potere d’acquisto delle classi medie e aumento delle fascie povere. I governi non sempre hanno saputo gestire il cambiamento. Per esempio, la Svezia entrata in crisi nel 1990, con un -4% del PIL nel 1992, ha puntato sull’anticipo della deregulation TLC al 1994, il cablaggio di Stoccilma e provincia lo stesso anno. Le 2 cose insieme hanno portato a Stoccolma 22 aziende, anche d’importanza mondiale, più occupazione, concorrenza e sviluppo. L’anno successivo hanno riformato sanità e servizi pubblici locali, con principio infrastrutture solo pubbliche, servizi privati in concorrenza. Hanno puntato su R & S investendo il 3,5% l’anno del PIL, affermando che la distinzioine tra Paesi leders e followers passa dal 2,5%!!!
Risultato. dal 1995, un +3% di PIL/anno d’incremento, punte del 4%, crisi del 2008 – 2013 senza caduta del PIL, ripresa successiva.
Ricordo nelle università USA nella prima metà degli anni ’90 come un tema dominante fosse come delineare una strategia per affrontare la globalizzazione.
Noi questa strategia in Italia non l’abbiamo mai vista. Si parla sempre di riforme per rilanciare l’economia, ma nessuno le fa. Il debito pubblico è il macigno che conosciamo, così si sono fatti tagli indiscriminati a settori anche strategici come scuola e sanità.
Non aggiungo altro. Il Mercato, la Concorrenza e il Merito (la cui cultura non è dominante in Italia!) sono certamente oggi l’unica via per lo sviluppo e il benessere, ma vi è anche un ruolo dei governi che in Italia manca ed è mancato da troppi anni.

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