Giornalismo Speaker's Corner

Lilli e gli errabondi

Gli ingredienti formalmente sono due. I presentatori e gli ospiti. Ma la pastura prodotta è quanto mai omogenea e standardizzata. È sufficiente il “bravo presentatore” che muove gli ospiti come ordinari pezzi degli scacchi per confezionare show da immobilismo garantito. Per spettatori sempre più canuti e dai neuroni che ormai si muovono come bradipi tridattili.

Benvenuti nell’ineclissabile mondo dei salotti televisivi. Dove “il teatrino della politica”, copy del Cavaliere, è sempre più sovrapponibile a quello del calcio parlato da bar di provincia. Gli si renda almeno omaggio al genio di Aldo Biscardi: i “Processi” sono straripati dal lunedì ed ormai ad ogni ora e in qualsiasi giorno si consumano nel piccolo, piccolissimo schermo. 

Le biografie dei presentatori di questi parolai digitali, saldamente radicati da anni nei giorni o nelle fasce orarie, hanno un nemmeno tanto originale fattore comune: sono tutti “figli di papà”. Genitori benestanti – c’è l’imprenditore di lingua tedesca o il direttore dei lavori in un’impresa di costruzioni o l’immancabile coppia di professori universitari – formazione classica con qualche buona presenza di precettori religiosi, gavetta in giornali di sinistra, nebulose notizie sull’approdo televisivo in Rai, con l’immancabile passaggio sulle reti Mediaset. Gli assegni di Sua Emittenza (nel privato), le critiche a Berlusconi (nel pubblico). 

Ad averne calamitati tanti sono le antenne di La7. Qui s’è determinato una sorta di “regime monopolistico” non solo di offerta televisiva, ma anche di conseguenti comparsate e di cachet pagati ai giornalisti della carta stampata per diffondere, tramite satellite, un rigagnolo di ovvietà e previsioni quasi sempre degne del più scalcinato istituto di sondaggisti. Mediamente duemila euro “a botta”.

A ben vedere, ogni settimana – se non ogni giorno – è immancabile la presenza dei sermoni di Marco Damilano, Antonio Padellaro o Marco Travaglio, a cui seguono a ruota le omelie o le prediche di Maurizio Belpietro, Massimo Giannini, Peter Gomez, Paolo Mieli, Alessandro Sallusti, Andrea Scanzi, Beppe Severgnini, Luca Telese. Qualche altro nome s’aggiunge alla formazione da prima squadra, pescato da singole trasmissioni in genere nelle redazioni della Verità o del Giornale, ma anche di qualche quotidiano del web. Se poi la giornalista è giovane e belloccia, beh, ancora meglio per i cinque minuti da figurante.

L’epoca dei Montanelli, dei Bocca, dei Biagi, degli Zavoli e del loro sobrio rigore nei modi e nei contenuti è definitivamente tramontata. 

Ma c’è un aspetto sostanziale di queste costanti apparizioni poltronate, accompagnate dalla servile promozione dell’ultimo libro: la solidificata “Castetta” parcheggiata sotto i riflettori degli studi televisivi non rischia di alimentare ulteriormente la cosiddetta “antipolitica”? Per quanto il termine risulti abusato, c’è un gran pezzo d’Italia che non si riconosce più proprio in quei logori ragionamenti. Una grossa fetta d’elettorato – in genere (anche volutamente) disinformato – che ha abbracciato nelle ultime stagioni prima i sogni pentastellati ed ora la causa sovranista. 

Del resto la storia si ripete: tanti analisti hanno visto nelle trasmissioni di Santoro un ottimo companatico per i pasti elettorali di Berlusconi. La celebre pulitina alla sedia dove s’era seduto Travaglio portò, secondo diversi istituti di sondaggi, almeno due punti nella bisaccia del Cavaliere.

Davvero Damilano & company rendono un buon servizio ad una sinistra eternamente polemica, a cominciare dalle analisi dei propri guru con il profilo giusto e a favore di telecamera, soprattutto con sé stessa?

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 03/11/2019 at 11:47

Per quanto un titolare di una rubrica TV abbia il diritto di dare l’impostazione che crede alla sua trasmissione, concordo pienamente. Mi si consenta l’espressione, mi pare vi sia una certa faziosità o unilateralità se non soltanto monotonia della stessa, anche solo per il fatto che non manca mai un rappresentante de Il Fatto Quotidiano. Il mondo dei media è più vario, e non solo quello dei media!
Non ho i dati dell’audience, ma a me piaceva di più la trasmissione estiva di Parenzo e Telese.

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