Speaker's Corner

Serve una forza Antisistema

“Cambiamento” è la parola più abusata dalla politica italiana. Guardando solo gli slogan, gli ultimi 25 anni sembrerebbero una stagione di grandi sconvolgimenti: dalla rivoluzione liberale di Berlusconi alla rivoluzione arancione di Zedda, Pisapia e De Magistris, per poi arrivare alla rottamazione di Renzi, ai 5 Stelle che avrebbero “aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno” e alla rivoluzione del buonsenso salviniana. 

Certamente abbiamo visto facce nuove in Parlamento. Se, come diceva Pareto, la storia è un cimitero di caste, l’Italia del nuovo millennio sembra un cimitero di guerra. L’Italia, quindi, è un Paese diverso rispetto al 1994?

La produttività, invece, è addirittura diminuita, ed è stagnante dal 2009. Con queste premesse è ovvio che i salari non crescano, i giovani scappino e le imprese chiudano.

Dando un’occhiata ai fondamentali macroeconomici, non sembrerebbe. Dal 1994 la crescita media del PIL è dello 0.76%. Peggio fanno solo Micronesia, Giamaica e Ucraina. Non certo Paesi modello…

 

Questa, però, è solo la punta dell’iceberg. Sotto troviamo una cultura politica che non vuole cambiare. Al di là della retorica, infatti, i nostri politici seguono sempre il sacro principio della Prima Repubblica: tassa e spendi. O meglio, prima spendi, poi se non hai alternativa tassa, altrimenti fai deficit, tanto nel lungo periodo saremo tutti morti.

L’opinione comune è che la crescita possa venire solo dalla spesa pubblica. Quest’ultima, ovviamente, è quasi sempre spesa corrente, cioè pensioni, stipendi e assunzioni nel settore pubblico, sussidi di vario tipo, che i governi usano per garantirsi (o meglio, comprare) il sostegno dei gruppi elettorali di riferimento.

All’Europa chiediamo da sempre flessibilità, per poter fare più deficit per investimenti. Ma dove finiscono questi investimenti? Non certo nell’istruzione e nella ricerca, in cui siamo praticamente fanalino di coda tra i Paesi sviluppati, e non troppo neanche nelle infrastrutture, per non scontentare i vari NIMBY che potrebbero votarci. Puntualmente questi fantomatici investimenti diventano spesa più o meno clientelare: 80 euro, Quota 100, Reddito di Cittadinanza…

Di fronte al fenomeno Greta, il governo giallorosso ha colto la palla al balzo per annunciare il Green New Deal. Una scusa nobile per fare deficit, alla faccia dell’equità intergenerazionale. Ogni tanto c’è qualche variante, tipo il “governo del cambiamento”, o, per meglio dire, il “governo techetechetè”: usciamo dall’euro e torniamo ai gloriosi anni ’80, dove fra svalutazioni e debito pubblico e senza immigrati si stava da re! Queste derive, però, hanno vita breve, e subito si ritorna all’eterno governo del “volemose bene”, ossia manteniamo lo status quo senza troppi scossoni, non diciamo parolacce e siamo responsabili.

Di affrontare i problemi strutturali del Paese non se ne parla, e soprattutto guai a toccare la spesa pubblica, perché altrimenti bisogna tagliare i servizi essenziali e cresce il populismo (populisti sono sempre gli altri, ovviamente). Questa è la storia politica degli ultimi 25 anni, quelli che ha vissuto chi scrive.  

La conseguenza di tutto ciò è il declino. Siamo al 126° posto per efficienza della spesa pubblica, al 51° per facilità di fare impresa, al 35° posto su 42 in Europa per efficienza del sistema giudiziario. Un nugolo di imprenditori-eroi, concentrati nel triangolo Bologna-Milano-Venezia, ci tiene legati al Primo mondo, ma non potrà durare molto.  Persino le regioni del Nord perdono competitività: nemmeno la Lombardia è più nella Banana Blu delle 100 regioni più competitive d’Europa. Nel frattempo, il divario Nord-Sud continua ad aumentare.

È proprio questo il sistema che bisogna combattere. Tanti partiti politici si sono autodefiniti “antisistema”, ma non hanno mai fatto nulla per combattere queste storture. Hanno invece individuato falsi nemici, come l’Euro, Bruxelles o gli immigrati, ma il loro vero obiettivo era il potere.  Non è detto che la risposta migliore sia un altro partito, che rischierebbe di restare inchiodato allo zero virgola. Basterebbe anche un movimento culturale. L’importante è che dica chiaro e tondo che: La spesa pubblica non è sacra: tagliarla è l’unica via per ridurre le tasse. La scuola non è un ufficio di collocamento e deve essere riformata, pensando prima di tutto agli studenti. Bisogna dare più autonomia agli istituti, potenziare le materie scientifiche e creare legami con le imprese. Il compito della scuola è preparare gli alunni al mondo moderno.

The business of government is not the government of business: la politica deve tenersi lontana dal mondo dell’impresa. Salvare le imprese decotte vuol dire togliere soldi agli imprenditori capaci, che potrebbero creare occupazione di qualità. Lo Stato deve iniziare a vendere le sue quote in imprese come Eni, Finmeccanica o Trenitalia. Gran parte delle municipalizzate pubbliche devono essere liquidate. La concorrenza genera efficienza: bisogna liberalizzare alcune professioni (come i tassisti) e la gestione di servizi pubblici come trasporti, infrastrutture ed energia, abbattendo i monopoli pubblici e privati. Il punto precedente vale anche per la politica.

Fare una vera riforma federale, che dia agli enti locali non solo autonomia gestionale, ma anche autonomia impositiva: regioni e comuni devono autofinanziarsi con le tasse raccolte sul territorio, al netto di un piccolo trasferimento di solidarietà per le regioni più deboli. Solo così gli amministratori locali saranno responsabilizzati.

La crescita viene dalle imprese, non dallo Stato. Quest’ultimo deve limitarsi a garantire i servizi essenziali e a creare un ambiente favorevole agli imprenditori, quindi assicurare una giustizia, una burocrazia e un sistema di trasporti efficienti e una tassazione non eccessiva. La priorità numero uno per questo Paese è tornare a produrre ricchezza: la redistribuzione è importante, ma viene in un secondo momento. I salari crescono solo se cresce la produttività. Le PMI tendono ad essere meno produttive e devono crescere. Il debito pubblico è solo la febbre, causata dal virus che abbiamo descritto prima. Non si può eliminare la febbre senza combattere il virus. 

Ci sarebbe molto altro da dire, ma già fissare questi punti sarebbe una rivoluzione. Un’ultima considerazione va aggiunta: la nuova forza antisistema dovrà essere ottimista. Potrà sembrare un ossimoro, ma non si può continuare a nascondersi dietro alla scusa che “il problema sono gli italiani”.

Con questi ragionamenti si dà alibi a chi dice che i nostri imprenditori da soli non possono competere e quindi vanno aiutati, che l’Italia è un’economia debole quindi ha bisogno di svalutare per esportare, che le grandi opere vanno bloccate per non favorire la mafia e così via. Bisogna riconoscere che il “sistema Italia” fa acqua da tutte le parti, ma si può ancora invertire la rotta. E qualcuno dovrà pure iniziare!

Andrea Pradelli

Mi sono laureato in Economic and Social Sciences all'Università Bocconi. Ho sempre amato scrivere, il mio primo articolo risale al 2007, sul giornalino del Modena F.C. Nel 2015 sono passato a cose più serie, iniziando a collaborare con il giornale studentesco della Bocconi Tra I Leoni, e dal 2017 faccio parte della redazione di Neos. I miei temi preferiti sono politica, economia e istruzione.

2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 27/10/2019 at 17:24

Mi soddisfa tantissimo trovare qualcuno che la pensa come me. A volte mi pare di essere un marziano. Al di là delle considerazioni che condivido, mi domando che significato ha oggi il riprendere il simbolo FARE PER FERMARE IL DECLINO. E’ stato un tentativo generoso. Magari potesse essere ripreso. Io non ho ambizioni politiche, anche data l’età di 82 anni, ma farei di tutto per appoggiarlo.
Comunque, per essere in sintonia, sempre da cane sciolto, dopo il 4 marzo 2018 ho scritto una nota che può essere letta sul link:
https://aldomariconda.wordpress.com/2018/03/06/crisi-italiana-tentativo-di-capire-considerazioni-post-voto-del-4-marzo-2018/
Non sono un accademico. Ho passato una vita in Olivetti (vendita, MKTG, Controllo di gestione e Direzione amministrativa di consociate estere). Ho lavorato e vissuto a Reggio Emilia, Venezia, Ivrea, New York, Parigi, Copenhagen, Milano). Rientrato a Venezia con la Rizzoli all’epoca di Angelo Rizzoli e Tassandin, poco dopo sono uscito creando una mia piccola azienda informatica, Excellence Center Microsoft Education e specializzata nella contabilità aziendale e per lo studio dei commercialisti. Nel 1995 France Télécom mi ha chiamato in ACE 2000 Forum, Advanced Communications for Europe, associazione comprendente sia gli “incumbent operators” europei che moltissimi “new entrants”, con lo scopo di promuovere sviluppo economico attraverso la deregulation delle TLC.
Liberale ed eupeista, ho accettato nel 1993 la candidatura a sindaco a Venezia, da indipendente con la Lega, perdendo con il 47% al ballottaggio con Massimo Cacciari. Restai in politica solo per pochi mesi. Pur fuori da ogni adesioine partitica – speravo in +REuropa – dialogo spesso con tutti, sovranisti e populisti esclusi (non per mia volontà ma perché rifiutano il dialogo), ma sull’esigenza delle riforme strutturali (alla Cottarelli ne I Sette peccati Capitali dell’Economia Italiana, Feltrinelli), trovo sempre un muro invalicabile!
Comunque, il mio indirizzo e-mail è: aldo.mariconda@gmail.com

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Giovanni Barone Adesi 27/10/2019 at 19:12

Credo che il messaggio fondamentale da far passare è che solo l’innovazione può far progredire l’Italia. Risorse sottratte all’innovazione per tenere in piedi aziende o amministrazioni decotte impoveriscono il Paese.

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