Speaker's Corner

Non esiste il “diritto al lavoro”

Ogni volta che sta per fallire un’azienda riprende la solita storia che i politici italiani raccontano dagli anni ‘70: lo Stato deve tutelare il “diritto al lavoro” e salvare l’azienda a suon di sussidi dal valore di miliardi di euro.

Quello che intendo spiegare, in questo articolo, è perché i sussidi non tutelano il “diritto al lavoro” e che cosa in realtà “diritto al lavoro” dovrebbe significare.

Per semplicità creiamo un sistema economico in cui vivono tre persone: queste tre persone vivono in un luogo isolato ed hanno organizzato la propria vita svolgendo ognuna professioni differenti: Una persona deve tagliare la legna, una andare a caccia e l’altra raccogliere frutta. Dai tre viene deciso che ogni quantità di merce prodotta dall’altro verrà barattata con una quantità definita della merce prodotta dagli altri (es.1 kg di legna è uguale a 1 kg di carne, se anche lo scambio avvenisse in moneta non cambierebbe nulla).

Poniamo che quella legna serva per costruire la casa in cui dovranno vivere tutti i soggetti e che una volta finita la casa di ognuno, il legname non sia più utile, mentre il cibo lo resterà evidentemente anche una volta che la casa di ognuno sarà costruita.

Esauritosi il bisogno di legna, come si dovrebbero comportare il raccoglitore e il cacciatore verso il nostro taglialegna?

Secondo i nostri politici la risposta è questa: il taglialegna dovrebbe continuare a dare il proprio prodotto seppur indesiderato e gli altri dovrebbero continuare a dare a questo in cambio carne e frutta.

Questo ragionamento è ottuso per due motivi:

  1. Il lavoro è definito dalla Treccani come un’attività di produzione di beni o servizi di utilità collettiva o individuale. Quella legna non serve a nessuno e quindi quest’uomo non sta di fatto lavorando, ma svolgendo un’attività insensata.
  2. Per gli altri due soggetti, se quell’uomo non tagliasse la legna, ma rimanesse a dormire e ottenesse frutta e carne gratuitamente, non cambierebbe assolutamente niente.

Ora, nessuno vuole che il povero taglialegna muoia di fame. Anzi, intendiamo stabilire che se anche quest’uomo risultasse inutile a questa piccola comunità, dovrebbero comunque aiutarlo, ma sicuramente non c’è bisogno che svolga un’attività che non è utile solo perché quest’uomo deve mangiare.

Attualizzandolo ai nostri tempi: se bisogna salvare Alitalia per aiutare i suoi dipendenti e abbiamo speso più di 9 miliardi dal 2008 ad oggi e considerando che Alitalia ha 11.300 dipendenti, avremmo potuto garantire con gli stessi soldi un sussidio di disoccupazione di durata di 11 anni di importo di quasi 5800€ mensili, oltretutto avremmo potuto far alzare questi dipendenti senza il fastidioso rumore della sveglia: insomma, avremmo potuto anche garantire qualche benefit in più, no? (Spero che si colga l’ironia, nessuno sano di mente dovrebbe dare un sussidio di disoccupazione così alto).

Ma torniamo al concetto di “diritto al lavoro”: per la nostra Costituzione è un diritto/dovere e quindi ogni cittadino ha il diritto di svolgere un’attività di produzione di beni o servizi utile alla collettività o a se stesso. Come garantire questo diritto? Se una persona è impossibilitata ad essere utile per cause di forza maggiore (gravi disabilità o minore età che non permettono il lavoro) è giusto che lo Stato garantisca a questi individui un certo grado di benessere, perché è questo il dovere di ogni società che vuole dirsi civile di questi tempi, ma per tutti gli altri?

Come abbiamo visto, un lavoro è un lavoro solo se utile a qualcuno e se fatto con il criterio di scambio con altri beni o servizi.

Tornando al nostro esempio, la cosa più saggia sarebbe trovare qualche altra attività utile da fare al nostro ormai ex taglialegna, garantendogli il cibo finché non avranno trovato una mansione adatta (potrebbe ad esempio costruire le frecce del cacciatore con il legno in eccedenza tanto per cominciare).

Riportandolo nel mondo reale, lo Stato dovrebbe quindi garantire a chi perde il lavoro un sussidio che garantisca la sopravvivenza intanto che questo si trova disoccupato e formarlo in modo che possa entrare in aziende utili alla collettività, ovvero quelle che creano ricchezza attraverso il lavoro dei propri dipendenti e gli investimenti dei soci/azionisti.

Damien Hellier

Nato a Siena il 07/07/1999, studia Economia e Management alla Università Statale di Milano e milita politicamente nei Radicali Italiani e in +Europa.

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 26/10/2019 at 10:18

Sembrano considerazioni ovvie, ma in Italia non è così. Damien Heller non ha vissuto la divisione del mondo tra l’area c.d. capitalista e quella comunista. Alla caduta del muro di Berlino, si diceva che nella Germania Est e più in generale negli ex stati satelliti di Mosca, la gente fingeva di lavorare e lo stato fingeva di pagarla. Vi era una miseria diffusa, certo forse senza le punte più basse cui oggi si arriva, ma miseria era. La qualità dei prodotti bassissima. Una Trabant, l’auto più diffusa in Geremania Est, inquinava 10 volte una Golf ed era, come diciamo in Veneto, un “casseotto”.
In Italia la Costituzione è frutto prevalentemente di due culture, quella cattolica e quella comunista, perché le componenti più liberali della Resistenza, da Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, persino componenti monarchiche, si sono trovate in netta minoranza con le prime elezioni democratiche. Di qui l’art. 1 della Costituzione. poi venne l’art. 18 e la giustra causa per i licenziamenti.
Strano che non si capisca come il lavoro venga da chi intraprende, e per intraprendere uno valuta il ROI, ossia il Ritorno dell’Investimento e/o il ROE, Return on Equities, in questo caso il ritorno per l’azionista. Il capitalismo avrà e ha tutti i difetti che si vuole, ma è l’unico sistema che fa girare l’economia. Lo Stato, l’Europa (perché gli staterelli europei sono piccoli rispetto ai colossi USA, Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa, ecc.), dovrebbero correggere certe storture, iniquità, deviazioni, io penso come fanno ad esempio Danimarca e Svezia, dove l’impresa non è gravata da burocrazia e tasse impossibili, mentre è più alta la tassazioine sulla persona fisica che trova come corrispettivo un alto livello di welfare. La mobilità sul lavoro sarà sempre maggiore, anche causa i processi legati allICT e all’intelligenza artificiale. in Danimarca già negli anni ’70 uno che veniva licenziato, dal livello più basso fino all’amministratotrre delegato, aveva assicurato il 90% della retribuzione, purché si sottoponesse ad un ciclo di formazione mirata ad un suo reinserimento suòl lavoro. Più recentemente, per evitare abusi, la garanzia è stata limitata a tre anni.
Quindi, è vano pretendere garanzie eccessive, salvare aziende decotte, pretendere di bloccare le delocalizzazioni. Oggi i frigoriferei si fanno in Turchia, non ha più senso produrre in Italia motori per gli elettrodomestici.
Solo che è compito di un buon governo creare un ambiente favorevole allo sviluppo, quindi agli investimenti.
E qui veniamo al solito discorso sull’Italia. Perché uno dovrebbe investire qui con l’incertezza dei ns. governi, un’instabilità sul futuro, una legislazione pesantissima e non chiara che accompagnata ad una burocrazia strapotente e vessatoria crea un terreno fertile alla corruzione. La Giustizia che sappiamo come non funzioni, in tutti i rami, civile, penale, amministrativo. il merito non è uj criterio prevalentemente diffusom per far fare carriera alle persone, pensiamo al c.d. baronato universitario, ai primariati negfli ospedali, ma spesso nemmeno nel privato. Prevale la parentela, l’amicizia, l’appartenenza a un determinato gruppo, ecc.
Questo è il quadro italiano, confermato anche dalla difficoltà di affermarsi di movimenti liberali, a cominciare da +Europa cui anch’io sono iscritto. Ma mi riferisco anche a Calenda (se è da classificarsi veramente tale data l’aiutocritica fatta a proposito delle delocalizzazioni); forse, ma non l’ho capito, a Renzi e all’intenzione di occupare un’area c.d. moderata, che tuttavia non è detto coincida col concetto di liberale!
Un Paese a costi alti deve puntare sui servizi e anche prodotti ad alto margine, che richiedono altrettanto alte professionalità. Di qui la strategicità della scuola e dell’università, che finora causa la visione miope ec mancante di strategia sono state penalizzate, tanto per far quadrare i bilanci pubblici, pur con un debito pubblico sempre in ascesa.
Purtroppo siamo l’unico Paese in Europa dove l’incremento dei lavori qualificati è stato inferiore alla perdita di quelli di livello più basso.

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