Finestra sull'Europa Speaker's Corner

Sesso, bugie e sovranismo

Le baldanzose truppe sovraniste di terra, di cielo e di marcio, che, analogamente a quelle del Duce, erano partite baldanzose convinte di partecipare alla blitzkrieg per spezzare le reni all’Unione Europea, battono in ritirata con le urne tra le gambe. In Olanda, in Francia, in Portogallo, in Germania, in Grecia e in Spagna rimangono fenomeni da baraccone, spesso marginali, un malinconico magnete per disadattati e frange violente. Nelle retrovie dei paesi mitteleuropei dove avevano stabilito le loro basi, stanno lentamente sgretolandosi.

L’attenzione dei media italiani (già di per sé scarsa quando si tratta di eventi che accadono fuori dal Raccordo Anulare) è stata calamitata a metà ottobre dalla vittoria dei sovranisti nelle elezioni polacche, dove però l’opposizione ha ottenuto la maggioranza in Senato e può contrastare più efficacemente la deriva autoritaria di Jarosław Kaczyński.

Lo smacco a Orban

Ma nello stesso giorno, in Ungheria, Orban subiva un’umiliante battuta d’arresto nelle elezioni locali. Per la prima volta dal 2010 l’opposizione ungherese ha avuto qualche ottima ragione per rallegrarsi. Orban, che la governava da tre mandati attraverso un suo fedele, tal Istvan Tarlos, ha perso Budapest (nella cui area urbana vive circa un terzo della popolazione ungherese). Inoltre, in 10 delle 23 maggiori città del paese hanno prevalso candidati ostili all’idolo della Vandea sovranista. Dal punto di vista politico il risultato è ancora più eclatante perché dimostra che l’opposizione quando si presenta unita (come ha invocato il neo sindaco di Budapest Gergely Karacsony) è in grado di battere Orban.

La batosta nella capitale per Fidesz è stata uno shock brutale. Persino in molte circoscrizioni ultra-conservatrici di Budapest il partito al potere ha perso, segno che il messaggio illiberale, verniciato di ipocriti afflati religiosi, non imbonisce più neanche i bigotti. Budapest è il traino economico ed intellettuale del paese che mal sopporta le ubbie autocratiche di Orban, popolari nelle aree rurali e tra i ceti poco istruiti. Ora che Budapest ha riscoperto il suo cuore liberale e cosmopolita eserciterà un’attrazione fatale per il resto del paese.

Va registrato che la campagna elettorale è stata di una inusitata virulenza. Il sindaco orbanista di una città di provincia Zsolt Borkai, ex campione olimpico in un video è stato immortalato in inequivocabili scene con donne di facili costumi. Di un’analoga fiocinata è rimasto vittima Tamas Wittinghoff, sindaco dell’opposizione di una città alle porte della capitale.

Nel resto d’Europa

Episodi che riportano alla memoria le vicende della limitrofa Austria dove Heinz-Christian Strache –  leader del partito sovranista Freihat e Vice Cancelliere  nel governo di coalizione con i democristiani –  ha visto la sua carriera bruscamente interrotta dalla diffusione di un video in cui prometteva ricchi premi ad un’adescatrice spacciatasi per russa altolocata e di illustri parentele.

Se ampliamo lo sguardo a est, le elezioni locali sono state uno smacco anche per Erdogan, che ha perso Istanbul, da dove la sua carriera politica era decollata. Al pari di Budapest, la città del Bosforo è il centro nevralgico del paese. Non si governa la Turchia senza il consenso a Istanbul. La guerra in Siria risponde alla solita strategia dei dittatori di sviare l’attenzione dai tracolli interni, con aggressioni tese a ricompattare il consenso sfilacciato.

Nel Regno Unito l’epilogo della Brexit ha assunto caratteristiche patologiche. Il Circo Boris ha messo in scena da oltre tre anni uno squallido spettacolo di pagliacciate mediocri per sottrarsi alla rabbia degli elettori, che intortati dalle fake news veicolate da Cambridge Analytica via Facebook, hanno votato per la Brexit come pecoroni senza capirne le conseguenze. Ora che il conto sta per arrivare nelle tasche il clan di alcolizzati alla testa dei Brexiters tenta disperatamente di addossare la colpa all’Unione Europea in un ultimo patetico tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità.

L’Italia eterna terra di scontro

Infine, a casa nostra, il sovranismo becero della Lega sta riprendendosi dalla sbornia di mojito, in attesa di ricevere lumi dagli oligarchi russi, come evidenziato dall’inchiesta di Report. In italia i video non riguardano scene piccanti, ma ipotesi di corruzione internazionale a favore della Lega, dopo gli scandali del Trota, dei diamanti della Tanzania e i 49 milioni di soldi pubblici di cui si sono perse le tracce.

Ma in Italia, al contrario dell’Europa occidentale, la contesa è ancora aperta anche perché il M5S, partito di maggioranza relativa in Parlamento, ha chiesto i voti in campagna elettorale su una piattaforma sostanzialmente anti-europea e anti-euro. L’indecente spettacolo di Giggino & Co. che (nemmeno un anno fa) dal Balcone annunciavano la fine della Povertà, era un consapevole atto di sfida alle istituzioni europee ispirato dai vari Savona, Rinaldi, Borghi e Bagnai di cui i casaleggesi sposavano in pieno le tesi, mettendosi al loro servizio.

E persino nel PD di esponenti sinceramente europeisti se ne sono visti sempre pochi. Nel corpaccione ex comunista batte un cuore che non disdegna il Richiamo della Foresta statalista, tassicodipendente, dirigista, anticapitalista, antiliberista e illiberale. Fosse per loro, a Bruxelles vedrebbero bene uno come Dibba.

Quindi ancora una volta il Belpaese, come durante la Guerra Fredda, quando c’era il Partito Comunista più forte dell’Occidente, rappresenta il fronte dello scontro tra la Libertà e l’Autoritarismo di stampo asiatico proiettato dalla Russia. Con la differenza che fino al 1989 era intriso di ciarpame marxista-leninista ora è ispirato dalla paccottiglia filosofico-religiosa da operetta ortodossa.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 25/10/2019 at 19:18

“Chapeau”! per il Curriculm Vitae, che tuttavia conferma che vi è una diagnosi precisa e condivisa della situazione italiana da parte di istituti e/o osservatori internazionali o comunque con esperienza internazionale, poco o per nulla condivisa dalla politica italiana. I 5 Stesse hanno convinzioni anti-industriali e sostengono la c.d. decrescita felice. Condivido le osservazioni sul PD e la sinistra, che da un lato mantiene isolati personaggi legati a vecchie concezioni marxiste, anticapitaliste, garantiste come Art. 18 o Art. 1 della Costituzione, dall’altro ha perso la base “proletaria” peraltro trasformata con la globalizzazione, riducendosi quasi a partito dei garantiti e delle ZTL.
Questo ns governo è evidentemente nato per stoppare Salvini, ma se non saprà o potrà definire una strategia di SVILUPPO attraverso le riforme, non farà altro che spianare la strada alla destra populista e sovranista, prima o poi, anche se questa mostra sintomi di crisi altrove. E un altro pericolo rimane il problema immigrazione, per la percezione della gente e la mancanza di una politica comune europea in materia.
Comunque, sento molti osservatori non particolarmente schierati o impegnati in primo piano in politica, che confermano come l’attuale manovra sia fatta di tamponamenti e di piccole concessioni alle varie componenti governative, senza una prospettiva strategica. Altro che “manovra espansiva”!
Mi sembra poi, tra l’altro, che in Italia non ci si renda conto della profonda trasformazione sociale e delle ragioni del “rancore” come lo definiva il CENSIS a fine 2017. Oggi in generale il posto fisso diventa sempre più un miraggio. Lo è nel settore pubblico (o quasi), ma sempre meno nel privato dove l’azienda, per cominciare, vive in un mondo sempre più incerto. Mancava solo l’automazione, con la prospettiva di scomparsa progressiva di tutti i posti di lavoro sostituibili dalla robotica e dall’ICT. Noi abbiamo perso gran parte delle grandi aziende, già prima della caduta del muro di Berlino, siamo stati più di altri esposti al fenomeno delle delocalizzazioni. In generale, nei Paesi occidentali, l’occupazione è aumentata nella fascia più alta e più sofisticata e assai meno in quella bassa, nei lavori più generici e meno qualificati. E’ preoccupante che in Italia succeda il contrario!

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Fabio Scacciavillani 26/10/2019 at 15:03

Caro Aldo,

Sono d’accordo con quasi tutto quello che scrivi. In Italia prevale ancora l’illusione che possano tornare gli anni 80 quando a botte di debito si potevano soddisfare tutte le richieste elettorali e pagare i conti di tutti i parassiti.

Quegli anni non torneranno piu’, ma chi promette di far girare al contrario le lancette dell’orologio oggi miete consenso. Finché non si depurerara’ il panorama politico da queste scorie i demagoghi avranno sempre partita vinta.

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