Speaker's Corner

Le cravatte sono sempre meno (ed è un amaro segno dei tempi)

Un tempo affascinava un po’ tutti: assicurava autorevolezza agli uomini, incantava le donne, rassicurava le nonne. Perché quel semplice pezzo di stoffa, al di là delle epoche, riesce a trasmettere sobria eleganza e buona considerazione come pochi altri accessori.

Oggi, però, anche la cravatta ha imboccato la strada della crisi. Sembra aver smarrito lo smalto di un tempo, aver perso il must dell’eleganza, forse perché la ricercatezza è roba sempre meno di moda. Mala tempora currunt. Del resto sono sempre meno gli ambiti lavorativi che la impongono, compreso Montecitorio, che prevede solo l’obbligo della giacca. Mentre Senato e Quirinale restano fedeli alla tradizione. Fatto sta, gli uomini “decravattizzati” sono sempre di più.

La conferma viene anche dai dati economici. Se nel 2013 il mercato delle cravatte valeva 275 milioni di euro, oggi sta scendendo sotto i 200 milioni. Il Centro studi di Confindustria Moda parla di mercato “in sofferenza”, quasi un eufemismo a fronte di un crollo delle vendite che sembra inarrestabile. La flessione da oltre un decennio sta ulteriormente accentuandosi: soltanto nell’ultimo anno, l’export italiano ha registrato una diminuzione di ben il 9,6 per cento. Del resto, basta frequentare un qualsiasi mercatino dell’usato per rendersi conto che vecchie ma pregiate cravatte di marca, ammucchiate nelle casse, vengono liquidate anche a 50 centesimi. E nessuno le compra.

I riflessi economici della crisi della cravatta non vanno sottovalutati perché colpiscono in particolare le eccellenze artigianali del territorio, quelle piccole e medie imprese che contribuiscono a sostenere l’economia più sana del Paese. In particolare i distretti del tessile, da quello comasco della seta al polo pugliese di Tricase e Casarano. Una fitta rete di realtà imprenditoriali che custodiscono i segreti di generazioni, mettendoci dentro la classica creatività nostrana per reinterpretare e adattare modelli e stili ai cambiamenti del mercato. Tutto ciò ha permesso al “made in Italy” di affermarsi a livello mondiale. Ed oggi si rischia di perdere anche questo.

Le flessione dell’accessorio che accompagna camicie e giacche è globale. E quindi investe pienamente l’export italiano: vanno male non solo i principali mercati europei, dal Regno Unito alla Germania, ma anche gli Stati Uniti e il Giappone.

Ci piace, però, tentare anche una lettura sociologica del fenomeno della “decravattizzazione”. Sarà che un ceto medio sgretolato e depotenziato non ne voglia più sapere di questo pezzo di stoffa, lasciandone l’esclusiva ai poveri venditori delle agenzie immobiliari o delle concessionarie di auto, obbligati al nodone che assicura credibilità? E non sarà che la cura dell’immagine sia finita annebbiata anche da decenni di battaglie ideologiche? Chissà che ne direbbe quel genio di Giorgio Gaber, che sul rapporto tra ideologie e indumenti ha lasciato una perla musicale.

Ma c’è di più: affievoliti i valori affettivi, qualche analista sostiene che la cravatta abbia perso quei riflessi simbolici legati, ad esempio, ad un regalo. E allentati gli obblighi imposti dalla società, la scelta di questo “vezzo” sia passata nella sfera del piacere individuale.

Eppure la cravatta, tra i molteplici benefici, ne avrebbe anche uno che, in quest’epoca di insicurezze individuali e di psicologi dal gran lavoro, farebbe fare un curvone da inversione di marcia al trend negativo: aumenterebbe, infatti, la fiducia in sé stessi. Gli studi, in questo campo, affondano le radici nel XIX quando lo psicologo William James assicurava che i vestiti scelti da una persona influiscono sulla formazione della sua personalità. L’effetto si chiama “enclothed cognition” e permetterebbe alle persone che indossano un vestito formale di aumentare la propria capacità di pensiero astratto.

Ma basterebbe davvero ciò perché la vecchia e cara cravatta, che intere generazioni di ragazzi hanno indossato per sembrare più adulti, abbandoni la strada del tramonto? La scelta, obbligata, è ormai in mano ai millennials. 

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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