Economia & Finanza

Vittorio Sgarbi, i liberaloni e l’apologia dell’evasione fiscale

L’evasione fiscale è un fenomeno di massa, endemico, consustanziale al dna degli italiani. Tutti i partiti cercano più o meno surrettiziamente di incassare i voti degli evasori, anche quando a parole dicono di voler combattere questa piaga. I grillini, ad esempio, prospettano le manette agli evasori, in ossequio ai loro riferimenti culturali: Davigo e Travaglio. Tuttavia solo per i cosiddetti “grandi evasori”, che loro stolidamente identificano in multinazionali, colossi del web ecc ecc. I dati smentiscono questa vulgata: il mancato gettito dell’IRPEF, ad esempio, è dovuto per il 70% all’evasione delle pmi e degli autonomi, come riporta Marco Ruffolo su Repubblica. Ma con la stupidità nemmeno gli dei possono nulla, scriveva il poeta Schiller.

Il partito che in questi lustri, indubitabilmente, ha più di tutti difeso, blandito, meglio rappresentato gli italiani che evadono il fisco è la destra berlusconiana, nelle sue varie fasi e incarnazioni, specialmente quando era al governo (quando l’evasione non a caso aumentava in maniera ingente). Silvio Berlusconi, che è un evasore fiscale conclamato, anzi un frodatore (per importi risibili, quei pochi che la magistratura è riuscita ad accertare) si è profuso per anni, a parole e nei fatti, in favore dei suoi concittadini più callidi: sopra una certa soglia, sosteneva spesso, non pagare le tasse è giustificato. A questo proposito, raccomando il bel libro di uno dei migliori giornalisti d’inchiesta, Stefano Livadiotti, recentemente scomparso, (Ladri, gli evasori e i politici che li proteggono).

Non dovrebbe quindi destare stupore la sortita di Vittorio Sbarbi, che, con un tweet ignominioso, inneggia all’evasione fiscale: “l’evasore è un patriota che difende la sua azienda e il suo paese e non dà soldi a incapaci come Luigi di Maio e Giuseppe Conte”, tuona Sgarbi. Il tweet ha ricevuto una valanga di consensi, sotto forma di retweet e like. Sgarbi non è certo il primo a destra a rivendicare spudoratamente la nobiltà dell’evasione. Anni fa Salvini, ospite in un talk show, si vantò di non pagare da anni il canone RAI.

Ora, non val la pena occuparsi di Sgarbi, personaggio sordido e abietto. Mi preme piuttosto confutare le argomentazioni di quanti, in modo obliquo o esplicito, giustificano gli evasori in nome di una pressione fiscale ritenuta – a ragione – insostenibile.

Partiamo da una constatazione. L’evasione fiscale è un furto perpetrato ai danni della collettività. I liberisti alle vongole, impregnati come sono di cultura anti-statalista, ripetono in un sol coro che basterebbe ridurre la pressione fiscale per ridimensionare anche l’infedeltà fiscale, mettendo così in relazione evasione fiscale e tassazione. La tesi sottostante è che in Italia si evade di gran lunga di più che altrove perché le tasse sono soverchie.

Le cose non stanno così. In Europa vi sono almeno 5 stati – Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia – con un livello di pressione fiscale superiore al nostro; ma nessuno ha tassi di evasione nemmeno lontanamente paragonabili a quelli alle nostre latitudini. Tanto più che l’evasione, storicamente, è una costante nella storia d’Italia; era a livelli abnormi anche quando la pressione fiscale era inferiore alla media europea.

Mi si obbietterà che i paesi citati hanno una struttura imprenditoriale assai diversa, mentre il nostro tessuto imprenditoriale è costituito nel 95% dei casi da piccole medie imprese. Il nanismo imprenditoriale, oltre che un freno allo sviluppo del Paese, è la ragione precipua alla base di un così massiccio livello di evasione fiscale (quantificabile in 130 miliardi l’anno, anche se il governo la derubrica a 109). Una lotta senza quartiere all’evasione fiscale – questo il busillis – porterebbe con sé, come effetto indesiderato, la moria di tante piccole medie aziende che sull’evasione si reggono, con effetti recessivi sull’economia. Per questo nessun governo si perita a provarci seriamente e l’evasione viene tacitamente tollerata; ma così facendo lo stato abdica alla sua funzione.

Dove hanno ragione i liberisti de noantri è quando rimarcano che lo slogan “pagare meno per pagare tutti” è una sesquipedale fesseria, o perlomeno in Italia tale principio non si è mai inverato: gli irrisori aumenti di gettito derivanti dalla lotta all’evasione sono stati destinati sempre e solo all’aumento di una spesa pubblica, già di per sé esorbitante (900 miliardi), e mai alla riduzione del gravame fiscale. Il ché tuttavia viene brandito speciosamente come alibi o giustificazione morale nei confronti di chi si sottrae ai propri doveri di cittadino.

L’evasione fiscale ha effetti nefasti sull’economia. Per almeno tre ragioni: distorce la concorrenza, dal momento che, in un’economia di mercato, un’impresa che evade attua una forma di concorrenza sleale nei confronti di quelle oneste; contribuisce implicitamente all’aumento del debito pubblico e mette in una situazione di gravi ristrettezze i conti pubblici poiché da un lato comporta una riduzione del gettito e dall’altro un ammanco delle risorse finanziarie disponibili; pregiudica l’efficienza della spesa pubblica e del sistema di welfare, drenando le risorse necessarie a capitoli di spesa come istruzione, sanità, sussidi di disoccupazione, fondi per contrastare la povertà. Senza considerare, poi, che generalmente lavoratori dipendenti e pensionati, volenti o nolenti, pagano più tasse anche in conseguenza di un’evasione fiscale così diffusa da parte sopratutto di chi ne ha appannaggio, autonomi e partite Iva. L’evasione, dunque, intorbidisce i rapporti sociali e mina alle fondamenta la fiducia nello stato. Uno dei più illustri economisti italiani, Paolo Sylos Labini, descriveva l’evasione fiscale come una forma particolarmente rovinosa di corruzione, “giacché limita gravemente l’azione pubblica per lo sviluppo economico (infrastrutture, ricerca) e per lo sviluppo civile (scuola, sanità)” .

Se vogliamo che L’Italia diventi un paese più giusto ed equo, è d’uopo che la lotta all’evasione fiscale diventi una priorità dirimente. Evitando metodi persecutori (a meno di non voler sbattere in galera circa 10 milioni di cittadini!) o vari tipi di condoni (come l’ultimo, quello sul bollo auto, implementato da questo governo). E avendo come obbiettivo quantomeno di portarla dagli attuali, patologici livelli a livelli fisiologici, piu consoni a un Paese civile.

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Elia Dall'Aglio

Milanese, sono liberalconservatore in politica, ma liberista (di sinistra) in economia; e soprattutto anticonformista. Aspirante giornalista. Discetto prevalentemente di giornalismo, politica, economia. Ma anche di argomenti meno noiosi come cinema, musica, sport su afterclap.it

1 comment

Franco Cupini 23/10/2019 at 08:52

Quindi caro Elia la conclusione è una ed una sola …tutti noi italiani siamo cromosomicamente inadatti per una società “democratica” dove la libertà dell’uno finisce quando incontra la necessaria libertà dell’altro….in poche parole non c’è piu’ speranza per il nostro paese…basti vedere cosa è diventata Roma…se i topi ballano , i cinghiali razzolano ed i gabbiani si servono è solo colpa della Raggi o anche degli abitanti che non fanno alcuno sforzo per diminuire il degrado anzi…come è facile accusare gli altri per colpe anche proprie…conclusione…vogliamo fare finalmente un mea culpa vero e concreto sforzandoci nel nostro piccolo di essere migliori…altrimenti l’Italia finirà in cancrena cominciando dal sud…

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