Speaker's Corner

Quando la richiesta di sovranismo riguarda (paradossalmente) anche il digitale

Un grande appello comune: riguadagnare la “sovranità digitale e culturale” dell’Europa. A far echeggiare la nerboruta istanza, stavolta, non è una “sbrigliata” Giorgia Meloni dalla tribuna di piazza San Giovanni in Roma. La location è assai meno popolare e risponde al nome di Accademia di Francia, con appendici in ottica transalpina tra Palazzo Farnese e Villa Medici, sempre nella Capitale. Qui si sono conclusi i lavori della XXXIII edizione di “Eurovisioni”, la kermesse internazionale sugli audiovisivi.

Che un po’ di spinte localiste, per quanto continentali, possa venire dalla Rai che risente dei postumi salviniani ci può pure stare. Ma che le preoccupazioni antiglobaliste uniscano tutti gli oratori presenti lascia un po’ perplessi.

La principale fonte di preoccupazione che ha serpeggiato nei due giorni di lavori viene, nello specifico, dalle piattaforme internet globali. Praticamente colossi come Alibaba, Amazon, Facebook, Google, Netflix, Twitter, Tutti rigorosamente non europei, si dice. E che – questa l’accusa più pesante – avrebbero goduto fino ad oggi di condizioni di estremo favore. Grazie al loro status non europeo – viene fuori dalle discussioni a senso unico – avrebbero potuto beneficiare di tasse estremamente ridotte, cioè in media del 3 per cento sui loro profitti contro il 45 per cento imposto alle imprese italiane e francesi, ma anche del non rispetto delle regole sulla privacy, del non assoggettamento alle regole europee in materia di quote di produzione e di contributi alla produzione nazionale. E’ noto, poi, che numerose procedure di infrazione sono state aperte in diversi Paesi europei ed alcune multe miliardarie sono state comminate sino ad oggi, anche se nessuna o quasi risulta ancora pagata.

A sostenere tutto ciò, tra gli altri, Jean-Noel Tronc, direttore generale della Sacem (la Siae francese), che presentando il suo ultimo libro (“Et si on recommençait par la culture?”), ha invitato l’Europa, i suoi governanti, ma anche i suoi cittadini,, a “preservare la propria identità culturale messa in pericolo dalla tempesta congiunta della trasformazione digitale e della globalizzazione”.

In ballo ci sono questioni non da poco e che investono tutti, dai diritti d’autore sul web fino all’informazione a 360 gradi. Problemi che diventano ancora più rilevanti a fronte della crisi, dopo anni di “vacche grasse”, delle produzioni televisive italiane ed europee, come denunciato dai rappresentanti delle imprese dei media presenti al dibattito, dalla Rai a Oberon, da Eutelsat a Technomedia, da France Télévisions a Confindustria radio e tv (Mediaset, La 7, emittenti locali).

Certo, le multinazionali d’oltreoceano stanno sottraendo quote di mercato sempre più rilevanti. Ma c’è da chiedersi come mai le aziende del vecchio continente, evidentemente poco abituate alle sfide sui mercati globali – e più di qualcuna avendo preferito il foraggio delle tv di Stato – non siano riuscite ad arginare i colossi stranieri o a ritagliarsi spazi significativi. E come mai l’Europa per troppo abbia tentennato nel regolare seriamente queste materie, talvolta incapace di stare al passo con i tempi e talvolta non proprio scevra da pressioni internazionali. E come mai, soprattutto, a fronte di provvedimenti finalmente varati in sede comunitaria, qualche Stato ci metta un po’ troppo tempo nel recepirli.

A questo proposito il rappresentante del governo francese, Jean Baptiste Gourdin, proprio nel corso dell’evento romano ha denunciato la pressione esercitata da Google qualche giorno fa. Non appena il governo francese ha anticipato in legge l’obbligo per le piattaforme commerciali di pagare delle royalties ai giornali francesi per l’utilizzo dei loro titoli, Google ha subito annunciato che non intende pagare le somme dovute e che preferisce, invece, sospendere la pubblicazione dei titoli dei giornali francesi sul suo motore di ricerca. La querelle probabilmente finirà in tribunale, ma – come ha sottolineato Michel Boyon, presidente di Eurovisioni nel suo intervento di chiusura – tutto dipende da quanto faranno gli altri Paesi europei. “Se tutti i Paesi adotteranno la direttiva europea introducendo questo obbligo nelle leggi nazionali quanto prima – ha dichiarato – allora anche le piattaforme internet non avranno altra scelta che adeguarsi. Se, invece, qualche Paese dell’Unione europea adotterà delle leggi meno chiare e più ‘morbide’, allora il rischio che comportamenti di questo tipo si estendano, diventerà assai alto”.

Insomma, la concorrenza fa bene quando le regole sono chiare e soprattutto applicate da tutti. Un arbitro vale per tutti e 22 i giocatori in campo. Se più di qualcuno fa il furbetto, gli altri dovrebbero intervenire seriamente. Ma il “sovranismo digitale”, davvero uno degli ossimori più paradossali registrati in queste ultime stagioni, almeno quello risparmiatecelo.

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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