Economia & Finanza

Cresce lo “smart working”, aziende più flessibili

L’Osservatorio del Politecnico di Milano lo definisce “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Per quanto il concetto sia molto complesso e articolato, lo smart working può essere definito, sostanzialmente, un modello organizzativo che prevede maggiore autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati. Una modalità che mira a rimuovere tradizionali vincoli, come l’ufficio singolo o la postazione fissa, a fronte di una maggiore personalizzazione della prestazione lavorativa, quindi di più flessibilità, virtualità, ma anche responsabilizzazione.

Ovviamente questa rivoluzione poggia soprattutto sui supporti digitali, cioè su un sapiente uso dell’innovazione digitale a supporto di approcci strategici che puntano sulla collaborazione tra le persone e in generale tra le organizzazioni. La tecnologia in tutto questo ricopre un ruolo chiave. Quando si parla di digital transformation si fa riferimento soprattutto all’applicazione di tecnologie avanzate per connettere persone, spazi e oggetti ai progetti di business aziendale, con l’obiettivo di innovare e coinvolgere i gruppi di lavoro.

Adottare un modello di tipo “smart” non significa soltanto lavorare da casa, quindi. Ma anche rivedere il modello di leadership che si propone a favore del concetto di collaborazione. L’auspicio di tale processo è stimolare nuove idee e quindi nuovo business. Le tecnologie digitali, che costituiscono soltanto una delle leve, hanno la funzione di ampliare e rendere virtuale lo spazio di lavoro, abilitando e supportando così nuove metodologie di approccio a situazioni aziendali diversificate.

Per quanto le nuove tecnologie rappresentino ancora una novità in tanti organismi lavorativi, specie nell’apparato pubblico, sono principalmente le aziende private a credere nei benefici di questa modalità lavorativa, come dimostrano recenti ricerche come quella del Politecnico di Milano.

L’ateneo meneghino, infatti, con il proprio Osservatorio sullo smart working, rileva che oltre la metà delle aziende medio grandi ha già introdotto iniziative concrete in tal senso. Il caso più noto è quello della Findus, che nella sede di Roma dal 2018 utilizza questa modalità ed un centinaio di impiegati ne usufruiscono per due giorni al mese.

Nella pubblica amministrazione sono circa 4mila i dipendenti che operano in remoto, circa 800 in più nel giro di un anno. L’8 per cento delle pubbliche amministrazioni ha progetti strutturati di lavoro agile (contro il 5 per cento del 2017), l’1 per cento ha attivato iniziative informali e un altro 8 per cento prevede progetti dal prossimo anno.

In totale nel nostro Paese erano circa 480mila i lavoratori in smart working nel 2018, pari al 12,6 per cento del totale degli occupati che, in base alla tipologia di attività di lavoro che svolgono, potrebbero fare smart working. I dati sono sempre del Politecnico di Milano.

Maticmind, multinazionale specializzata in soluzioni informatiche, espone una serie di vantaggi ed ostacoli per la diffusione di questa tipologia di lavoro nel nostro Paese.

Tra gli aspetti positivi sia per l’azienda sia per il lavoratore, Maticmind include il valore della libertà e dell’autonomia per il lavoratore, elementi che gli garantiscono una maggiore capacità di organizzazione del tempo. C’è poi l’aspetto economico; risparmio di risorse su aree di lavoro, trasporti o forniture quali elettricità, riscaldamento, ecc. Indubbio, poi, il beneficio nella conciliazione della vita lavorativa con quella personale e familiare, fattore molto apprezzato da parte dei dipendenti. Per l’azienda, se il lavoro è ben strutturato e basato su obiettivi, può aumentare la produttività. Infine lo smart working permette l’integrazione nel team di lavoro di persone con mobilità ridotta.

Tra gli inconvenienti primeggia il senso di “invasione” che il dipendente potrebbe provare nella propria vita privata, nonché il rischio di isolamento a causa del mancato contatto con i colleghi. C’è poi il rischio della perdita di identificazione con l’azienda. Questa potrebbe vedere ridursi la produttività nel caso il lavoro a distanza non sia ben pianificato.

Nella scelta aziendale di adottare questa metodologia di lavoro, è bene dunque considerare pro e contro per comprendere se sia la soluzione adatta al proprio business.

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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