Terza pagina

Perché Joker non è un capolavoro

Chi scrive sa bene quale sia l’ignominioso destino di quello sciagurato che, ora come ora, osi sollevare la benché minima perplessità sull’ultima fatica di Todd Philips. Ma qualcuno deve pur sobbarcarsi quest’onere. Tralasciando la reazione di stizza di qualche fan idolatrante, il vero rischio cui si va incontro è quello di esporsi all’accusa di “controcorrentismo” a tutti i costi: l’accusa, cioè, di chi ti rimprovera di far il bastian contrario solo per il gusto di farlo, o magari solo per apparire originale nella valutazione.

Perciò, onde evitare spiacevoli equivoci, sarà meglio cominciare con un punto fermo: che Joker di Todd Philips sia un film godibile e tecnicamente ben riuscito è un fatto pressoché incontestabile. Ciò che si vorrà mettere in discussione è la pretesa di definire questo film un “capolavoro”; appellativo che il consumatore cinematografico medio sembra ormai dispensare con incauta generosità.

Quando Kierkegaard, nelle pagine di Enten-Eller, cerca di convincerci che il Don Giovanni di Mozart meriti di essere annoverato fra i cosiddetti ‘classici’, contestualmente coglie l’occasione per criticare tutte quelle teorie estetiche che avevano talmente ‘stirato’ e allargato il concetto di “classico” che «un tal pantheon [ossia quello dei classici] venne arricchito, venne sovraccaricato di ninnoli e bagattelle classiche, al punto che l’immagine naturale d’una fresca sala percorsa da certe e determinate grandi figure scomparve del tutto, e un tal pantheon diventò piuttosto un ripostiglio».

Orbene nel nostro caso, come in quello del filosofo danese, non esistono criteri scientifici, oggettivi per identificare un prodotto culturale come ‘capolavoro’. Inoltre impelagarsi in un dibattito estetico non avrebbe neanche troppa legittimità, giacché il film di Todd Philips ha già ricevuto un importante riconoscimento come il leone d’oro di Venezia.

Ciò che invece va contestato al film è il suo messaggio, la sua natura tendenziosa, menzognera; quella china perversa in direzione della quale il lungometraggio non fa che sospingere. Nella tetra atmosfera della cinica Gotham, prende il via la lenta, anzi lentissima, genesi del mostro: oltre due terzi del film sono dedicati alla poliforme angoscia esistenziale che attanaglia Arthur Fleck.

Lo spettatore non può che simpatizzare (nel vero senso di syn-pathein, cioè di partecipare ai sentimenti altrui) con il personaggio magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix: ne avvertiamo il disagio, ne subiamo il fascino drammatico. Ma il film, soprattutto nel finale, non fa che prestarsi a un messaggio tanto pericoloso quanto miope, ossia quel larvato j’accuse che addita nella società civile la causa di tutti i nostri mali.

Joker continua sommessamente a suggerirci che sia possibile scaricare il peso dei nostri problemi, delle nostre imperfezioni, su un insondabile agente collettivo, su un ancestrale demiurgo maligno che trama alle nostre spalle. Ed è proprio qui il problema: ciò che impedisce a Joker di essere un capolavoro è la sua fraintendibilità, la sua tendenza a scadere in una magistrale quanto banale narrazione consolatoria, la quale tenta di convincerci, con buoni risultati, che le storture del nostro status siano tutte ascrivibili alle macchinazioni perverse del ‘sistema’: la società brutta e cattiva, lo spietato circolo mediatico, il buon vecchio capitalismo, etc.

Il Grande Assente, che lavora ai fini del disfacimento mentale di Arthur Fleck, può assumere le forme del taglio ai fondi del personale, in modo da rimuovere anche il (flebile) sostegno derivante dai medicinali o dal contatto anaffettivo dell’indifferente psicologa. Può assumere le forme del degrado urbano, delle squadriglie teppiste che infestano Gotham e che il povero Arthur, non senza forzature narrative, sembra irrimediabilmente attrarre. 

La condizione esacerbata ed esacerbante di Arthur Fleck è calcolata alla perfezione: mentalmente instabile, socialmente frainteso, umanamente disatteso… la camera d’incubazione del Joker è il paradigma par excellence dell’oppresso, dell’emarginato, ossia di ciò che la maggior parte di noi nella realtà NON è, ma verso cui abbiamo un morboso sentimento di auto-identificazione, spesso per dare una spiegazione pubblica a quelli che sono i nostri prosaici fallimenti privati.

“Siamo tutti Joker”, si legge spesso via social in questi giorni, ma solo perché vogliamo nascostamente sentirci tali, solo perché abbiamo bisogno di sublimare nella forma vittimistica del reietto quelle che sono le nostre manchevolezze: Joker è il portavoce del nostro atteggiamento rinunciatario, la bandiera bianca che sventoliamo alle prime avvisaglie minacciose che il mondo, complesso ma mai moralmente connotato, ci pone.

Il finale in cui Arthur, compiuta la metamorfosi, decide di apparire al grande schermo non è altro che la grande chiamata alle armi, il preludio al baccanale dell’autocommiserazione che seguirà di lì a breve: la città, che in forma subdola c’era stata presentata come il grande oppressore, ora si rivela essere il covo degli emarginati, o forse è meglio dire dei presunti tali, di coloro che, esattamente come noi spettatori, attendono solo quel Joker di turno che giustifichi le loro frustrazioni e solletichi le loro pulsioni indicibili. E non basta far dire al Joker di non essere interessato alla politica per esautorarlo da questa funzione simbolica.

Laddove Joker eccelle nella forma (fotografia, regia, sceneggiatura), allo stesso tempo perde miseramente nel contenuto, il quale si presta facilmente a una morale spicciola, scadente e nemmeno molto originale. Che fosse nelle intenzioni del regista? Può darsi. Quel che è certo è che il mondo del cinema si appresta (giustamente) a incensare il film di Todd Philips, ma vi prego: non trasformiamo il pantheon dei capolavori nell’ennesimo ripostiglio. 

Maurizio Mascitti

Classe ‘97, al momento specializzando in Filosofia al San Raffaele di Milano (unisr). Coltivo la passione per la scrittura collaborando con alcune riviste e blog online, soprattutto per temi di politica e attualità.

2 comments

Monica 20/10/2019 at 15:09

Senza essere fanatica ho trovato il Film un capolavoro dal punto di vista della regia,della fotografia,del montaggio e soprattutto dell’immensa incredibile,disturbante ,mostruosa recitazione di Phoenix.Al contrario di quello che dici,non è forse vero che la nostra sia una società che mastica tutto e tutti,in cui non c’è posto per la fragilità,ma solo per i cosiddetti “vincenti”.E non importa quale sia il prezzo che chi vuole arrivare debba pagare per emergere.
E’ proprio in questo mondo globalizzato che l’individuo sparisce e conta solo il profitto.Ci sono senz’altro poi persone disturbate e irrecuperabili,ma Joker ci mostra tutta la solitudine del “fallito” secondo i canoni moderni ed per questo che in America ha fatto storcere il naso.Semplicemente perchè li ha messi di fronte alla loro società ipocrita che non vuole candidare una rarità di attore come Philips ma poi non ha avuto problemi a dare l’Oscar al Silenzio degli innocenti e a tanti altri film molto più violenti di questo.La merabiglia di questo film sta nel fatto che ti costringe a rivedere tutti i tuoi schemi,a guardarti dentro e molti hanno paura a farlo.Senz’altro uno dei film più belli visti negli ultimi anniComunque molto bella la tua recensione,anche se non mi trova d’accordo.Cordiali saluti

Reply
Maurizio Mascitti 20/10/2019 at 16:37

Ti ringrazio per il commento e mi fa piacere che tu abbia apprezzato la recensione, pur non condividendola. Provo a rispondere alle questioni che hai posto. Personalmente credo che il film dia una versione troppo caricaturale ed estremizzata di quella società che (forse) intende criticare, e questo in almeno due sensi: 1) Arthur Fleck sembra essere una calamita di disavventure: è continuamente frainteso, sbugiardato, umiliato e addirittura più volte picchiato. Ora di per sé non è cosa irrealistica, ma si perde il patto narrativo con lo spettatore perché viene presentata una situazione forzata, piegata alle finalità narrative dell’opera. Inoltre il protagonista in sé non ha coscienza critica perché è, banalmente, un malato di mente. Non comprende quello che sta accadendo, ha delle allucinazioni, fatica ad avere una visione del mondo… come può ergersi a coscienza critica? 2) A mio avviso un film non può riflettere su temi tanto complessi con un piglio così semplicistico, ma soprattutto non può fare di tutta l’erba un fascio, inserendo così tante generalizzazioni. Tendo ad evitare di ragionare per slogan e credo che il film invece vada proprio in quella direzione. Il film si limita ad esacerbare la situazione di un uomo che soffre, presentandola come paradigmatica e come un dato di fatto. Qui sta la (pesante) semplificazione! Per il resto, ossia recitazione di Phoenix e realizzazione tecnica, ti do pienamente ragione.
Ti ringrazio ancora e spero continuerai a leggerci.

Reply

Leave a Comment