Terza pagina

Il Joker non è un Alibi

Ho visto Joker, un film sull’idea che il male non è intenzionale, che quando la vita si accanisce contro di te è “normale” diventare cattivi, e perciò verrai capito, perfino esaltato, perseguendo il male. Ma è una lettura superficiale. Il film mescola con grande perizia la narrazione degli eventi con le proiezioni della mente del protagonista, in una lunga costruzione di alibi che culmina nel finale, quando la realtà di un Arthur recluso e sofferente per il mancato accesso ai farmaci finalmente viene mostrata.

Due domande

Per alcuni, Joker rappresenta un film che tocca corde socialmente sensibili, un film che contiene una strana componente di pericolosamente potenziale emulazione, empatizzando con l’anti-eroe ed i suoi alibi in una società che cova rabbia sociale. Facciamoci allora due domande.

Tu, ad esempio, ti senti OK come sei, o pensi sia necessario essere straordinario per meritare un posto sulla Terra? Sei a posto con te stesso o provi vergogna per la tua cosiddetta mediocrità? Vorresti una maschera, o magari un’altra vita?

Una quota crescente di persone oscilla tra l’insoddisfazione di pensare che nulla sia mai abbastanza e quella di definirsi “fallimenti” (per non essere riusciti a battere probabilità statistiche folli), avvicinandosi pericolosamente, come suggerisce Joker, al ruolo di vittima. Il bisogno di raggiungere obiettivi artificialmente posti impedisce di essere sé stessi, reprimendo i propri gusti. Non dobbiamo escludere a priori che chi costruisce grattacieli, scrive best seller, si esibisce su un palco o inanella relazioni, lo faccia per malessere.

Mentre quelli che “sopportano” una vita normale, in effetti siano delle superstar emotive, gli aristocratici dello spirito. Un mondo diviso tra chi ha il privilegio di essere normale e chi è costretto a inseguire lo status di straordinario convinto che sia il minimo.

La malattia collettiva

Le nostre società – che spesso sono malate a livello collettivo e non solo a livello individuale – sono molto carenti di immagini stimolanti della vita ordinaria. Tendono ad associarla con l’essere un perdente. Identifichiamo il bene con l’essere al centro, nella metropoli, sul palco. Film, pubblicità, canzoni e articoli, ci mostrano continuamente il fascino di macchine sportive, vacanze sull’isola tropicale, fama, viaggi aerei in prima classe e una vita frenetica. Ma come ritraeva Johannes Vermeer sulle sue tele, la vita ordinaria è piena di gioie, ce lo ricordano anche i film di Éric Rohmer, i romanzi di Cechov o di Raymond Carver, la musica di Bob Dylan.

Arthur è un Dr. Jekyll senza alcun Mr. Hyde, e chi empatizza con lui non ha capito che i veri lussi della vita sono la quiete, l’amicizia basata sulle fragilità condivise, la creatività senza pubblico, l’amore senza disperazione, un bagno caldo e un morso di cioccolato. Nella realtà, quella non alterata dai bisogni di alibi di Arthur, chi agisce male pensa di perseguire un bene, ma commette un errore di valutazione. Il male è l’esito di uno scontro di ego ciechi in competizione in un mondo di risorse scarse.

La vita è fatta di errori

Nel XXI secolo sembra normale e lecito sognare di vivere al massimo, infilando una perfetta sequenza di scelte giuste negli argomenti più importanti come gli affetti o il lavoro. In realtà la vita è fatta anche da errori non correggibili in svariati campi. Il perfezionismo è un’illusione, un inganno verso noi stessi e il rimpianto è un inevitabile compagno di vita. Ma il rimpianto diminuisce più ci si rende conto che l’errore è endemico in tutte le specie viventi. Nessuno è esente da errori. L’errore è strutturale, non casuale. Facciamo errori perché a noi tutti mancano le informazioni di cui abbiamo bisogno per fare delle scelte perfette.

Accediamo sempre solo ad una parte della realtà e la vediamo da una prospettiva. Siamo quasi “ciechi” dove bisognerebbe poter vedere tutto per decidere al meglio.Quindi? Come ci si salva? Semplice: tenendo a bada il vittimismo e non avendo fretta di giudicare. Manteniendo la calma, la lucidità, il realismo. Possibilmente senza ricorrere ai farmaci.

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