Economia & Finanza

Ritorsioni non Convenzionali nella Guerra dei Dazi

A la guerre comme à la guerre vale anche per le guerre commerciali. In quella scatenata Trump, il Presidente americano ha scompaginato i riti e le procedure che per decenni hanno scandito i negoziati commerciali tra paesi civili. Le economie colpite dal neo-protezionismo sono state colte di sorpresa dal palazzinaro e quindi non riescono ad opporre strategie efficaci, ma solo ritorsioni risibili, partorite da burocrati. Insomma, mentre la propaganda della Casa Bianca si nutre di slogan che attizzano le menti labili dei sempliciotti, tipo America First, l’Unione Europea adotta una linea difensiva di scarsa fantasia. Invece dovrebbe passare ad una tattica più spregiudicata che colpisca più duramente di un dazio.

Open Source vs Microsoft

Un bersaglio ghiotto sarebbero i monopolisti del software: i governi europei (senza nemmeno dover coinvolgere la Commissione europea che ha competenza sul commercio internazionale) potrebbero emanare un semplice regolamento che imponga a tutte le amministrazioni pubbliche e alle autorità locali di usare sui computer in dotazione ai dipendenti pubblici solo software open source (qualora fosse disponibile) sia per i sistemi operativi che per i word processing, i fogli elettronici e quant’altro. Inoltre si dovrebbe richiedere alle pubbliche amministrazioni di accettare solo documenti in un format che sia compatibile con programmi open source. Oggi quasi tutti i PC (esclusi quelli Apple) utilizzano come sistema operativo una qualche versione di Microsoft Windows acquistata a prezzi esorbitanti. Tra l’altro Windows, come sanno bene gli utenti sofisticati, ha prestazioni abbastanza mediocri, e’ vulnerabile a vari tipi di virus e si blocca spesso. Ma e’ talmente diffuso che quasi tutti sono costretti ad usarlo, loro malgrado. Pero’ esistono alternative gratuite, in particolare le varie versioni di Linux spesso di ottima qualità.

Colpire i monopoli

Pero’ la posizione monopolistica raggiunta da Microsoft rende difficile intaccare la quota di mercato di Windows. Ma se un governo, soprattutto uno oberato dai debiti, desse un impulso alla diffusione di alternative open source si produrrebbe un circolo virtuoso. Accadrebbe ciò che e’ successo con i browser dove Explorer e’ stato soppiantato dai vari Chrome, Firefox, Opera ecc. Oltre ai sistemi operativi, Microsoft ha una posizione dominante nel software di base con la suite Office da cui accumula profitti. Anche in questo campo esistono migliori alternative open sources che tra l’altro hanno format alternativi a quelli tipici contraddistinti dall’estensione .doc, .ppt o xls. Non si vede perché le amministrazioni pubbliche debbano pagare una licenza, mentre e’ disponibile a costo zero un prodotto migliore o equivalente.

In altre parole, la guerra commerciale offre una ghiottissima occasione per ottenere tre risultati: 1) indebolire un quasi monopolio nel software di larga diffusione che ha scoraggiato l’innovazione e imposto ai consumatori prodotti obsoleti; 2) liberare energie creative per la creazione di sistemi operativi di prossima generazione (ad esempio attivabili con comandi vocali); 3) ribilanciare il potere di mercato in un settore cruciale.In aggiunta si potrebbero anche esaminare se i server della Cisco che costituiscono i gangli vitali delle dorsali di internet costituiscano una minaccia alla sicurezza nazionale, in analogia alle minacce che Trump ravvisa dove gli fa comodo ad esempio su Huawei.

Sgonfiare la bolla

L’attacco al cuore del settore tecnologico avrebbe anche dei riverberi non banali sulla bolla attualmente gonfiatasi sul Nasdaq. Qualora gli elettori dovessero subire perdite nei loro fondi comuni o nei loro beneamati fondi pensioni potrebbero reagire nelle urne in modo molto più drastico che se vedessero le esportazioni di soia diminuire del 20%. A quel punto la sindrome di accerchiamento di Trump acquisirebbe un qualche fondamento.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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