Economia & Finanza

Previdenza, contributi più esosi per i giornalisti precari

I redditi sono magri. Mediamente molto, ma molto magri. E dal prossimo gennaio lo saranno ancora di più, erosi dall’obbligo di una più alta contribuzione individuale.

Succede ai giornalisti precari, cioè a quelli che lavorano autonomamente o in modo parasubordinato, ossia per lo più con i contratti di collaborazione.

Per loro, già dal primo gennaio 2020, un “regalino” postnatalizio offerto dalla cassa previdenziale di categoria, l’Inpgi: la contribuzione obbligatoria sui già esigui guadagni passerà, infatti, dal 10 al 12 per cento dal primo gennaio 2020 e dal 12 al 14 per cento dal primo gennaio 2021 (quest’ultimo aumento per le fasce di reddito superiori a 24 mila euro annui lordi, quindi anche per i meno agiati).

Tecnicamente si chiama “innalzamento progressivo della misura del contributo soggettivo”. Balzelli che alleggeriscono i già pingui onorari.

Mentre dai vertici della politica si moltiplicano le proposte per mettere più soldi nella busta paga dei lavoratori, la cassa dei giornalisti va controcorrente e per i colleghi più sfortunati, quelli precari, si preannunciano tempi ulteriormente grami.

Anche perché la categoria giornalistica è una di quelle con la più alta disparità retributiva tra dipendenti da una parte, in genere con contratti di categoria, autonomi e parasubordinati dall’altra, per lo più a partita Iva i primi e con il famigerato co.co.co i secondi.

Se i primi, che lavorano principalmente in Rai e nelle maggiori testate, vantano redditi annui ben sopra i 50mila euro, anche il doppio per i più alti “graduati”, gli autonomi hanno medie di reddito annuo intorno ai 10mila euro, che scendono ulteriormente per i parasubordinati. In sostanza, secondo una ricerca settoriale di qualche anno fa, i precari incassano mediamente il 18 per cento del salario dei primi.

L’Inpgi, con un provvedimento certamente impopolare, prova ad addolcire la pillola. Nella comunicazione che annuncia la lievitazione delle percentuali della contribuzione obbligatoria parla di “incremento delle prestazioni pensionistiche”.

E’ vero, ma questo è frutto della cinghia ancora più stretta per migliaia di giovani precari, che in sostanza debbono privarsi di più soldi. Non solo: considerate le contribuzioni medie, le proiezioni sulle pensioni maturate sono per lo più al di sotto di quelle sociali. Insomma, per i giornalisti del domani un avvenire previdenziale non certo roseo. Anzi.

Va detto, infatti, che non tutto ciò che si versa finisce sul montante contributivo. C’è una percentuale aggiuntiva del 2 per cento costituita dal cosiddetto “contributo integrativo“. Si tratta di una quota, infruttifera per il giornalista, che serve per la gestione operativa dell’Inpgi, cioè stipendi, uffici e spese varie.

Questa dal primo gennaio 2020 raddoppierà dal 2 al 4 per cento: metà dell’aumento (1 per cento) finirà sui montanti individuali, cioè sull’accumulo di contribuzione sulla posizione individuale sulla base del quale viene determinato l’importo dell’assegno pensionistico.

E questo ci può stare. L’altra metà (altro 1 per cento) andrà a finanziare non meglio specificate misure assistenziali. Il problema è che tale “contributo integrativo” dovrebbe essere pagato dal datore di lavoro; ma, come è noto a molti, ciò non sempre avviene.

Così anche questo ulteriore 4 per cento di tutto ciò che si guadagna finisce lontano dalle tasche del giornalista precario, soprattutto per tenere in piedi un ente pieno di dipendenti, con non pochi problemi e spesso al centro di roventi polemiche. Sul cui futuro domina l’incertezza. A ciò si aggiungono altri balzelli pesanti soprattutto per i maschietti, come la quota per la maternità.

Eppure l’Inpgi sa bene che da qualche anno il numero dei giornalisti precari italiani iscritti alla gestione separata dell’ente di previdenza ha oltrepassato nettamente quello dei giornalisti dipendenti e supergarantiti.

Cioè i “giornalisti poveri” iscritti alla cassa di previdenza sono sempre di più, mentre i ricchi sempre di meno. Ciò dovrebbe far riflettere i vertici. Anziché favorire misure compensative e incrementare le rivalutazioni dei montanti, si mettono in piedi provvedimenti di welfare (come un accordo con la cassa di previdenza di categoria, la Casagit, per garantire piccole prestazioni a circa cinquemila giornalisti precari) e soprattutto si accentuano i prelievi economici sulle fasce più deboli, aumentando le percentuali di versamenti obbligatori.

L’aumento delle percentuali è frutto anche dell’approvazione da parte dei ministeri vigilanti del nuovo regolamento dell’Inpgi 2.

Ci sono, ad onor del vero, novità positive, come l’erogazione di un’indennità di disoccupazione e una tutela infortunistica per i co.co.co., nonché un allargamento delle tutele per la maternità e per i congedi parentali, estesi anche ai liberi professionisti. Ma i provvedimenti sono finanziati con il contributo versato annualmente dagli iscritti

In particolare, l’onere contributivo per i co.co.co. passerà dal 26,72 al 28 per cento, quindi con un’ulteriore maggiorazione contributiva.

Infine sono state cambiate le date per i tre obblighi annuali degli iscritti alla gestione separata nei confronti dell’Inpgi: il 31 luglio è il termine per il versamento del contributo minimo in acconto per i redditi dell’anno corrente; il 30 settembre è termine per l’invio della comunicazione dei redditi conseguiti nell’anno precedente; il 31 ottobre è il termine per il pagamento dell’eventuale contributo a saldo relativo ai redditi percepiti nell’anno precedente.

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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