Economia & Finanza

Caos e sciopero Alitalia, quasi 10 miliardi spesi dal 2008 non sono abbastanza?

Lo sciopero di oggi ha comportato la cancellazione di 220 voli Alitalia nel giro di tre giorni. È l’ennesimo capitolo di una storia infinita, in cui è evidente che la politica fatica a imparare dagli errori. 

I governi di qualunque colore non fanno altro che proporre piani di salvataggio a dir poco avventurosi, senza costruire mai soluzioni di mercato credibili. 

L’unica opzione recente in tal senso è stata quella di Lufthansa due anni fa, una sorta di replica del rilancio riuscito di Swissair, ma è sempre stata osteggiata da politici e sindacati. Ovviamente perché imponeva come condizione necessaria per l’acquisizione 2500 esuberi che invece, ora, saranno a carico dello Stato.  

Il nuovo piano industriale di Alitalia, ennesima prova di continuità nella politica economica tra governo gialloverde e giallorosso, prevede una partecipazione al capitale del 15% di Delta e del MEF, e del 35% di Atlantia e Ferrovie dello Stato. Tuttavia, le debolezze di questa cordata appaiono disarmanti.

In primis è possibile ricordare che l’Italia potrebbe subire una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea, dato che non solo il prestito ponte di 900 milioni, concesso dal governo Gentiloni, non è stato restituito ed è stato prorogato, ma è addirittura previsto che lo Stato impegni altre risorse pubbliche.

Il secondo problema è relativo alla partecipazione di Delta, mossa soprattutto dalle percentuali che otterrebbe grazie alle rotte transatlantiche di Alitalia, arginando tra l’altro il mercato di Lufthansa, e alla manutenzione overall dei motori del vettore italiano.

L’operazione pare più che altro di natura finanziaria e non andrebbe a incidere dove davvero serve, ovvero incrementare la flotta di aerei a lungo raggio e ridimensionando quella a breve. 

Questo è uno dei nodi principali: Alitalia non è strategica perché, secondo i dati elaborati da Andrea Giuricin, docente di economia dei trasporti, veicola solo l’8,1% del mercato internazionale dei passeggeri da e per l’Italia, a fronte del il 38,9% di Easyjet, il 22,2% di Ryanair, il 9,5% di IAG e l’8,7% di Lufthansa. Ad aggravare la situazione, in più, la quota di mercato interno è diminuita del 4% in 3 anni.

Un’altra problematica non indifferente è la modalità di integrazione tra trasporto aereo e ferroviario. Questo tipo di business è già attivo con Emirates ed è simile a ciò che fa SNFC con le compagnie aeree francesi.

A essere inesistente in tutto il mondo è, piuttosto, l’integrazione di capitale tra questi due modelli; inoltre i sistemi “hub and spokes” funzionano notoriamente meglio con voli a lungo raggio, in cui però Alitalia è particolarmente debole.

Una complicazione ulteriore è attinente alla newco, miliardo indicato come capitalizzazione iniziale viene considerato insufficiente e sembra che sia difficile realizzarla entro il 15 settembre, cioè il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto .

La questione più spinosa, comunque, riguarda Atlantia, società il cui azionista di maggioranza è Sintonia, contenitore di Edizione, holding operativa gestita dalla famiglia Benetton. La posizione attuale è di scetticismo, esplicitato formalmente in una nota del 4 ottobre riguardo al piano di rilancio, in cui è arrivata a prospettare anche un ritiro dalla cordata.

Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, Di Maio e Toninelli, ministri gialloverdi di sviluppo economico e trasporti, avevano forzato la mano inducendo a investire in Alitalia come contropartita ufficiosa alla mancata revoca della concessione autostradale. 

Il governo è cambiato ma la minaccia è rimasta, quindi è probabile che, se il governo non rinuncerà alla revoca della concessione, Atlantia non si impegnerà con la compagnia di bandiera.

Inoltre è plausibile che sorgano obiezioni riguardo al possibile conflitto di interesse di Atlantia stessa, che si troverebbe a gestire contemporaneamente Aeroporti di Roma e Alitalia.

Insomma, sembra che il caos regni sovrano. C’è da chiedersi quanto convenga politicamente salvare di nuovo Alitalia, siamo sicuri che farla fallire o lasciarla alle dinamiche di mercato non porti più consenso? 

Siamo sicuri che gli italiani pensino che i 9,5 miliardi spesi dal 2008 non siano abbastanza?

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