Speaker's Corner

Settimana della dislessia: le terapie, il business, l’Inps

Dislessici, discalculici, disgrafici e disortografici. Ormai è un vero e proprio boom di studenti con disturbi dell’apprendimento. Se nell’anno scolastico 2010/11 costituivano lo 0,7 per cento della popolazione scolastica totale, gli ultimi dati – relativi al 2017/18 – parlano di 276.109 alunni, pari al 3,2 per cento. Praticamente quasi uno per classe.

E’ un crescente esercito, quindi, che grazie al coinvolgimento non solo di genitori premurosi (e ci sta), ma anche di logopedisti, psicologi, neurologi, commissari di valutazione, ma anche operatori dei centri di assistenza fiscale, membri di associazioni, ecc., costituisce una vera e propria comunità militante. E lievitante. E quando maturano i numeri, il rischio che s’affacci il business è concreto: libri, software, laboratori per studenti (anche da 300 euro al mese), corsi di aggiornamento per docenti, supporti di ogni tipo, costose campagne di sensibilizzazione, convegni, bandi, ambasciatori della dislessia, cinque per mille, persino vacanze per dislessici. Non mancano addirittura banche “Dyslexia Friendly”, tra sensibilità ed esigenza di acchiappare clienti. Un ginepraio, avvertono alcuni studiosi, che talvolta rischia di creare danni e ulteriore ghettizzazione.

Uno dei più franchi e disinteressati analisti del fenomeno, oltre che dei più qualificati, è stato Alain Goussot, docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, scomparso nel 2016. L’educatore e filosofo era certo che pochissimi casi di dislessia sono frutto di un deficit neurologico. E che questo sguardo clinico diffuso porta il bambino con difficoltà a sentirsi diverso ed emarginato, reagendo con ansia o iperattività, sintomi per i quali le case farmaceutiche vendono psicofarmaci con enorme profitto. Insomma, Goussot stigmatizzava il rischio di “medicalizzare” il processo di apprendimento, denunciando il tecnicismo di diagnosi che non rappresentano un corretto approccio pedagogico alla diversità. “Le difficoltà sono intrinseche in ogni processo di apprendimento e non vanno lette come un problema, ma come una opportunità di crescita. Quando noi riusciamo a superare un ostacolo, di fatto impariamo – ha scritto.

Ci va cauto anche uno dei più celebri pedagogisti italiani, Daniele Novara, che al tema ha dedicato il libro denuncia “Non è colpa dei bambini”, edito da Rizzoli. Il nodo è che i ragazzi un tempo bollati semplicemente come turbolenti, oggi presentano diagnosi precise, supportate da certificazioni mediche. E la media italiana è nettamente più alta di qualunque altra nazione. Qualcosa, insomma, non torna. Novara spiega: “In alcuni casi si fa confusione tra la difficoltà di apprendimento e il disturbo conclamato”. Ma il problema vero è che il nostro sistema, a fronte di questa onda medico-psichiatrica, preferisce spesso la terapia all’educazione, rinunciando appunto ad educare i nostri figli. Anzi, stiamo proprio sostituendo la psichiatria all’educazione.

Fatto sta che a supporto degli studenti con difficoltà di apprendimento c’è pure una legge, la numero 170 dell’8 ottobre 2010, che ha aperto definitamente le porte a modalità didattiche dedicate, comprensive di strumenti compensativi e dispensativi. Esistono anche agevolazioni fiscali. E l’Inps dovrebbe assicurare un’indennità di frequenza di 279 euro mensili per il periodo scolastico. Ma qui s’apre l’ennesima commedia all’italiana.

C’è chi sostiene che dal momento che le leggi sull’invalidità e sull’indennità di frequenza sono rispettivamente del 1971 e del 1990, quindi antecedenti alla legge 170 del 2010 per i dislessici, sono state istituite a prescindere dai Dsa. Così le commissioni dell’Inps, che hanno sostituito quelle delle Asl, bocciano le domande nonostante le copiose certificazioni delle Asl, che spesso vengono ritenute carta straccia. Quasi un diktat in stagioni di tagli. E intorno a queste forche caudine delle commissioni, che annualmente debbono giudicare circa quattro milioni e mezzo di reali o presunti invalidi, si sviluppa l’ennesimo business a cui attingono soprattutto medici legali e avvocati.

Non mancano cronache surreali di questi accertamenti. Qualche anno fa il quotidiano “La Repubblica” ha ospitato la straziante lettera di un lettore di Pisa che ha raccontato la battuta d’esordio di una delle dottoresse: “Io di queste tre righe non me ne faccio proprio nulla”, raccontando che, discutendo della patologia, non sapevano di che cosa parlavano.

Un ragazzino dislessico s’è invece sentito biasimare la sua sofferta scelta di liceo classico a Roma da una sensibilissima commissione Inps composta da un reumatologo, un terapista della riabilitazione e un ammiraglio settantenne a riposo. Arbore ci potrebbe quasi fare una nuova trasmissione.


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