Economia & Finanza

Nord-Sud, quella forbice che s’allarga ancora

La forbice tra Nord e Sud, che tra il 2015 e il 2017 sembrava potesse restringersi grazie ad indicatori abbastanza positivi per il nostro Mezzogiorno, nelle ultime stagioni ha ripreso ad allargarsi.

Già lo Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto 2019 presentate qualche settimana fa, aveva certificato per il Sud un andamento del Pil negativo (meno 0,3 per cento), a fronte di un più 0,3 per cento del Centro-Nord. A pesare, oltre al crollo degli investimenti in macchinari e attrezzature, soprattutto il declino degli investimenti pubblici, capezzolo da sostanzioso latte per il nostro meridione: dal 2008 al 2018 la spesa pubblica ha registrato una caduta di ben l’8,6 per cento nel Mezzogiorno a fronte di un aumento dell’1,4 per cento nel Centro-Nord. Secondo le previsioni per il 2020, sempre dello Svimez, il divario del Pil tra Sud e Centro-Nord avrà una differenza di almeno mezzo punto. La prospettiva dell’autonomia finanziaria differenziata potrebbe quindi soltanto peggiorare le cose.

Una serie di indicatori aggregati su questo tema ce la offre l’Unsic, organizzazione datoriale radicata soprattutto nel Mezzogiorno. Dimostrano come la frattura tra le due Italie sia drammaticamente marcata.

I dati sul lavoro sono quelli più dolorosi. Il tasso ufficiale della disoccupazione nel Sud, prossimo al 20 per cento, è doppio rispetto a quello del resto del Paese. Nel Mezzogiorno soltanto un giovane su quattro ha un lavoro e nella stragrande maggioranza dei casi nemmeno stabile. Tanta parte è garantita dal sommerso. Il 10 per cento della popolazione campana vive di pendolarismo fuori regione. Chi è residente nel Meridione, lo certifica l’Istat, guadagna in media quasi meno della metà di chi lavora al Nord, ma continua a pagare le stesse tasse, senza avere gli stessi servizi. L’incidenza della povertà relativa al Sud risulta più che tripla rispetto al resto del Paese, sfiorando il 30 per cento. Al Sud mancano quasi tre milioni di posti di lavoro per colmare lo scarto con il Centro-Nord. La quota più alta di Neet, cioè coloro che non studiano e non lavorano, continua a concentrarsi tra Campania, Calabria e Sicilia.

Sul fronte della ricchezza, è significativo il fatto che il Pil pro capite nelle regioni meridionali sia la metà di quello del Centro Nord (un ritardo maggiore di quello degli anni Sessanta). Scontata la classifica dei comuni che hanno i residenti più ricchi, fonte Ancitel, che vede ai primi mille posti tutte località del Centro-Nord, ad esclusione di San Gregorio di Catania (115sima), Aci Castello (653), Lecce (898), Tremestieri (964) e Procida (975). Al contrario, in fondo all’elenco c’è quasi tutto il Sud.

La prima provincia meridionale nella classifica annuale della qualità della vita stilata dal Sole 24ore è al 73esimo posto (Ragusa).

Altri dati drammatici completano il quadro. La mobilità ospedaliera extraregionale nel Mezzogiorno, ad esempio, ha doppiato quella del resto del Paese (9,3 contro 4,4 per cento), circa 115mila ricoveri di meridionali ogni anno presso strutture del Centro-Nord. Inoltre si amplifica la differenza in termini di speranza di vita alla nascita, che va dagli 80,7 anni di Caserta agli 84,1 di Firenze.

Ancora: se la media italiana di bambini accolti in asili-nido e altri servizi per la prima infanzia è di 12,6 su 100 residenti, intere province di Calabria e Campania sono sotto quattro.

La quota di popolazione che denuncia irregolarità nell’erogazione dell’acqua è del 17 per cento nel Mezzogiorno contro il 3,4 per cento al Nord.

I comuni commissariati sono quasi tutti al Sud.

Per Unioni di comuni primeggiano Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Sardegna, mentre chiudono la classifica Campania. Basilicata e Calabria.

Il Molise è ultimo nel continente europeo, come attesta Eurostat, per flussi turistici.

A tutto ciò si sommano i problemi nell’utilizzo dei fondi europei e nei tempi di realizzazione delle opere pubbliche (dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato nel Mezzogiorno, per un valore totale di due miliardi di euro).

L’Unsic aggrega anche i dati Istat, relativi ai primi quattro mesi del 2019, sulla diminuzione di residenti nel Mezzogiorno: la Sicilia ne ha persi 12mila, la Campania 11mila, la Puglia 7mila, la Calabria 4mila, la Basilicata poco meno di 2mila e il Molise mille.

L’organizzazione chiede al governo “un grande choc positivo, capace di accompagnare e assicurare al Mezzogiorno, cioè ad un terzo dei cittadini italiani, uno sviluppo solido e duraturo, cioè strutturale”. Perché senza questo “non ci potrà essere vero progresso per tutta la nostra nazione”. Il presidente dell’Unsic, Domenico Mamone, evidenzia: “Il primario obiettivo dovrebbe essere l’allargamento della base produttiva e non il solito assistenzialismo che tanti danni ha fatto nel nostro Mezzogiorno. E per poter ampliare la base produttiva, a cui è legato anche il dato demografico, problema che si pone all’orizzonte con crescente gravità, è necessario innanzitutto modernizzare il contesto infrastrutturale, ambientale ed economico per attrarre investimenti, detassare le aziende e combattere seriamente criminalità organizzata e malaffare”.

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