Speaker's Corner

La faziosità di Lilli Gruber

Ce lo hai di fronte, per una mezz’ora abbondante lo hai brasato per bene con domande scomode e ficcanti e qualche colpo ben assestato sotto la cintola. Quello ora pare un pugile suonato, a dispetto del ghigno tronfio perennemente stampato in faccia; e tu che fai? Invece di infliggerli il colpo del ko, la butti in vacca con una battuta infelice sul suo fisico non proprio filiforme. Il Truce non riesce quasi a crederci, è musica per le sue orecchie – il gossip e la sua immagine pubblica sono il suo terreno più congeniale -, in men che non dica si riprende e ha gioco facile nel replicare, beffardo, che lui continuerà ad andare in spiaggia ad arringare le folle, rigorosamente in costume da bagno; per poi concludere motteggiando: “omo de panza, omo de sostanza” (sic).

Il match contro la rossa conduttrice di Otto e mezzo era molto atteso: si trattava della prima uscita pubblica di Salvini dopo l’ordalia agostana. Lo ha perso, a dimostrazione del fatto che ancora non si è ripreso dalla batosta subita a causa della propria tracotante dabbenaggine, ma in fondo non è stata una mattanza.

Era imbolsito, Salvini, a tratti ancora impacciato, ma era pur sempre quello che abbiamo conosciuto fin qui: il sorriso fisso e la mimica facciale da smargiasso, la prossemica bandanzosa studiata a tavolino, la retorica da magliaro tutta improntata sul senso comune, l’atteggiarsi a uomo del popolo. Sembrava un attore consumato, ormai non più sulla cresta dell’onda, costretto a replicare ogni volta ma con sempre minore convinzione lo stesso logoro copione, fatto di vittimismo a profusione, governi sadici e “folli” che aumentano le tasse sulle merendine e i bancomat, altro che la sua mirabolante flat tax, i porti ora spalancati con migranti clandestini pronti ad invaderci (che al TG 2 di giorno dichiara essersi raddoppiati rispetto a quando c’era lui, mentre di sera, a la 7, sono lievitati fino a essersi triplicati o quasi, tanto in Italia si può sparare numeri a casaccio senza tema di essere smentiti).

Quel che ci interessa rilevare qui non è però la performance televisiva, tutto sommato trascurabile, di Salvini (chissà quante altre ce ne verranno inflitte); ma il metodo giornalistico della succitata Dietlinde detta Lilli Gruber. Un metodo che andrebbe studiato nelle scuole di giornalismo come un modello in negativo di tutto ciò che un giornalista o aspirante tale dovrebbe rifuggire. Un modo di concepire il mestiere di giornalista improntato alla più disinibita e saccente partigianeria: se l’ospite è di destra o la pensa diversamente da lei, allora gli viene riservato un trattamento da reprobo: si viene interrotti continuamente, con domande e repliche maramalde, si alternano sul volto della conduttrice, con sapiente dosaggio, smorfie di disgusto o disapprovazione; talvolta Gruber domina la scena con un’aggressività intrisa di perfidia. Mentre invece, se l’ospite è di sinistra o quantomeno progressista, l’ex parlamentare europea (candidata con l’Ulivo di Prodi) va in sollucchero e lo blandisce con domande garbate, compiacenti e ammiccamenti vari. Gruber è sempre stata smaccatamente di sinistra, e non ha mai fatto nulla per dissimulare le sue preferenze politiche. Qualche anno fa, all’epoca del referendum costituzionale, fece scalpore il video di Boschi, che, senza sapere di essere ripresa in quel frangente dalle telecamere, le ingiungeva di darle diritto di replica; lei assentiva prontamente, quasi fosse una sua zelante caudataria, interrompendo l’altro ospite, Valerio Onida, per darle la parola. In un mirabile ritratto, pubblicato su La Verità, Giancarlo Perna rivelò che, agli albori della sua carriera televisiva come mezzobusto del TG 2 del socialista Ghirelli, Montanelli la voleva a Il Giornale, ma venne poi dissuaso da Guido Paglia, che lo ammonì sul fatto che era molto di sinistra “e avrebbe stonato in un quotidiano liberale”.

Immancabili sul finire della trasmissione, forse per vezzeggiare il pubblico femminile, le domande futili di gossip somministrate ad alcuni malcapitati, che manco Novella 2000 o Alfonso Signorini. Sia mai che i telespettatori non vengano aggiornati sulla fine del rapporto tra la conduttrice della prova del cuoco e l’ex ministro degli Interni o sull’ultima fiamma che la Casaleggio Associati ha appioppato a Di Maio, ad uso e consumo del popolo bue, per dissimulare una presunta omosessualità.

E poi ci sono gli ospiti. Oltre ai politici onnipresenti in tv, nel salotto di Gruber imperversano giornalisti e opinionisti da talk show, la solita compagnia di giro, quasi tutti, manco a dirlo, sinistrorsi come lei. Tanti in quota Rcs, ché dopo tutto Gruber è stipendiata da Cairo, patron de la 7 ed editore del Corsera: Marianna Aprile, di Oggi, con la sua aria da maestrina e la r arrotata, il flemnatico Massimo Franco, notista al Corriere, quel gran dispensatore di banalità che è Beppe Severgnini, infine l’ex direttore Paolo Mieli, talmente tedioso e dal tono di voce monocorde che con lui si rischia l’effetto palpabra calante.

Ampio spazio anche a quelli di Repubblica/l’Espresso (Pagliaro, che firma il punto e coadiuva la conduttrice, proviene da lì), capitanati da quel bell’imbusto di Massimo Giannini e in quota rosa da Annalisa Cuzzocrea, scialba come poche; compare spesso il piddino Damilano a discettare di attualità politica, ogni tanto, data l’età veneranda, il sommo fondatore Scalfari coi suoi sermoni soporiferi o l’ex direttore Ezio Mauro a impartire la linea alla sinistra smarrita; in alternativa val bene Michela Murgia a discettare di veterofemminismo e del fascista che è in ognuno di noi oppure Madame Banalité (la definizione non è mia ma di Mauro Scarabelli) Concita de Gregorio; almeno una volta l’anno è d’uopo l’ospitata per l’ex editore del gruppo Carlo de Benedetti, che mena fendenti a destra e manca – e con cui Gruber si sdilinquisce ogni volta; per chi non lo sapesse, è molto amica della moglie di Cdb, ed è spesso ospite loro a Saint Moritz o sul loro Yacht sfarzoso. De Benedetti l’avrebbe voluta a dirigere l’Huffington Post ma la cosa non andò in porto e dovette così ripiegare su Lucia Annunziata.

Il Fatto Quotidiano è abbondantemente (sovra)rappresentato. C’è il bilioso Travaglio (che ha in essere un contratto di 30.000 euro annui per partecipare come ospite fisso quasi sempre di giovedì, in qualità di avvocato difensore del Movimento 5 stelle – con risultati invero tra il comico e il patetico), il paludato Antonio Padellaro, a volte Gomez, ma sopratutto, ospite un giorno sì e l’altro pure, il fenomeno da baraccone Andrea Scanzi, a sciorinare le sue insulse banalità in salsa grillina. Gruber ha la colpa, imperdonabile, di averlo sdoganato a livello televisivo, sicché ce lo dobbiamo sorbettare in dosi massicce.

A destra spiccano tra gli invitati Buttafuoco, Cerasa e soprattutto il berlusconiano Sallusti (stupisce la sintonia che si è instaurata tra lui e Gruber nel corso degli anni).

Tra gli opinionisti, sono ospiti assidui ad “Otto e mezzo” il filosofo Massimo Cacciari, a pontificare, sostenendo tutto e il contrario di tutto, con l’aria scocciata di chi deve spiegare verità elementari a un pubblico poco edotto, e Sgarbi, che quando è invitato nel suo salotto tv appare decisamente più mansueto e compassato, ovvero non sbraita come suo solito, di quando invece è ospite altrove, ad esempio nei programmi Mediaset, ove dà il peggio di sé.

Otto e mezzo è divenuto nel corso degli anni un vero e proprio marchettificio, alla stregua di Che tempo fa di Fabio Fazio: sovente chi ci va lo fa solo per promuovere un libro o un film appena uscito sul mercato, senza aver magari nulla di significativo da dire. 9 puntate su 10 sono dedicate alla sinistra, ai suoi patemi e dilemmi: un chiacchiericcio sterile e autoreferenziale; era una trasmissione decisamente più frizzante e interessante quando a condurla erano Giuliano Ferrara – che è l’ideatore del programma – e Ritanna Armeni. Eppure il talk gruberiano funziona alla grande, veleggiando su medie ragguardevoli di più di un milione di spettatori a puntata (quel ceto medio riflessivo di berselliana memoria).

“Otto e mezzo ha molto successo meritato perché di obiettivo non ha neanche la sigla, che per altro fa schifo. La signora che conduce riceve quattro ospiti, tre progressisti e uno sfigato di destra o di centrodestra, per esempio un leghista che lei odia senza requie. Il dibattito consiste nel fatto che il suddetto sfigato non appena apre bocca per dire le sue bischerate, viene sommerso dagli insulti degli “avversari” e dagli sfottò di colei che mena il torrone della chiacchierata, la quale pertanto prosegue a senso unico, quello da costei prediletto. Risultato, trionfano immancabilmente gli ex comunisti e derivati, mentre i padani e similari rimediano sovente una gigantesca figuraccia” (lui adopera un altro termine più greve, che vi lasciamo immaginare). Nessuna simpatia per lui, ma come si può non essere d’accordo con quel che scrive su Libero Vittorio Feltri?

Il problema di Gruber e di tanti altri giornalisti faziosi come lei è che fanno una pessima causa al loro mestiere. L’imparzialità dei giornalisti è un mito fasullo: è lecito avere le proprie idee e anche manifestarle; ma ad essere sdraiati con chi appartiene alla propria parte politica e ostili a quelli che fanno parte dello schieramento opposto, si mina unicamente la credibilità del giornalismo nel suo complesso. Giornalismo che non è né può essere uno strumento per fare politica con altri mezzi.

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3 comments

Aldo Mariconda - Venezia 04/10/2019 at 08:23

Sulla faziosità della Gruber credo non vi sia alcun dubbio, basti vedere lo sbilanciamento vs. una sinistra più o meno estrema costituito dalla rotazione dei giornalisti de Il Fatto Quotidiano, uno dei quali è quasi sempre presente. Non mi pare giusto unire a qesto discorso Giannini, o Severgnini, e nemmeno Massimo Cacciari.
Quest’ultimo è stato il mio avversario politico al ballottaggio na Venezia nel lontano 1993 ed io ho perso ciol 47%. Non offro quindi il sospetto di essere un sinistrorso.
Cacciari ha certamente un’aria disgustata, in Veneto si direbbe di “smonamento”, e ovviamente ragiona con una sua ottica di sinistra siopratutto quando critica il PD, il quale effettivamente e più ancora dei partiti socialisti europei e non sono ha un problema di ritrovare una sua identità – ma è un sottile analista della politica, come lo sono, con altre idee, un Galli Della Loggia o un Paolo Mieli.
Non farei di tutta l’erba un fascio. Una cosa è essere faziosi, altra è avere idee diverse e confrontarsi ad un livello cui spesso non siamo più abituati.
Passando più brutalmente ad un livello forse più basso, mi domando: ma la Gruber gode veramente di tanta audience? Io trovavo molto più vivace, autonoma e indipendente quella che la sostituiva d’estate con Parenzo e Telese.
Resta l’impressione per me dubbia sulla linea politica de La 7. Non solo per la Gruber, ma anche per l’insistenza nel chiamare personaggi ostili all’Europa e all’Euro, con dei conduttori che a mio avviso troppo volte tagliano le risposte di coloro che hanno idee diverse, Ieeri sera, giovedì 3 ottobre ad esempio vi dera il Sen. Gianluigi Paragone, già conduttore de La 7 e che spesso chiamava Borghi, Bagnai e Rinaldi, e Federico Fubini, che avrebbe dovuto avere più tempo per rispondergli.

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sig. Train 04/10/2019 at 09:20

Ma non ti viene il dubbio che la tua autodefinizione sia più ridicola delle cadute di stile della signorina Liliana, che pure sono molte. Certo sostituirla con quel prepotente (a parole) di Telese e con quel gonzo di Parenzo non è una grande idea. Comunque, quando si è al soldo del sig. Cairo, così si deve lavorare per lui. Saluti.

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sig Tram 04/10/2019 at 11:48

Il signor Cairo non mette bocca sulla linea editoriale, altrimenti chiude baracca e burattini

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