Politica interna

Pd subalterno a M5S, nasce la nuova sinistra. Ed è guerra fredda con Renzi

Le ultime mosse dei Dem sono la scimmiottatura del peggior grillismo degli ultimi anni, e sembrano tracciare la direzione verso una nuova sinistra. Un Pd subalterno a M5S. Intanto il partito continua a perdere pezzi a danno dell’ex Premier.

ROMA – In principio fu la resa sul taglio dei parlamentari, contro cui il Pd ha finora votato a sfavore. Poi il “Tu vali tu” come slogan della nuova App lanciata da Zingaretti, che riporta a quel “uno vale uno”, mantra grillino. Ora anche la penale per chi lascia il partito in Umbria.

Se tre indizi fanno una prova, il Partito Democratico deve iniziare a interrogarsi se sia in corso o meno un processo di trasformazione. Una grillizzazione. Sempre ammesso che ciò sia visto come un problema. La domanda sorge spontanea: chi assorbe chi?

In estate, in piena crisi di governo, lo Stato maggiore del Partito Democratico ha spinto per una alleanza con il Movimento 5 Stelle, e con lui molta parte degli elettori e dei militanti di sinistra. Un tamtam tra social, agenzie di stampa e giornali. Da un lato l’allora Dem Matteo Renzi, favorevole all’accordo, perché rinviare la data del voto gli avrebbe permesso di salvare le truppe, e di partire con il nuovo progetto. Dall’altro, chi in questi mesi non ha fatto altro che lavorare affinché si arrivasse a questo punto, salvo smentite di facciata.

Questi ultimi erano certi che la nascita del governo giallorosso avrebbe garantito loro la possibilità di ripercorre gli stessi step – sulla base di opposti contenuti – che hanno portato Matteo Salvini dal 17% del 4 marzo scorso, al 34% delle ultime Elezioni europee.

Sì, perché nell’ultimo anno la Lega è passata dal contendere a Forza Italia la leadership del centrodestra, all’essere il primo partito italiano per distacco, e buona parte dei meriti di questa ascesa, in molti la ascrivono all’inconsistenza politica di Luigi Di Maio e alla sponda populista offerta all’amico leghista.

Terreno, quello del populismo, su cui Salvini si trova perfettamente a suo agio. Ma se l’ha fatto Salvini, “perché la stessa operazione non può riuscire anche a Zingaretti?”, si sono chiesti a sinistra.

A quasi un mese dalla formazione del nuovo esecutivo, il dato di fatto è che democratici e grillini vanno d’amore e d’accordo come mai prima d’ora, complice anche l’addio di Renzi.

Il suo Italia Viva è servito ad accelerare il processo di avvicinamento tra le due forze, che in molti identificano come la vecchia sinistra ideologica, quel che resta dell’attuale Pd, e la nuova sinistra populista, il Movimento 5 Stelle. Ci sono però delle controindicazioni.

Non è un caso che la vicenda della multa da 30mila euro per chi esce dal PD in Umbria, salti fuori dopo la scissione dei renziani. Anzi maliziosamente diversi osservatori interpretano la mossa proprio come deterrente per scoraggiare fughe presenti e future verso Italia Viva.

Di fatto, questa nuova regola segna l’introduzione del vincolo di mandato. Ma il commissario Pd della regione Walter Verini si è affrettato a smentire rivendicando la buona fede del provvedimento, nonostante le polemiche: “La sanzione non ha nulla a che fare con tutto ciò – assicura – È solo una sorta di risarcimento, non nel caso in cui un consigliere decida legittimamente di dissentire, ma nel caso in cui decida di rompere il patto con gli elettori e con il partito”.

Una formula questa, usata anche dal Movimento 5 Stelle e aspramente criticata in passato dai Dem, che ora vorrebbero derubricarla come semplice garanzia per i cittadini. Troppo comodo. Al di là del suo valore legale, nullo, nessun giudice darebbe seguito a un pezzo di carta del genere, questo patto rappresenta un deciso cambio di rotta nella filosofia di un partito che oggi sembra essere diventato subalterno, culturalmente e politicamente, all’alleato di governo. E siamo solo all’inizio.

L’iniziativa ha creato non poco imbarazzo all’interno del Pd, e non basta per giustificare il timore di cambi di casacca. Anche se la paura è palpabile.

La campagna acquisti guidata da Maria Elena Boschi ha fruttato finora 41 parlamentari, di cui 38 prelevati proprio al partito di Zingaretti. “Ma arriveremo presto a 50 – avverte Renzi – a cui si aggiungeranno un centinaio di sindaci”. E’ evidente che l’ormai ex “senatore semplice” sia il vero avversario di questa fase.

È inutile nascondere che il bacino da cui la sua nuova creatura politica continuerà ad attingere maggiormente, resta proprio il Pd. La cosa meno chiara, di contro, è se l’episodio in Umbria sia stato solo un tentativo maldestro di difesa, o se al Nazareno sia in atto un vero e proprio cambio culturale e di strategia.

Se la risposta dovesse essere in questa seconda ipotesi, nel quadro politico attuale, si certificherebbe che il Pd si consegnerà presto al Movimento 5 Stelle, lasciando a Di Maio le chiavi della nuova Sinistra.  

2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 04/10/2019 at 18:31

Credo di poter condividere l’analisi. Ma quello che mi preoccupa di più è la mancanza di un progetto, di un disegno politico di questo govderno. Lo notava più autorevolmente anche Paolo Mieli ieri sera, gioved’ 3/10, su La 7. Il governo giallo/verde aveva un progetto, pericoloso e da me non condiviso, ma era un progetto: soddisfare il disagio di larghe fasce sociali espandendo la spesa corrente – Quota 100, Reddito di Cittadinanza, Flat Tax, ecc.). Il debito pubblico non è un macigno, lo spread è invenzione della grande finanza. Non è senza significato l’atteggiamento di Borghi contro l’Euro e le ripetute sue dichiarazioni su La 7 quando il conduttore era l’attuale Senatore 5S Gianluigi Paragone, di voler toglioere l’autonomia di Bankitalia. In parile povere, a mio parere questo significa poter stampare moneta, obbligare Bankitalia di comprare titoli che magari non vuole più nessuno, carta straccia. Quindi inflazione.
L’attuale governo per fortuna ha riallacciato un rapporto con l’Europa. Il DEF non appare tanto diverso da quello pensato da Tria nel precedente governo quanto al deficit, ma lo spread ora è sceso a livelli più tranquillizzanti. La finanza e l’Europa hanno più fiducia.
Poi vi sono molte cariche da attribuire, fino alla Presidenza della Repubblica.
Ma non basta. I nodi del manncato sciluppo, della reazione all’immigrazione – se non si riuscirà a fare un accordo EU valido – verranno al pettine. Non vorrei che il successo del sovranismo polulista di estrema destra si rafforzasse, raccogliendo i frutti del malcontento diffuso dopodomani anziché oggi. Questo anche dopo che Salvini è sfuggito ai nodi del DEF attuale e alla crisi incombente legata alle politiche dei dazi e quindi ai limiti al libero scambio. Così Salvini potrà accusare il governo con la massima libertà.

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Lorenzo COlovini 07/10/2019 at 09:30

Concordo con l’analisi e condivido anche la preoccupazione di Aldo Mariconda che però declinerei diversamente: non è tanto che questo governo non abbia un disegno politico. Il problema a mio parere è che il suo disegno è molto statal dirigista e poco, molto poco, liberale e riformista. I due partner principali vanno d’amore e d’accordo, verissimo, perché è il PD che si è spostato verso il M5S (non il contrario). La differenza con il precedente sciagurato governo è radicale sui temi più “di copertina” (sicurezza, temi etici, ambientalismo un po’ utopico) ma sull’impronta dirigista e dispensatoria in deficit dello Stato (anche se per fare cose diverse) è molto simile.
Certamente il controcanto critico di Renzi ha una necessità tattica di visibilità per lui e la neonata Italia Viva ma attenzione: non è solo quello. Italia Viva è la sola componente davvero riformista della maggioranza

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