Politica interna

Dr Jekill e mr. Ale

E venne il giorno in cui la piattaforma Rousseau, figlia del più grande travisamento della democrazia liberale, ratificò l’apocalisse del trasformismo a 5 stelle: il 60.9% dei votanti, venerdì 20 settembre, ha avallato il famigerato ‘patto civico’ umbro.

Un analista serio non saprebbe che farsene di questi dati, giacché quella piattaforma, hackerata molteplici volte, sanzionata dal Garante della Privacy, soggetta a continue revisioni per malfunzionamenti, quella stessa piattaforma, si diceva, non possiede alcun ente terzo che ne certifichi il numero dei votanti e, ça va sans dire, la veridicità dei risultati diffusi.

Tuttavia non passa inosservata la discrepanza fra l’esito della votazione e l’indirizzo politico che una certa ala estremista del Movimento sembrava volesse imprimervi. Si sta parlando, nello specifico, di un commento diffuso via social da Alessandro Di Battista; un post scritto esattamente il giorno prima della votazione su Rousseau. Ivi Di Battista, riallacciata la sordida uniforme da barricadiero, si scaglia contro il PD per accusarlo delle peggiori malefatte: «è un partito “globalista”, liberista, – scrive Dibba attingendo dal dizionario delle etichette vaghe – colluso con la grande imprenditoria marcia di questo Paese, responsabile […] delle misure di macelleria sociale che hanno colpito i lavoratori italiani». La violenta invettiva dell’ex parlamentare prosegue, non risparmiando neanche il premier Conte, il quale, a sua detta, doveva aspettarsi la mossa scismatica di Matteo Renzi.

Infine, terminato il momento estatico di accuse indiscriminate, Dibba stila un ‘affettuoso’ ottalogo di buoni consigli e lo indirizza alla compagine governativa dei 5 stelle. Questo elenco, di cui faremmo fatica a riportare tutte le amenità, è sostanzialmente un invito a non fidarsi dell’alleato di governo. Tutto ciò, lo ripetiamo, dopo che la base elettorale aveva (ampiamente) promosso l’alleanza PD-5 stelle (a livello nazionale) e prima che la stessa potesse riconfermare la propria scelta (a livello regionale).

Ora gli interrogativi che sorgono sono quasi intuitivi. Potremmo chiederci perché Di Battista, in un improvviso momento di dissociazione cognitiva, decida di fare il bulletto di quartiere con un partito che è ormai nel novero degli alleati del Movimento; quello stesso Movimento di cui critica le scelte senza mai prenderne congedo, quasi ricalcando le memorabili esibizioni di coerenza made in Paragone.

Potremmo chiederci perché lo spietato Dibba, invece di candidarsi una seconda e ultima volta, continui a non sobbarcarsi la responsabilità delle sue invettive, continuando a nascondersi dietro al paravento delle famose ‘battaglie dall’esterno’. Come se da dietro le quinte non si potessero condizionare le scelte parlamentari. Malgrado tutto, però, la questione è un’altra: che senso può avere, strategicamente parlando, pubblicare un contenuto che cozza duramente con la linea adottata dal partito? A cosa serviva esporsi in tal modo, visto che la base aveva già espresso, a livello nazionale, un parere opposto? 

Il movimento 5 stelle vive da sempre all’insegna della contraddizione, perennemente sospeso tra un’affermazione e la sua negazione, tra il tutto e il contrario di tutto. Il partito fondato da Grillo non prende mai posizioni nette su un argomento, qualsiasi esso sia (dai vaccini all’Ilva), ma striscia sapientemente tra le pieghe del consenso, adattandosi di volta in volta. Esso è un guscio vuoto, come lo ha definito R. A. Ventura, un involucro spugnoso che accoglie in sé contenuti divergenti. 

In questo contesto Di Battista ha la sola funzione di acquietare, con bocconcini retorici temporanei, l’ala grillina più bramosa dell’agone politico sanguinolento. Il neo-consulente di Fazi Editore deve solo rispolverare l’arsenale culturale del sospetto, magari anche lasciandosi andare a scimmiottamenti sovranisti, come il seguente: «Non vi fidate dell’Europa (e sia chiaro, io non sono affatto un anti-europeista), in cambio di un po’ di flessibilità in più chiederanno all’Italia le ultime chiavi di casa rimaste». In perfetto stile grillino, Di Battista riesce a dire A e non-A nella stessa frase, un vero e proprio capolavoro di retorica auto-contradditoria. Prima asserisce di essere europeista, e si noti l’astuzia della forma negativa (“non sono anti-europeista”), poi, tramite una buona dose di banalizzazioni disarmanti, conclude capovolgendo le premesse.

Di Battista, in un certo senso, opera come un sedativo all’incontrario: sobilla per calmare, provoca per rasserenare. Quando la fetta più tumultuosa dell’elettorato pentastellato ha iniziato a rumoreggiare per l’eccessivo tasso di trasformismo in materia di alleanze, ecco che Di Battista, con lodevole tempismo, si riaffaccia nella sua veste rivoluzionaria, cercando di irretire l’elettorato collerico. 

L’ex parlamentare si scalda e il pubblico nervoso si ammansisce. A quel punto s’instaura un clima da opposizione che dura giusto il tempo necessario affinché i riluttanti, rinfrancati dall’isterismo polemico del sacro Dibba, avallino ciò che poco prima non avrebbero mai concesso. Nel finale la tensione si stempera e la metamorfosi pentastellata è compiuta: mr Ale può adagiarsi nel suo sonno letargico, almeno fino al prossimo momento del bisogno.

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