Politica estera

Quel buonsenso che manca a Trump e Greta

L’arrivo sulla scena di Greta Thunberg ha permesso che l’opinione pubblica mondiale si focalizzasse sui temi ambientali e, inevitabilmente, ha creato una polarizzazione tra i fan della sedicenne svedese e i suoi haters. Peccato che nessuno dei due schieramenti, agguerritissimi sui social, affronti la questione da un punto di vista pragmatico. Da un lato i negazionisti, con Trump capofila, che ignorano che la salvaguardia dell’ambiente sia un problema, dall’altro la tribù politicamente corretta della coppia Greta-Ocasio Cortez che predica soluzioni impossibili e coccola chi, declamando la decrescita felice, demonizza capitalismo e Occidente.

La verità è che sono due racconti del tutto svincolati dalla realtà, entrambi contemporaneamente privi di attuabilità, seppur per motivi diversi, e pregni di ideologia. Il riscaldamento globale non è un argomento che può essere derubricato a fantasia del fan club di Greta, ma è anche scorretto dire che fra trent’anni avremo distrutto la Terra. Denunciare gli incendi della foresta amazzonica con Bolsonaro al governo va bene, ma dobbiamo ricordare che, in termini di chilometri quadrati bruciati e rasi al suolo, sotto i governi del Partito dei lavoratori è andata anche peggio.

Sostenere le energie rinnovabili è importante, ma non si può non tenere in conto che abbiano dei costi ancora alti per i Paesi più poveri e in via di sviluppo. È doveroso ricordare che oggi sono i Paesi più sviluppati e tecnologicamente avanzati a preservare di più l’ambiente e sarebbe folle rinunciare acriticamente alle conquiste, in termini di benessere, degli ultimi 150 anni. La sfida vera è quella di trovare il modo di coniugare il nostro stile di vita alla salvaguardia ambientale, nonostante gli intrecci con la politica e la geopolitica la rendano mediaticamente molto complessa.

Un buon primo passo sarebbe smontare quel ritornello ormai stantio (e falso) per il quale la globalizzazione avrebbe reso invivibile il mondo; in quest’ottica, spiegarsi coi dati non guasta. Tra il 1990 e il 2016 la percentuale di persone in condizioni di povertà estrema è calata dal 35,9 al 9,9, a fronte di un aumento di due miliardi di abitanti. Ci continuano a ripetere che le disuguaglianze sono aumentate, anche se in realtà l’indice di Gini (che misura la disparità dei redditi) tra il 2003 e il 2013 è sceso dal 69% al 63%. Per l’OMS tra il 1980 e il 2015, la percentuale di popolazione mondiale servita da reti idriche migliorate è aumentata dal 52 al 91 per cento, mentre quella che poteva accedere a servizi sanitari adeguati è salita dal 25 al 68 per cento.

I dati della Banca Mondiale forniti nel 2015 svelano che, seppur non con un tasso uniforme in tutte aree del pianeta, durante la globalizzazione la mortalità infantile e la mortalità materna sono diminuite in modo sostanziale in tutto il mondo e, contestualmente, l’aspettativa media di vita è in costante crescita. Questi sono solamente alcuni esempi fattuali del motivo per cui, non solo non ha senso rinnegare la storia recente dell’Occidente, anzi è proprio assurdo.

Occorre essere chiari: la decrescita “felice” è una contraddizione in termini e il catastrofismo non porta a nulla, se non alla miseria, quindi non è possibile lasciare le istanze ambientali esclusivamente ai predicatori di sventura. Non è una questione di ideologia, ma di pragmatismo. I dati dicono che per migliorare la qualità della vita dei cittadini e salvaguardare il pianeta sono serviti e servono investimenti in innovazione, ricerca, infrastrutture sostenibili e rigenerazione urbana, ma la percezione è che stia avvenendo l’esatto contrario. Un trend da cambiare, prima che sia troppo tardi. 

Leave a Comment