Speaker's Corner

Cosa imparare – e cosa no – da Greta Thunberg

Da un punto di vista comunicativo, noi tutti siamo maggiormente colpiti dalla drammatizzazione, come se stessimo assistendo ad un opera teatrale di Shakespeare. Quelle di Greta Thunberg, infatti, sono partiture ben strutturate per arrivare, con facilità disarmante, al grande pubblico. Magari, chi ha appena buttato una lattina di coca cola per terra, sarà comunque colpito dalla recitazione di una sedicenne che, emozionandosi e trattenendosi le lacrime, dà la colpa ai potenti, alle élite e agli uomini oscuri, colpevoli di averle rubato l’infanzia.

Qualcuno potrebbe obiettare che è grazie alla facilità delle sue parole che il problema può diventare globale, arrivando a quanta più gente possibile. Ed è vero, è così. Ma è la semplicità delle sue parole – e delle sue idee – che non rende il problema risolvibile.

Sulle emissioni di anidride carbonica, Greta ci va duro. Non gli basta la riduzione del 45% entro il 2050, vuole, subito, il 100%. Questo è un linguaggio semplice, che arriva a tutti. Ma è realizzabile? Significherebbe avere già pronte delle tecnologie differenti e alternative, cosa che dubito possa avvenire. Oppure staccare la spina. Da un giorno all’altro il mondo cambia paradigma.

E quei paesi che stanno cercando di arrivare ad un benessere economico? E’ chiaro che non hanno le tecnologie, gli investimenti e quindi quelle innovazioni tali da potergli garantire una
crescita ad emissione zero. Significherebbe bloccare interi popoli, che ci piaccia o meno. Negargli
la libertà di arrivare al benessere economico e sociale, quantomeno simile a quello occidentale.
La situazione cambia, ma di poco, per i paesi evoluti.

Greta Thunberg critica i voli aerei perché emettono troppa anidride carbonica. Sta affermando una verità incontrovertibile. Ma la soluzione quale sarebbe? Andare dall’Europa agli Stati Uniti in barca a vela? E se poi si scopre che per riportare a casa l’imbarcazione l’equipaggio ha bisogno di ben 5 biglietti aerei per un totale di due voli intercontinentali, mi sembra di capire che la soluzione non potrà essere questa. Piuttosto, si potrebbero realizzare degli studi seri, con soluzioni accettabili. Ad esempio, il think thank Tortuga ha presentato uno studio sui voli aerei all’interno del continente europeo.


Partiamo dalle cose realizzabili, passo dopo passo. Non serve l’utopia. Suggestiva, ma inservibile.
Possiamo criticare le politiche dei governi o degli organismi internazionali. Sacrosanto. Ad esempio, perché non devolvere quote dei sussidi per limitazione delle emissioni dai paesi sviluppati a quelli meno sviluppati? Perché non aiutare i paesi emergenti nella sostituzione delle
caldaie a carbone, nell’innovazione industriale, nella sostituzione graduale di automobili ad alta emissione? Perché non investire di più sulle energie rinnovabili?

Arrabbiamoci, pretendiamo, ma con raziocinio. Solo così potremmo fare davvero qualcosa per il nostro pianeta. Cominciamo a conoscere, a diffondere alternative che siano lungimiranti e durature (e non anticapitaliste). I discorsi di Greta Thunberg sottintendeno che il rispetto per l’ambiente sia incompatibile con la crescita economica o con il modello capitalistico. Così non è. Europa e America negli ultimi trent’anni hanno ridotto in maniera consistente le emissioni; il problema riguarda oggi soprattutto paesi come la Cina e il Giappone, l’India e il Vietnam; o il continente africano per quanto riguarda l’inquinamento dei mari.

Non servono fenomeni teatrali, da baraccone, come Greta, o come la dodicenne Severn Suzuki nel 1992. Sono fenomeni che rischiano di essere dimenticati perché non lungimiranti. Se proprio abbiamo
bisogno di questi fenomeni mediatici facciamo in modo di proseguire, con razionalità, questo
processo. Se abbiamo a cuore il pianeta, cominciamo ad essere migliori noi stessi, anziché pretendere l’impossibile dai governanti.

1 comment

lorenzo colovini 26/09/2019 at 18:51

bravo, un discorso equilibrato. Cosa rara, soprattutto su certi argomenti

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