Speaker's Corner

I ministeriali che “non alzano un dito”

Uno dei pochi privilegi offerti dal girare per Roma con i mezzi pubblici è quello di poter usufruire di uno spaccato autentico e prezioso della società italiana. Non c’è campione di Mannheimer, Pagnoncelli o Piepoli che tenga, rispetto al crudo clima di insofferenza che si respira in ogni scalcinato e asfissiante bus dell’Atac. Litanie che si rinnovano costantemente, giorno dopo giorno.

Una categoria che abbonda in alcune linee, lombrosamente riconoscibile anche a pelle (insieme ai professori), è quella dei ministeriali. In genere parlano di lavoro o di ferie: entrambi gli argomenti sono nella loro scaletta personale in qualsiasi mese dell’anno. Perché di vacanze (future), caratterizzate da neve o da sole, si parla sin da settembre. Qualche concessione è riservata ad avvenimenti che in teoria, grazie in particolare al pettegolezzo,  dovrebbero rompere il tran-tran quotidiano, tipo pensionamenti e ricoveri. O faide e corna. Ma in fondo, fantozzianamente, anche queste digressioni finiscono per uniformare ancora di più la routine del posto pubblico per eccellenza. Zalone docet.

Nella tematica del lavoro a farla da padrone, in genere, è la polemica. Ci si lamenta di tutto, dai colleghi ai dirigenti, persino di uscieri e pulitori. L’approccio, scontato, è il classico “non ce la faccio più” perché “si lavora male”. Non è chiaro, però, come la signora cinquantenne dall’accento simile a quello della prima elementare riuscirebbe, con ruoli dirigenziali, ad ottimizzare la gestione degli uffici pubblici. Anche perché il finale è sempre lo stesso: “Tanto io non alzo più un dito lì dentro”. Se il regista Edgar Wright sostiene che “il crimine peggiore è sentirsi soddisfatti”, nei nostri dicasteri si continua molto spesso a calcare la mano.  Alzare il dito, ma anche solo una falange, è reato.

Del resto non c’è da stupirsi: per produttività, intesa come Pil per ora lavorata, siamo penultimi tra la quarantina di Paesi monitorati dall’Ocse. Il dato, riportato nel “Compendio degli indicatori sulla produttività” dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede centrale a Parigi, è aumentato solo dello 0,14 per cento medio annuo tra il 2010 e il 2016. Siamo stati addirittura ultimi in assoluto prima della grande crisi, tra il 2001 e il 2007, con una flessione dello 0,01 per cento annuo. Insomma, il male è ormai endemico da almeno due-tre decenni.

A ciò si aggiungono i ritardi sul fronte dell’istruzione, ad esempio penultimi in Europa per percentuale di laureati, della formazione continua, della digitalizzazione (quart’ultimi in Europa – peggio solo Bulgaria, Grecia e Romania – secondo il Desi, l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società redatto dalla Commissione europea, ranking 2018), dell’idoneità delle competenze.

Attenzione, però, a generalizzare. Negli ultimi tre decenni la produttività dell’industria italiana ha viaggiato su livelli superiori alla media europea. Nel periodo 1995-2017 il tessuto industriale ha contribuito per il 75 per cento alla crescita della produttività aggregata del lavoro dell’Italia e nel 2017 lo ha fatto per quasi il 90 per cento. Lo stesso, seppur con performance meno esaltanti, si può dire per l’agricoltura o per il turismo.

La zavorra della bassa produttività aggregata del lavoro nel nostro Paese appartiene quasi esclusivamente al settore pubblico, infarcito di personale poco qualificato e con canali di assunzione molto discutibili. Emblematiche le esperienze fallimentari di molte municipalizzate, ad esempio quelle romane. Significativo il ricorso alla legge 104 del 1992, quella che garantisce assenze dal lavoro per assistere parenti disabili: i dipendenti pubblici ne beneficiano quattro-cinque volte più dei privati (relazione di Boeri del 2016 e dati del sito Superabile.it). E via di questo passo.

Semplificazione? Pregiudizi? Vecchi tabù? Niente affatto. Quella signora che sul tram persevera nel maledire il suo lavoro in qualche dipartimento ministeriale e che riceve lo stipendio grazie alle nostre tasse, ci facesse almeno la grazia di non ammorbare ulteriormente con le sue rimostranze l’aria del cadente mezzo dell’Atac.

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2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 23/09/2019 at 17:39

Vi sono tante cose che da cittadino che ha passato una vita nel settore privato non capisce a proposito della P.A., tra queste:
1) L’eccesso di normative, leggi e regolamenti, per giunta spesso poco chiare. E’ un fattore, questo, che accoppiato alla strapotenza degli alti burocrati e alla debolezza della classe politica, secondo Giavazzi e Barbieri (V: I SIgnori del tempo perso, Longanesi Ed., 2017) che costituisce terreno fertile per la corruzione.
2) Carenze organizzative che sembrano banali o assurde per chi ha lavorato nel privato. Ad esempio l’assenteismo, non solo perché è più alto che nel privato, ma per il dibattito su chi timbra i cartellini al posto dei colleghi. In azienda, per grande che sia, vi sono reparti, uffici con capi intermedi i quali se manca qualcuno se ne accorgono subitio. Nel pubblico evidentemente no: viene da persare che il capo sia o tollerante o connivente, oppure che a volte vi sia un sovradimensiobamento di organico. Quest’ultimo c’è decisamente in alcune istituzioni, Regione Sicilia in primis, ma anche pur in minor misura al Nord.
3) Le complicanze delle procedure degli appalti pubblici. da un lato si è progressivamente complicata e appesantita la normativa, dall’altro si moltiooplicano le assegnazioni senza gara (V. Sabella: Capitale Infetta, si può liberare Roma da mafie e corruzione?, Rizzoli 2016), la corruzione è diffusa anche al nord e spesso vi è una prassi per la quale di fatto le imprese che fanno lavori pubblici si accordano per ruotarsi nelle assegnazioni dei lavori.
3) L’evolversi della corruzione. Negli anni ’60 a volte giocavano negativamente il Partito Comunista da un lato, le correnti DC dall’altro. Sembra che ora – lo sento da imprenditori lombardi – il fenomeno tocchi la burocrazia.
4) Più in generale, i ns. governi hanno più o meno tutti parlato di riforma della P.A.; non so bene cosa sia stato fatto, certamente non in termini di efficienza/efficacia. Ma si sono avvicendati al Ministero della Funzione Pubblica non solo persone incapaci ma anche politici di alto livello e prestigio, tra questi Bassanini, Cossiga, Cassese, Frattini, Urbani, Brunetta. Come mai i risultati sono quelli che continuiamo a vedere?

Leggo che, in fondo, la filosofia alla base della ns. P.A. è stata importata dalla Francia. Ma lì la P.A. funziona, i dirigenti vengono dall’ENA (non so se Macron l’abbia chiusa come annunciato). Forse è troppo pesante e costosa, ma non può essere accusata d’inefficienza.

E’ un tema che la politica dovrebbe porsi, proprio come elemento strategico per lo sviluppo del Paese.

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Federico Castelnuovo 26/09/2019 at 16:51

Mi permetto di osservare una cosa, fresco della mia unica esperienza nel pubblico (o meglio in una partecipata da un comune).
Sarà stato che la particolare situazione di crisi (siamo passati per un – credo il primo in Italia per questa tipologia di azienda – concordato in continuità diretta), sarà stato che eravamo (dal sindaco penta-stellato sui generis al management team) degli alieni nel contesto, ma devo dire che si è riusciti a portare a termine un turn-around assolutamente “da manuale”: E le persone che ho trovato in azienda ci hanno seguito nel percorso con entusiasmo e dedizione. Non credo proprio che la bassa efficienza nel pubblico sia un malanno ineluttabile, né che servano ricette miracolistiche. Serve “solo” che chi gestisce abbia voglia ed entusiasmo di applicarsi senza paure (che volete che siano 16 mesi di indagine penale a carico) e senza aspettative per il dopo, che la struttura veda puniti i “lavativi” (una decina di licenziamenti disciplinari con cause portate avanti e quasi tutte vinte) e tutelati gli altri (una ristrutturazione senza un licenziamento per ragioni economiche, ma questo non sempre purtroppo è possibile).

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