Speaker's Corner

Riparte la scuola tra sogni tecnologici e infiniti problemi

La parola chiave dovrebbe essere “educazione”. Un termine che una certa intellighenzia ha inventariato per decenni come retrò per la sua natura ritenuta autocratica, assolutista, dispotica. Roba da anteguerra, insomma. Non a caso s’è pensato bene di abolire persino l’educazione civica e di privilegiare sempre più la “didattica del fare” rispetto alla classica coltivazione del ragionamento e del comportamento. 

Eppure la stessa Costituzione, che altre eccelse “menti” tentano di bollare come superata, affida proprio alla scuola (articoli 33 e 34), insieme alla famiglia (articolo 30), il compito di educare ed istruire gli uomini del futuro. Perché, volenti o nolenti, qualcuno dovrà prendersi la briga di farlo. E le alternative offerte nel frattempo dalle nuove “agenzie formative” prodotte dall’universo digitale, ad esempio gli onnipresenti social quasi sempre autogestiti dai minori, non stanno certo assicurando esaltanti risultati. Alcuni filmati registrati nelle aule e promossi su Youtube sono emblematici in tal senso. 

Fatto sta, che all’inizio di ogni anno scolastico ci ricordiamo che la principale “industria formativa” del Paese è nelle oltre 400mila classi dove si tenta di formare al meglio 8,8 milioni di studenti in felpa. E che al di là del servizio d’obbligo nel tg e del discorso di rito dei vertici delle istituzioni per l’inaugurazione dell’anno scolastico, in genere infarcito di encomi per il lavoro sacrificale svolto dai santi docenti, per il resto la complessa galassia scolastica è relegata a noiosi studi settoriali consultati e approfonditi quanto “La Gerusalemme liberata” sia dagli stessi operatori scolastici sia dai nostri rappresentanti in parlamento. 

Eppure, anche per il suo rilievo quantitativo, la scuola è la cartina al tornasole dello stato di salute di un Paese. Ed il nostro non è messo proprio bene. Necessaria una rapida ricognizione dei problemi. 

Una prima (grave) questione è rappresentata dalla dispersione scolastica, che ha ripreso a crescere negli ultimi anni nel disinteresse generale. Nonostante con la legge n. 9 del 1999 abbiamo provato a portare l’obbligo scolastico a dieci anni, l’Italia si conferma maglia nera per “mortalità scolastica”, con tassi di abbandono che raggiungono il 33 per cento in Sardegna e il 29,2 per cento in Campania. Negli ultimi vent’anni – dati di Tuttoscuola – abbiamo perso oltre tre milioni di studenti. Una sconfitta certamente più grave, ma non tutti ne sono coscienti, della nazionale di calcio fuori dai mondiali dello scorso anno. 

Dei circa 590mila adolescenti che iniziano le scuole superiori, circa 130mila non arriveranno al diploma. E di questi ben due terzi resteranno a lungo disoccupati. Su 100 iscritti alle superiori, solo 18 si laureano (per numero di laureati siamo al penultimo posto nell’Unione europea, seguiti solo dalla Romania). E un quarto dei laureati va a lavorare all’estero. Un panorama non proprio inebriante. 

Un altro fenomeno che dovrebbe far riflettere e di cui si parla poco – preferendo dar spazio ai pittoreschi slogan quotidiani dei leader politici – è l’inverno demografico che comincia a provocare effetti anche negli istituti scolastici. La costante diminuzione della popolazione scolastica da cinque anni non è certo un buon investimento per l’avvenire del Paese. 

Il recente “Rapporto sulla popolazione: l’istruzione in Italia”, a cura di Gustavo De Santis, Elena Pirani e Mariano Porcu, prevede che tra dieci anni avremo circa un milione di studenti in meno. Di conseguenza, “l’industria della formazione” sarà più debole e precaria. 

Un’altra criticità è costituita da una rete scolastica “a macchia di leopardo”, quindi non in grado di assicurare uguali condizioni di studio su tutto il territorio nazionale. Le zone più svantaggiate, nemmeno a dirlo, sono le aree interne e il Mezzogiorno. 

Cosa hanno fatto gli ultimi governi a fronte di tali crescenti criticità? Con rare eccezioni, hanno pensato bene di dar vita a diverse stagioni di tagli economici profondi all’istruzione per perpetuare i privilegi di pochi. Così oggi, in rapporto al Pil, l’Italia è fanalino di coda tra i Paesi Ocse per spesa destinata all’istruzione. 

Certo, qualche azione virtuosa in questi ultimi anni non è mancata, orientata per lo più alla “materialità” degli edifici o della digitalizzazione. Si ricordano, ad esempio, gli interventi sulla sicurezza degli istituti, sulla loro conversione ecologica, qualche cantiere anche per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Nel contempo c’è stata una buona diffusione della Lim, la lavagna interattiva multimediale, ad iniziare dal 2008. O l’Azione wi-fi per la connettività wireless nelle scuole (decreto-legge n. 104 del 2013). E soprattutto la partenza del Piano nazionale Scuola Digitale, pilastro fondamentale della legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona Scuola” (un miliardo di euro in risorse). Ma, nonostante questo, resta molto da fare. 

I tagli, infatti, hanno interessato soprattutto i servizi, proprio in una fase in cui le criticità sono aumentate sia per l’integrazione degli alunni stranieri sia per il rilevante aumento delle invalidità (ad esempio, il boom degli studenti dislessici). Nonostante il calo della popolazione scolastica complessiva, i soli portatori di handicap sono passati da 174.404 unità nell’anno scolastico 2007/08 alle 245.723 del 2018/19 (dati Miur). 

Fallimentare è stata anche l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro, tanto che oggi è stata (giustamente) ridimensionata. 

Restano sul tappeto soprattutto temi centrali, come il complesso reclutamento degli insegnanti che spesso non assicura continuità didattica, la loro formazione, la valutazione degli studenti, ma anche il diritto allo studio.

A ciò aggiungiamo volentieri due temi: il crescente attacco alla cultura umanistica, parallelo al cosiddetto “analfabetismo di ritorno”, e la questione delle scuole all’estero, portabandiera di un’immagine positiva per il nostro Paese, quella legata alla cultura. 

Il ministro che vuole tassare le merendine offre affidabilità di fronte a questi macigni? 

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