Speaker's Corner

Da Eataly niente Coca Cola. Ed ora che la multinazionale s’è comprata le “sue” bevande?

E’ la globalizzazione, bellezza. Nei punti vendita di Eataly, la multinazionale fondata da Oscar Farinetti e da lui controllata per il 40 per cento (un altro 40 da cooperative del sistema Coop e un 20 dal fondo di investimento Tamburi), da sempre non si vende Coca-Cola. In nome dell’italianità. La bibita più celebre e bevuta al mondo non si serve nemmeno nei numerosi ristoranti inseriti nei punti vendita.

A chi chiede questo marchio, da Torino a Bologna, da Roma a Bari, ma anche da Stoccolma a New York, da Copenaghen a Doha, viene proposta la piemontese Molecola, nata nel 2013 ad opera di Francesco Bianco e Graziano Scaglia e realizzata interamente (e orgogliosamente, come sottolineano i proprietari) con ingredienti “made in Italy”. Autarchia fino in fondo. 

Peccato che ora Coca-Cola Hbc Italia, parte del gruppo Coca-Cola Hbc, abbia sottoscritto un accordo preliminare per l’acquisizione di Lurisia, azienda di acque minerali e bibite controllata dal fondo d’investimento Idea Taste of Italy, gestito da Dea Capital Alternative Funds, dalla famiglia Invernizzi e proprio da Eataly Distribuzione. Non a caso nei locali di Farinetti abbondano le bottiglie di acqua minerale Lurisia in vendita, così come i chinotti, le gazzose, le aranciate e le limonata con lo stesso marchio. Anche questa è un’azienda piemontese, fondata addirittura nel 1940 a Roccaforte Mondovì, italianissima come l’acqua che viene da fonti sul Monte Pigna, a 1.400 metri d’altitudine. Un gioiellino aziendale del “made in Italy” il cui valore è stato concordato in 88 milioni di euro. 

I fedeli e assetati clienti della “creatura” di Farinetti si domandano: cosa ci riserveranno ora gli scaffali di Eataly? La vendita delle un po’ meno italianissime bevande continuerà comunque ad essere garantita dagli ingredienti racimolati nel Belpaese? Certamente sì, anche perché il consumatore – sovranista o non – qualora lo venisse a sapere, non si scandalizzerà certo per fatturati che finiscono nelle tasche di imprenditori a stelle e strisce. Del resto se la bontà dell’alimentare italiano è indiscutibile, la pecunia, anche quella internazionale, non olet mai. 

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 19/09/2019 at 17:51

Le considerazioni sono certamente puntuali. Ma businiss is business e pecunia non olet. L’idea di Farinetti è di successo e comunque contibuerà ad essere un punto di richiamo il cibo italiano. Pazienza poi se vi sarà anche la Coca Cola, tanto gli italiani la bevono in gran quantità. Non ne sono un sostenitore, bevo vino o birra, ma trattadsi di “consumer’s behaviour”!

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