Economia & Finanza

Sviluppo sostenibile: un focus di “Economia italiana”

Il tema dello sviluppo sostenibile ha acquisito una propria centralità per i 193 Paesi che hanno firmato l’Agenda 2030, il programma d’azione per guidare il mondo sulla strada da percorrere nei prossimi anni. E la sostenibilità rientra, almeno sulla carta, anche tra le priorità di azione del nuovo governo Conte bis.

I rischi, le opportunità e le sfide dello sviluppo sostenibile, da coniugare con la crescita e l’innovazione, hanno caratterizzato i lavori del convegno “Agenda 2030. Il punto sullo sviluppo sostenibile”, promosso dalla rivista “Economia italiana” ed ospitato nei giorni scorsi presso Sace Simest, il polo dell’export e dell’internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti.

Dal clima alle disuguaglianze, dall’economia circolare alla finanza sostenibile, questi i temi che sono stati approfonditi durante la conferenza, che ha accompagnato la monografia della rivista con i contributi di illustri analisti. L’evento ha fatto il punto sulle azioni necessarie per completare la transizione del sistema produttivo verso una maggiore sostenibilità economica, sociale e ambientale. L’indicazione corale emersa dai lavoro è che tale sforzo richiederà interventi e strategie coordinate da parte di tutti gli attori, pubblici e privati, per il presente ed il futuro del nostro Paese.

Il convegno, aperto da Beniamino Quintieri, presidente di Sace, è stato introdotto dall’editor di “Economia italiana”, Enrico Giovannini, docente presso l’università di Roma “Tor Vergata”.

Di particolare rilevanza, l’intervento dell’economista e banchiere Salvatore Rossi, che ha richiamato l’attenzione su come lo sviluppo sostenibile metta in conflitto il lungo termine col breve e su quanto sia necessario che i decisori politici capiscano il bisogno di attuare soluzioni che non guardino solo ad un arco temporale ravvicinato, ma che siano lungimiranti e d’impatto sul futuro di tutti.

Di particolare interesse i testi di supporto all’iniziativa.

SOSTENIBILITA’ E FINANZA – Il contributo di Francesco Timpano (Università Cattolica del Sacro Cuore a Piacenza) e Marco Fedeli (presidente Assosef, Associazione europea sostenibilità e servizi finanziari) è stato incentrato sul rapporto tra finanza e sviluppo sostenibile.

“Il tema della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile sta assumendo una importanza crescente nel dibattito economico odierno – spiegano i due studiosi. “La sostenibilità è un concetto multidimensionale che include non solo questioni ambientali ma anche sociali, economiche ed istituzionali. Le strategie private e gli orientamenti pubblici di policy verso la sostenibilità implicano di tener conto esplicitamente del rischio che emerge dalle scelte economiche di consumo e investimento. Il ruolo degli strumenti finanziari a supporto della sostenibilità è stato ampiamente discusso nella letteratura economica e finanziaria e nell’esperienza sul campo, poiché il rischio e il futuro sono due componenti della maggior parte dei contratti finanziari”.

Timpano e Fedeli ricordano come attualmente le nuove sfide sulla sostenibilità stiano emergendo da una spinta crescente proveniente dal lato della domanda. “I consumatori sono sempre più interessati a richiedere beni e servizi, compresi i servizi finanziari, conformi ai principi della sostenibilità – evidenziano i due relatori. “Anche gli investitori nei mercati finanziari sono sempre più alla ricerca di investimenti sostenibili e responsabili. Ma anche i clienti chiedono sempre più prodotti finanziari che consentano di contribuire a ridurre il rischio di un futuro incerto. Infine, le politiche sono sempre più focalizzate sulla sostenibilità a causa di una serie di ragioni: la necessità di cambiare il paradigma della produzione negli attuali modelli di sviluppo e il crescente interesse che proviene dalle persone, di recente anche le giovani generazioni”.

Riguardo al quadro normativo, i due si concentrano sul recente piano d’azione dell’Unione europea per uno sviluppo sostenibile. L’analisi è implementata guardando i prodotti finanziari che stanno emergendo dall’esperienza sul campo delle società finanziarie. Investimenti responsabili e sostenibili, inclusione finanziaria e microcredito, sostegno a progetti di investimento rispettosi dell’ambiente e valutazione del rischio per qualsiasi progetto di investimento sono le aree più rilevanti di prodotti o pratiche finanziari implementati. I due studiosi ricordano che esistono istituzioni finanziarie che stanno organizzando le loro attività sulla base di un approccio etico, responsabile e sostenibile e i risultati sono positivi. “La maggior parte delle esperienze esaminate si sta spostando da un approccio orientato alla CSR a una revisione dei modelli di business, adottando pratiche e prodotti (retail e corporate) orientati allo sviluppo sostenibile. Ciò nondimeno, nonostante la pressione dalla regolazione e dal mercato sia crescente, il processo di cambiamento tra le istituzioni finanziarie sembra essere ancora troppo lento – concludono Timpano e Fedeli

L’ECONOMIA CIRCOLARE – Patrizia Giangualano (membro indipendente del cds di Ubi Banca) e Lorenzo Solimene (Kpmg) si sono soffermate sull’economia circolare. “Negli ultimi anni si è assistito alla diffusione del concetto di economia circolare, una nuova concezione economica volta alla definizione di un modello di produzione e consumo maggiormente sostenibile e responsabile che rappresenta un’evoluzione del modello economico tradizionale di stampo ‘lineare’, secondo il quale le risorse sono estratte, trasformate in prodotti, utilizzate e infine smaltite – spiegano i due manager. “Questa nuova concezione economica nasce dalla necessità, avvertita da tutti gli attori del mondo economico, di fronteggiare e gestire la sempre più acuta scarsità di risorse non rinnovabili e di mitigare lo sfruttamento eccessivo degli ecosistemi, che si trovano oggi ben oltre la loro naturale capacità di ricostituirsi. In particolare, attraverso l’economia circolare, imprese ed istituzioni si pongono l’obbiettivo di instaurare un ciclo di sviluppo positivo in grado di preservare e migliorare il capitale naturale, ottimizzando i rendimenti delle risorse con una gestione efficiente delle riserve di materie prime finite e dei flussi di materiali rinnovabili. In risposta a questo nuovo modello economico le aziende sono chiamate da un lato ad analizzare e comprendere appieno i presupposti e i principi alla base del concetto di economia circolare, al fine di integrarli concretamente all’interno delle proprie scelte strategiche; dall’altro lato le stesse hanno la responsabilità di esplorare e adottare concretamente nuovi modelli di impresa circolare, garantendo la creazione e conservazione di valore lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti”.

I due esperti ricordano come anche le istituzioni nazionali e internazionali hanno la responsabilità di fornire il proprio contributo attivo per favorire la transizione verso un modello economico circolare attraverso l’emanazione di nuove politiche, la definizione di incentivi finanziari e non finanziari e la riduzione delle barriere normative.

Primo importante contributo in tal senso è stato fornito dall’Unione europea che nel 2014 ha adottato un Piano d’azione per contribuire ad accelerare la transizione dell’Europa verso un’economia circolare, che comprende 54 azioni pensate per lo sviluppo della circolarità del ciclo di vita dei prodotti, partendo dai processi produttivi fino alla corretta gestione dei rifiuti e delle materie prime secondarie.

LA TRANSIZIONE ENERGETICA – Toni Federico, componente del comitato scientifico della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha ricordato il nesso stretto, causale, tra la crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo, determinato in gran parte dalle modalità di uso delle risorse naturali dalle quali ricaviamo l’energia.

“La base scientifica del cambiamento climatico è ormai piuttosto evidente e condivisa, al di là di ogni polemica o negazione: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra – evidenzia Federico. “Le basi scientifiche delle dinamiche climatiche sono affidate ad un panel di scienziati appartenenti a tutti i maggiori istituti di ricerca del mondo, l’International Panel on Climate Change (Ipcc), che ha finora prodotto cinque rapporti di assessment climatici e si appresta a pubblicare il prossimo, AR6, nel 2022. Si tratta di un’impresa scientifica epocale in termini di investimenti e di partecipazione, che sta via via cancellando ogni illusione negazionista, in particolare quella che non sarebbero le attività umane l’origine dei cambiamenti climatici – continua Federico. “A Parigi, nel dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative, in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. Poiché la quota delle emissioni serra attribuibile agli usi energetici dei combustibili fossili si avvicina all’80 per cento, l’ipotesi di contenere i cambiamenti climatici è condizionata da una trasformazione del modello globale della produzione e del consumo dell’energia. Nell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile l’obiettivo SDG 13 (lotta ai cambiamenti climatici), i cui target sono fissati dall’accordo di Parigi, è strettamente connesso allo SDG 7 (energia pulita ed accessibile), i cui target prescrivono aumenti adeguati delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, in un quadro di garanzie di un accesso equo all’energia. Questo mutamento, assieme alle implicazioni di carattere sociale ed ambientale, è l’asse di quella che chiamiamo transizione energetica”.

Infine Fabrizio Barca (Fondazione Basso) e Patrizia Luongo (Forum Disuguaglianze Diversità), nel loro intervento, si sono soffermati sul problema delle disuguaglianze nel quadro europeo. “Nell’ultimo trentennio, si è arrestata in tutta Europa e nel resto dell’Occidente la caduta delle disuguaglianze – hanno evidenziato. “In molti Paesi europei, tra cui l’Italia, la disuguaglianza dei redditi disponibili, misurata dall’indice di Gini, è risalita a valori di fine anni Settanta. Il divario di genere rimane straordinariamente elevato. È ancora alta la percentuale di individui che vive in condizioni di povertà o esclusione sociale e in alcuni Paesi europei, come Grecia, Italia e Spagna, tale percentuale è in crescita. Elevate e spesso in crescita sono anche le disuguaglianze nell’accesso a servizi pubblici di qualità e nel riconoscimento dei propri valori. Le disuguaglianze appaiono fortemente concentrate sul piano territoriale e i divari si vanno accrescendo – hanno continuato i due studiosi. “Un’analisi condotta su oltre 60mila distretti elettorali mostra una forte relazione fra voto anti-europeo e declino economico di medio-lungo termine, che coglie le politiche sbagliate o l’abbandono di quei territori da parte delle classi dirigenti nazionali. Questo stato di cose non è il risultato di un processo ineluttabile e quindi al di fuori del nostro controllo, ma piuttosto di una inversione a U delle politiche pubbliche, della perdita di potere negoziale del lavoro e di un cambiamento del senso comune”.

Barca e Luongo ritengono quindi indispensabile invertire la rotta con politiche pubbliche radicali che mirino a ridurre la disuguaglianza e ad accrescere la giustizia sociale, riequilibrando poteri e modificando i meccanismi di formazione della ricchezza: cambiamento tecnologico, rapporto lavoratori-imprenditori, passaggio generazionale.

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