Economia & Finanza

Uno studio Inapp sulla dispersione del lavoro

La relazione tra la distribuzione del lavoro all’interno delle imprese e la dinamica della produttività e dei salari è al centro di un interessante studio curato da Valeria Cirillo, Michele Raitano e Andrea Ricci e pubblicato di recente dall’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, ente pubblico di ricerca (ex Isfol).

Il lavoro è stato condotto grazie ad un’originale database che assembla le informazioni sulle imprese delle banche dati Asia e Aida e le informazioni sulle carriere lavorative degli individui derivanti dal Sistema delle comunicazioni obbligatorie (Sisco).

La premessa della ricerca è di scenario, ricordando come la digitalizzazione dei processi produttivi comporti una profonda rimodulazione delle strategie di business su scala globale definendo una crescente frammentazione delle fasi della produzione e una conseguente riconfigurazione dell’organizzazione del lavoro a livello di impresa. “Tale riconfigurazione del lavoro all’interno dell’impresa è avvenuta contestualmente all’implementazione di riforme che hanno modificato l’assetto istituzionale del mercato del lavoro, rendendo possibile il ricorso a maggiore flessibilità numerica sia esterna sia interna – si legge nel documento.

I dati italiani confermano questo trend ormai caratteristico di tutti i Paesi occidentali, dove, tra l’altro, le trasformazioni tecnologiche, organizzative e istituzionali nel funzionamento dei mercati interni del lavoro si sono sovrapposte ad un andamento stagnante della produttività e delle retribuzioni medie,

Tra il 2003 e il 2018, la percentuale dei contratti a tempo determinato sul totale è aumentata di ben sei punti, passando dal 7,3 al 13,4 per cento. Il ricorso al part-time nello stesso periodo è addirittura cresciuto di dieci punti netti, transitando dall’8,4 al 18,4 per cento. A causa soprattutto dell’inefficacia di politiche di accompagnamento orientate verso l’innovazione e la riqualificazione del capitale umano, la crescita della flessibilità ha implicato un aumento significativo della dispersione della quantità di lavoro all’interno delle imprese. E una maggiore dispersione del lavoro corrisponde “a una sua peggiore distribuzione fra lavoratori, tale per cui alcuni lavorano tutto l’anno nella stessa impresa e altri solo pochi giorni durante l’anno”.

La dispersione incarna, pertanto, un aspetto speculare della segmentazione dei mercati interni tra gruppi di individui con contratti di lavoro a tempo indeterminato e orario full-time e gruppi di occupati con contratto a tempo determinato e orario ridotto.

Gli autori concludono che una maggiore dispersione del lavoro rischia di esercitare una pressione verso la moderazione salariale e di alimentare la crescita delle disuguaglianze nelle opportunità professionali e reddituali tra lavoratori all’interno delle stesse imprese.

Scrivono, nel dettaglio, Cirillo, Raitano e Ricci: “La domanda di maggiore flessibilità (numerica) nella gestione dei rapporti di lavoro da parte del sistema delle imprese è stata spesso argomentata con la necessità di far fronte alle pressioni competitive sui mercati internazionali e con l’opportunità di adattare l’organizzazione delle risorse umane ai cambiamenti strutturali connessi alla diffusione delle nuove tecnologie dell’automazione e della digitalizzazione dei processi produttivi. Gli interventi di riforma dell’assetto istituzionale del mercato del lavoro si sono inseriti su queste tendenze di fondo indirizzando ancor più la riconfigurazione dei modelli di business verso una progressiva segmentazione dell’organizzazione del lavoro within-firm. L’aumento della dispersione delle giornate lavorate riflette in qualche misura la transizione verso un nuovo modello organizzativo di impresa caratterizzato da una elevata segmentazione interna del lavoro e una crescente disuguaglianza nelle prospettive professionali e occupazionali. La quota di lavoratori a bassa intensità di lavoro – tipicamente allocati in quelle funzioni maggiormente soggette a offshoring e ritenute non-core dalle imprese – tende ad aumentare sino quasi a equiparare la quota di lavoratori con contratti a tempo indeterminato e orario full-time”.

Nello studio tali fenomeni sono analizzati da uno specifico punto di vista, quello della relazione che lega la dispersione di lavoro all’interno dell’impresa – e quindi la sua relativa distribuzione – all’evoluzione della performance produttiva e reddituale delle società di capitali operanti nel periodo che intercorre tra il 2009 e il 2016.

La disponibilità di un dataset originale e l’applicazione di modelli di regressione lineare permettono di dimostrare che la dispersione dell’intensità lavorativa all’interno dell’impresa tende a penalizzare la crescita della produttività e dei salari nell’insieme dell’economia italiana. Un risultato che è comune (nel segno negativo) alle imprese della manifattura e a quelle dei servizi, alle aziende di grandi dimensioni e alle piccole realtà produttive con meno di 50 dipendenti.

Quali le molteplici cause di questo fenomeno?

Gli autori individuano innanzitutto “un organizzazione caratterizzata da elevata disuguaglianza nelle opportunità lavorative”, che tende quindi ad indebolire gli incentivi a investire in capitale umano on-the-job e a frammentare quel processo di accumulazione di conoscenza tacita che si alimenta nei rapporti contrattuali di lungo periodo e che ha benefici effetti sulla competitività.

In secondo luogo evidenziano come un’elevata segmentazione dei mercati interni del lavoro possa produrre minore capacità di coordinamento e cooperazione tra gli individui, con conseguenze negative sull’efficienza produttiva.

Le analisi econometriche suggeriscono, pertanto, che riforme del mercato del lavoro che inducono un incremento della flessibilità numerica sia interna sia esterna – attraverso la diffusione dei contratti atipici o il ricorso crescente al part-time – rischiano di erodere margini di competitività e di salario, se non accompagnate da interventi di politiche pubbliche che favoriscano scelte di investimenti in innovazione e capitale umano specifico e che ri-orientino pertanto il modello di competitività di costo perseguito dalle imprese italiane. Proprio tali politiche, salvo qualche rara eccezione, sono mancate negli ultimi decenni nel nostro Paese.

produttività, lavoro


Leave a Comment