Speaker's Corner

La nuova lotta di classe

Quando a una fascia sociale vengono negati per troppo tempo libertà e possibilità di crescere, quando viene sfruttata troppo e troppo a lungo, quando troppo a lungo prova sulla propria pelle l’impossibilità di cambiare lo stato in cui è costretta a vivere, da qui nascono le ribellioni, le rivoluzioni, quei moti sociali che portano a cambiamenti reali in società altrimenti fossilizzate nelle loro strutture. 

Se la libertà commerciale ed economica ha portato enormi avanzamenti nel mondo intero, riuscendo a portare un miliardo di persone fuori dalla povertà, se le conquiste sociali degli ultimi cent’anni hanno portato alla costruzione di welfare in grado di intervenire sulle fasce più deboli della popolazione, se la tecnologia ha portato la possibilità di informazione e di interazione a tutti i livelli e a tutte le culture, l’incapacità di gestire questi fenomeni in modo equilibrato ha portato alla scomparsa quasi totale della fascia intermedia, di quella piccola e media borghesia che costituiva il nerbo sociale delle civiltà occidentali. 

E il risultato è un enorme disequilibrio nella società stessa, che non può reggere con una struttura che non abbia una scala sociale formata da gradini non troppo distanti uno dall’altro.  In particolare in una nazione come quella italiana, dove le piccole imprese sono la spina dorsale dell’economia e dove la borghesia ha formato per troppo tempo la maggioranza silenziosa, quella massa inerte e imbelle che ha accettato le derive di ogni minoranza ben più agguerrita e prepotente, i cambiamenti sono stati devastanti e i risultati sono di fronte a tutti noi. 

La nostra nazione, piccolo gioiello in grado di miracol mostrare in ogni campo, si è ormai ridotta ad un paese decadente, sporco, con opere e spazi pubblici al limite della resistenza (come insegna il ponte Morandi), con una capacità imprenditoriale sempre più ridotta, una burocrazia soffocante e una classe politica imbarazzante.  

Già, la politica. A cui vengono addebitate gran parte delle colpe, e che molte ne ha. Ma non tutte, se è vero che la selezione la facciamo noi con il voto e con il nostro impegno diretto. 

Che utilizza la paura e lo smarrimento per raccogliere i voti di chi non si riconosce più in questo mondo diverso e forzatamente “internazionalizzato” (la Lega). 

Che raccoglie chi è stanco di vedere l’utilizzo del denaro pubblico per l’interesse di pochi con opere inutili e costose e con una corruzione imbattibile (i 5S). 

Che vuole continuare ad amministrare il bene pubblico come fatto fino ad oggi, con una burocrazia inutile, con leggi farraginose, con una giustizia altalenante, con accordi e spartizioni utili solo al proprio mantenimento (dal PD a tutti gli altri partitelli di potere). 

E non a caso chi ritiene che l’immigrazione sia da gestire con fermezza e umanità, chi pensa che l’intervento dello Stato debba essere quello del regolatore e non del dispensatore di favori, che la giustizia non debba essere in mano a correnti politicizzate, che il lavoro sia la prima emergenza italiana, che le opere pubbliche di ammodernamento siano da fare e che siano da fare con diligenza ed onestà, che i corrotti debbano essere puniti in modo esemplare, che ama il proprio paese e lo vorrebbe vedere di nuovo bello e orgoglioso, tutti costoro non votano più. 

Non si possono sentire rappresentati da una classe politica becera o incapace o talmente capace da aver creato i disastri in cui tutti i giorni viviamo e soffriamo. 

E non è con un’ennesima proposta moderata, un movimento di gente paludata e pronta al compromesso con chiunque per una misera poltrona che si riuscirà a smuovere qualcosa.  

E’ il momento della rivoluzione delle cravatte, un simbolo ormai antico di impegno e serietà da utilizzare come bandiera per far capire che basta, non accettiamo più. 

E’ il momento della mancanza di moderazione, perché di pazienza ne abbiamo avuta troppa e per troppo tempo, e chi è moderato oggi vuole solo prendere e perdere tempo, senza risolvere nulla. Per questo la cravatta non deve essere il vecchio simbolo del cappio intorno al collo, ma della libertà di scelta, libera e aperta. 

E’ il momento di una vera presa di coscienza per tutta la generazione post-settantottina, quella che ha pagato le conseguenze, a volta pensando persino di essere furba, della mancanza di serietà e di impegno che sono le peggiori eredità che ne sono derivate.  

E’ il momento di scendere in piazza, di farsi vedere, di muoversi, di schierarsi. Ne saremo capaci?

immigrazione, moderati, destra, liberali, liberismo

1 comment

Franco Puglia 03/09/2019 at 17:04

Ciao Andrea. Bello scritto, lo faccio mio e lo pubblico.
Chissà quando riusciremo davvero a scendere in piazza in massa, a Torino come a Milano, ed altrove, per riprenderci il Paese che ci è stato rubato !
Ad majora !

Franco Puglia

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