Politica interna

Berlusconi: Aggiungi un Posto alla Tavola Giallorossa

Berlusconi rappresenta una macroscopica anomalia oltre che un’incognita in questa crisi di governo. Certamente sulla scena non è più il mattatore di un tempo e le sue comparsate pubbliche si risolvono frequentemente in uno spettacolo avvilente. Ad esempio dopo la consultazione con Mattarella per evitare di impappinarsi (come nei comizi elettorali) ha tirato fuori il testo di un discorso preparato e provato in camerino.

Ma a dispetto del basso profilo, della lucidità intermittente e del tonfo elettorale alle europee, l’ex Papi ha a disposizione una truppa tuttora molto consistente. Forza Italia conta 61 senatori, il gruppo parlamentare più numeroso dopo il contingente grillino (109 senatori), e poco davanti alla Lega Nord (58 senatori). Alla Camera i bersluscones sono 104, nonostante le tante illazioni sulle scissioni e gli abbandoni (tipo quello di Toti, che è durata meno di un mojito al Papeete).

Ufficialmente Berlusconi, durante le consultazioni, ha chiesto a Mattarella di conferire un mandato per verificare la possibilità di un governo di centrodestra. Ma considerato che in Parlamento i tre partiti (ex) alleati alle politiche non hanno la maggioranza, si tratta di una tale Supercorazzata Potemkin che nemmeno gli inservienti di Arcore o i giornalisti di famiglia la ripetono senza scoppiare a ridere. E persino in un paese di vili e traditori come l’Italia trovare una cinquantina di parlamentari disposti a vendersi in un paio di giorni è compito arduo.

Allora cosa bolle in pentola ad Arcore (a parte i fagiolini da 80 euro al chilo)? Per capirlo bisogna fare un passo indietro. L’exploit elettorale di Salvini è stato favorito da due calcoli specularmente sbagliati di Renzi e di Berlusconi.

Il primo ha lasciato al Ruspa un enorme spazio sulle reti Rai pensando così di agitare lo spettro del razzismo e del fascismo e di conseguenza provocare il rigetto nell’elettorato moderato e il compattamento della sinistra.

Berlusconi analogamente oltre a conferire a Salvini il monopolio della presenza sulle reti Mediaset gli ha addirittura confezionato programmi ad hoc, specializzati nell’infondere paure inconsce e avversione ai clandestini nell’elettorato poco istruito conservatore o xenofobo.

Secondo i calcoli scombiccherati di Berlusconi ogni voto preso da Salvini sarebbe finito nel suo carniere. Infatti fino al 4 marzo 2018 Berlusconi era convinto di surclassare la Lega nella conta dei voti e quindi di mantenere la leadership del centrodestra. Il responso delle urne lo ha lasciato tramortito per giorni.   Ripresosi dal colpo, con il rischio incombente che i grillini gli togliessero le concessioni televisive, Berlusconi è dovuto scendere a patti con Salvini e continuare a dargli tutto lo spazio mediatico che la Lega pretendeva in cambio di protezione per le sue televisioni. Con un governo giallorosso lo sfondo di cartapesta sul palcoscenico politico cambia in modo drastico. Le concessioni televisive sono di nuovo sotto scacco e prive di protezioni. La linea di difesa per Berlusconi oggi passa dalla riconquista dei voti leghisti in tempi brevi.

In sostanza dovrà attuare due manovre:

  • 1) assicurare un tacito appoggio esterno al nuovo governo e garantirgli i voti necessari (o l’astensione) nelle fasi più critiche (ad esempio la legge di bilancio);
  • 2) utilizzare tutta la potenza di Mediaset contro Salvini (ritenuto ormai inaffidabile) che appare un pugile suonato senza alcuna moneta di scambio (a parte le giunte regionali).

In sostanza il governo giallorosso avrà un socio occulto che, come la stramba coppia Renzi – Di Maio, considera le elezioni con lo stesso entusiasmo di Bertoldo per la scelta dell’albero. Quindi finché Salvini non avrà dimezzato le percentuali nei sondaggi il governo rimarrà solidamente in sella. E difficilmente rivedremo Dibba leggere il testo delle sentenze di fronte alla Villa di Arcore.

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Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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