Economia & Finanza

Il 3%

Si sente spesso i politici (e qualche economista) evocare il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil imposto dal Trattato di Maastricht. Non vorremmo provocare un colpo apoplettico in coloro che hanno scarsa dimestichezza con il mondo reale, ma ci preme spiegare che questo vincolo rigido di fatto non esiste più. 

Tecnicamente, come spesso succede sulle congerie di regole iscritte nei Trattati della UE, la norma sembra essere scritta per generare molteplici interpretazioni o confusioni. Ma per chi ha la pazienza di seguire un ragionamento complesso ecco una sintetica esposizione di come è evoluto il quadro della governance fiscale nell’EMU e come viene applicato nelle discussioni tra governi nazionali, Commissione UE e Consiglio Europeo. Insomma vi spieghiamo cosa significa in soldoni “ce lo chiede l’Europa”.

Il vincolo del 3% (disavanzo su Pil) fa il suo esordio ufficiale nel Trattato Maastricht come parte di un percorso di convergenza verso una disciplina di bilancio omogenea fra gli stati membri che intendono partecipare all’unione monetaria. Però quando l’Unione monetaria Europea era sulla rampa di lancio, nel 1997, ci si accorse che i parametri di Maastricht cessavano di essere vincolanti nel momento in cui l’euro avesse visto la luce. In altri termini erano parametri che guidavano la convergenza, ma non la gestione dell’Unione Monetaria. Per cui i limiti al deficit e al debito vennero inseriti in un nuovo documento, il Patto per la Stabilità e la Crescita che definiva le regole per tutti i paesi che avevano adottato l’euro.

Durante la crisi dei debiti sovrani nel 2011, e dopo che il limite del 3% era stato ampiamente e ripetutamente superato da molti (incluse Francia e Germania), la confusione che ne seguì rese necessario rivedere tutto l’impianto. Pertanto nel 2012 venne emesso un nuovo Regolamento, il Fiscal Compact, incentrato su nuove regole per guidare la riduzione del rapporto debito/Pil per tutti i paesi dell’area euro al di sotto del 60%. 

In particolare secondo il Reg 1175/2011 che stabilisce un MTO (Medium Term Objective, rivedibile ogni 3 anni) ogni stato deve mantenere il bilancio pubblico in avanzo o in pareggio. Più precisamente il disavanzo non può superare lo 0,5% del PIL (o l’1% per i paesi con un debito pubblico basso), calcolato al netto dei fattori ciclici o di shock temporanei (ad esempio, terremoti o alluvioni).

In altre parole, all’interno del limite superiore del 3% di deficit, gli stati membri che necessitano di un aggiustamento più robusto dei conti pubblici devono ridurre gradualmente il disavanzo di una percentuale ben maggiore fino ad arrivare all’MTO. Per queste ragioni il 3% per l’Italia non vale più.

La cronaca, con i DEF che fissano il limite una volta al 2,4, poi al 2, poi all’1,8 ecc. lo dimostra plasticamente anche a coloro che hanno dormito per circa un decennio.

Paradossalmente se avessimo raggiunto il pareggio di bilancio strutturale (o avessimo anche solo raggiunto l’MTO), in situazioni di recessione o stagnazione potremmo fare deficit fino alla fatidica soglia del 3%. Invece avendo buttato nella toilette i benefici dell’entrata nell’euro grazie all’incompetenza del trio Berlusconi-Bossi-Tremonti e poi con i governi successivi avendo impostato finanziarie alla Ionesco, ci troviamo alla vigilia di una recessione mondiale a dover stringere la cinghia ben oltre l’ultimo buco.

3%,parametri Pil debito, Maastricht, Europa, vincoli, Fiscal Compact

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 24/08/2019 at 18:24

Il quadro è perfetto. Credo che prima e a prescindere dalle regole EU che abbiamo sottoscritto, siano i mercati a stabilire la credibilità di un Paese indebitato come il nostro, e con una teoria salviniana – col trio Borghi, Bagnai e Rinaldi – che propongono di “dare uno scossone all’economia” facendo più spesa corrente e diminuendo le entrate con la c.d. flat tax.
lo sviluppo passa da un sertioo progetto di riforme. Mi riferisco a Cottarelli per rapidità. L’Italia è ferma da troppi anni e ha bisogno di una strategia credibile di sviluppo; creare un ambiente attrattivo all’investimento: riforme, + investimenti in scuola università, formazione continua, R & S; Merito, Concorrenza e Mercato a 360°

Reply

Leave a Comment