Politica interna

Il Patto del Bostik Giallo-Rosso

Gli stracci intrisi di veleno che volano nei Palazzi romani tra gli ex soci del governo somarista sono lo squallido epilogo della stagione politica più avvilente e squinternata dai tempi del primo centrosinistra che distrusse il miracolo economico italiano.

Tanto per dirne una l’Avvocato del Popolo, nonché luminare della New York University devoto a Padre Pio, oggi rivendica la sua superiorità morale su Salvini (che fino a due settimane fa lo portava al guinzaglio) riguardo il caso della nave Open Arms e le politiche dell’immigrazione. Proprio lui che per dare man forte alle ubbie di onnipotenza del DJ Ruspa sull’analogo caso della nave Diciotti si era autodenunciato insieme a Di Maio e Toninelli.

L’epilogo di questa telenovela è deciso. Sul proscenio di un Parlamento ridotto a bivacco di manipolatori, le mezzetacche miracolate dal voto di un elettorato semianalfabeta, inebetito dallo tsunami di bestialità assortite sull’uscita dall’euro, si sono rinfacciati tradimenti, pugnalate alle spalle, attaccamento alle poltrone, accordi con Berlusconi o Renzi.

Ma i vertici barcollanti del Mo-vi-mento hanno stilato da giorni un patto di sangue infetto con Renzi e Zingaretti (quest’ultimo obtorto collo) il cui collante è il terrore dell’infausto destino di ritrovarsi senza seggio in Parlamento. I Grillini sarebbero usciti decimati dalle urne e i parlamentari renziani non sarebbero stati più ricandidati o quanto meno non in collegi sicuri per far spazio ai nuovi padroni zingarettiani (come abbiamo spiegato con Alberto Forchielli nel video di Inglorious Globastards riproposto in basso).

La risibile baldanza con cui i 5 Stelle sommergono i loro adepti di roboanti dichiarazioni, del tipo «Con Renzi non ci siederemo mai al tavolo», hanno un sapore di truffa mediatica casaleggianamente confezionata per coprire la giravolta con lingua in bocca al “PD meno elle” ovvero “Partito di Bibbiano”.

Ma la Fossa delle Marianne di Vergogna è stata raggiunta da quel Salvini che esigeva i pieni poteri e adesso al massimo si ritroverà a zappare i vuoti poderi della sua tracotanza. Una moltitudine vigliacca di parlamentari legaioli hanno chiamato gli ex compagni di merende per provare a ricucire in extremis coprendosi il capo di ceneri tossiche appositamente recapitate da Chernobyl. Persino Salvini piagnucolava di avere il telefono “sempre acceso” come un fidanzatino debosciato e speranzoso. L’ex tracotante Padrone d’Italia strisciava sullo zerbino di Casaleggio giurando di voler ritirare la mozione di sfiducia al “Mio Presidente del Consiglio” (cosa puntualmente avvenuta ma ormai fuori tempo massimo).

Nel suicidio collettivo del Culto della Ruspa persino uno come Giorgetti che ha fama di essere una testa lucida (figuratevi gli altri) ha dovuto ingurgitare la pozione letale. I 5 Stelle riferivano ai giornalisti (infierendo con l’impietosa crudeltà dell’amante tradito) lo stupore di peones vicini a Salvini: «Salvini ha perso la testa. Dev’essere stato Verdini a convincerlo e per questo sta tornando con Berlusconi». Per misurare il livello di disperazione basti pensare che Salvini pur di riafferrare almeno un brandello di potere aveva addirittura offerto la Presidenza del Consiglio a Di Maio ricevendone persino un rifiuto sdegnato accompagnato da una profetica minaccia (come nelle tragedie greche recitate dalle filodrammatiche di strapaese): «Salvini pagherà per quello che ha fatto».

Oggi iniziano le consultazioni su uno spartito già scritto. Napolitano non si è nemmeno scomodato dalle ferie per questo rito superfluo. Tra Casaleggio e Renzi resta da decidere il nome del Presidente del Consiglio (Cantone in pole position) e la distribuzione dei ministeri. Poi decollerà l’ennesimo governo dedito al saccheggio dei conti pubblici per pasturare clientele fameliche e alle miserevoli sceneggiate “chiagne & fott” in Europa per evitare un minimo di disciplina fiscale.

Qual è la morale della crisi del governo somarista? In sostanza ci siamo tolti dai piedi Salvini e la sua corte dei miracoli minkio-liristi in attesa che i giudici bonifichino le residue trincee legaiole con l’inchiesta sul Russiagate e i traffici con Putin. Il prossimo governo, appoggiato da una coalizione di incapaci conclamati, sperabilmente termovalorizzerà le frattaglie dimaiali e le scorie renziane. Ma non sarà una stagione breve di governo, perché sarà sostenuta da una voglia irrefrenabile di tenersi abbarbicati al potere.

Saremo noi a dover utilizzare questi mesi per costruire un’offerta politica che rimuova le macerie morali e materiali di questa legislatura, e possa invertire la rotta del cinquantennale declino italiano. Ora o mai più dobbiamo rimboccarci le maniche, smettendola di piangerci addosso.

Governo gialloverde, Conte, Salvini, PD,declino

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

3 comments

Christian 21/08/2019 at 17:14

Ciao Fabio, condivido in larga parte il tuo pensiero. Mi faccio una domanda : Ma se in realtà Salvini avesse ottenuto di arrivare dove effettivamente voleva, ovvero fuggire dalla finanziaria e poter cavalcare nuovamente l’opposizione? Sperando in questo modo di consumare definitivamente i suoi avversari per la prossima tornata elettorale che comunque prima o poi arriverà

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Dario Greggio 21/08/2019 at 23:34

sublime 😀

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sc 29/08/2019 at 17:03

Credo ci sia un errore :Napolitano o Mattarella?

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