Economia & Finanza

La Dicotomia Devastante in Italia è tra Settore Pubblico e Privato

Il vero problema dell’Italia è che ne esistono due. Tra non molto probabilmente andremo ad elezioni politiche da cui dovrebbe scaturire un nuovo governo; con una nuova linea di politica economica e probabilmente una nuova visione del Paese e della sua collocazione internazionale, in Europa, nell’euro, come anche nelle alleanze strategiche (sottoscritte dai padri fondatori della nostra Repubblica, dopo il disastro velleitario del Fascismo guerriero e tragicomico alleato del Nazional-Socialismo Tedesco).


Riuscirà la visione del nuovo Governo a comprendere l’essenza dei problemi dell’economia e della società Italiane, che sono prevalentemente il risultato di una latente duplicità? In molti immediatamente penseranno al solito, evidente, divario Nord-Sud.


Visto da Nord quel divario è il risultato del “carattere” meridionale, dell’eccessiva tolleranza nei confronti dell’infiltrazione criminale, se non la sua più o meno tacita accettazione; mentre da Sud, non senza una dose di vittimismo, i meno avveduti continueranno ad accusare il Nord di “egoismo”, mentre quelli un po’ più consapevoli punteranno il dito verso il tradimento perpetrato per decenni dalla classe politica ed amministrativa, incapace di predisporre ed implementare, se non efficaci politiche di sviluppo, almeno le condizioni essenziali per uno sviluppo economico e civile autonomo.


Entrambe le parti hanno una parte di ragione, ma questo non risolve il più preoccupante dei risultati osservati: ovvero che il Pil pro-capite del Sud resti oggi inchiodato al 62% della media europea. Per contrasto alcuni paesi dell’Est europeo o della regione baltica, pur partendo da “zero” ventotto anni fa, con le politiche giuste, nonché’ utilizzando laboriosamente ed intelligentemente i fondi strutturali europei, hanno superato il 70% e qualcuno ormai sfiora l’80%, con ulteriori prospettive di crescita.


Quello del divario Nord-Sud non è IL problema dell’Italia, anzi forse ne è soltanto una delle sue più macroscopiche e perniciose conseguenze.


Un recente articolo del Sole 24Ore racconta di un’Italia la cui produttività cresce di più di quella di Francia e Germania ed il doppio della Spagna. Sorprendente, vero? Ma non c’era un problema strutturale di carenza di crescita di produttività in Italia? Purtroppo è ancora vero, ma le sue cause sono non solo facili da identificare ed isolare, ma se si volesse reversibili.


L’Italia divisa in due non è solo quella della ritrita divisione geografica. A “vincere” non è solo il Nord, ma più in generale il Settore Privato Italiano; quello per il quale non serve invocare flessibilità sul deficit, per consentire irresponsabilmente di spendere ed assumere di più nel Settore Pubblico.
Anzi, senza paura di essere smentiti, si può affermare che, se esistesse solo il Settore Privato dell’economia Italiana, non rischieremmo mai di essere sbattuti fuori dall’euro con le probabili conseguenze di una catastrofe di dimensioni bibliche.


Ecco allora che ci appare chiaro come il problema del nostro Paese sia quello dell’esistenza anche di quell’altra Italia, quella parassita ed improduttiva, rappresentata dal larghe fette del suo Settore Pubblico. Il Settore Pubblico, estensivamente rappresento da tutto ciò che ruota intorno alla spesa pubblica, pesando per la metà dell’economia e rendendo molto poco rispetto alle risorse impiegate, rappresenta una gigantesca palla al piede per l’intero Paese, ed in termini relativi, più al Sud, dove ha un peso ancora maggiore, che al Nord.


Sarebbe auspicabile perciò che il nuovo Governo comprendesse questa elementare verità e con l’occasione dell’implementazione della tanto agognata Flat Tax – invece di seguire improbabili pifferai magici o ciarlatani “sovranisti” – iniziasse il ri-bilanciamento in senso privatistico dell’economia Italiana, questa volta sì sovranisticamente iniettando dosi massicce di produttività nel sistema economico nazionale, oltre a dinamicità ed entusiasmo nella società civile del Paese.


Un tale programma però, non si realizza con uno schiocco di dita, perché richiede un lungo percorso, una preparazione certosina e potrebbe anche avere conseguenze inizialmente negative (cosa che in un Paese strutturalmente miope e privo di pazienza e dell’autostima necessaria per una visione di lungo periodo, potrebbe ancora una volta essere abbandonato prima di essere portato a compimento). 
Come tutte le “marce”, anche di mille miglia, anche quella per la ri-efficientazione del sistema Italia deve essere fatta iniziare con uno o più passi deliberati.


Da The Economist, nell’ultimo anno, abbiamo appreso che la nostra spesa pubblica pro-capite è del 40% superiore a quella della Spagna, che ha, secondo l’articolo qui allegato una produttività di meno della metà di quella del Settore Privato Italiano; e ciò malgrado – stante il minore mix di spesa pubblica sul totale – quel Paese riesce a crescere di più dell’Italia! Capito l’entità del problema?


Avere il 140% di spesa pubblica rispetto ad un competitor diretto, nell’area mediterranea dell’Europa, e comunque anch’esso nell’area euro, significa che discostarsene troppo (dando troppo spazio al Settore Pubblico) equivale ad un autentico suicidio in termini di competitività e di crescita relativa. 
Quel 140% significa che, per tornare pari, la nostra spesa pubblica, ovvero il primo indicatore dell’invadenza del Settore Pubblico, dovrebbe essere tagliata del 29 e rotti per cento, ovvero a dati attuali di circa 220 miliardi.


Panico tra i keynesiani: se un tale programma venisse realizzato, assisteremmo alla sottrazione dall’economia nazionale di una enorme quota di attività economica, concentrata nel Settore Pubblico, ma che sappiamo caratterizzata da una dinamica asfittica della produttività. In sostanza, sarebbe meglio che fosse svolta o sostituita da altre attività del Settore Privato, cui quelle risorse andrebbero restituite per essere semplicemente impiegate meglio.


Senza entrare in complesse analisi econometriche inter-temporali, varrebbe però la pena di domandarsi, che cosa succederebbe al PIL Italiano se all’attività economica privata sostitutiva, si applicasse una crescita della produttività, diciamo, del 3%? E cosa se, sulla porzione di spesa trasferita dal Settore Pubblico a quello Privato, fino a raggiungere i 220 miliardi totali, per esempio, in 10 anni, a scaloni crescenti, la produttività andasse ad equipararsi progressivamente al resto del Settore Privato?

Ecco una buona politica economica di recupero di Sovranità: 220 miliardi di Euro di spesa pubblica in meno in dieci anni, 70 miliardi, quelli più oscenamente identificabili come sprechi in due, con conseguente azzeramento del deficit e progressivo taglio delle imposte.


Quelle imposte che in Italia raggiungono livelli demenziali, disincentivando tutto – investimenti, assunzioni a tempo indeterminato, di giovani, donne ed ultracinquantenni – e che a causa del fardello di debito pubblico accumulato, nei primi tre anni – pur in presenza dei tagli di spesa – andrebbero ridotte un po’ meno della spesa – (tipo 10 miliardi il primo anno, 7 il secondo, 5 il terzo, 3 il quarto, 2 il quinto…) – dovendo innescare una dinamica positiva del rapporto debito/PIL, che conduca lo spread a livelli minimi.


Quando il differenziale tra il costo di provvista del settore pubblico Italiano sarà sceso, per esempio, a 30 punti base, o anche meno – dai duecento e passa attuali – ed il rapporto debito/PIL si sarà ridotto di alcuni punti percentuali all’anno, (per l’effetto congiunto dei tagli alla spesa e della crescita del PIL, derivante dagli aumenti di produttività), il tutto si tradurrebbe in notevoli risparmi da interessi, ovvero nell’equivalente di altrettanti tagli di spesa inutile, liberando ulteriori margini per un’ulteriore riduzione delle imposte.


Ecco realizzata la Flat Tax o qualcosa di simile, ma su basi solide, avendo rafforzato il comparto produttivo dell’economia Italiana, ed incrementato enormemente la sua capacità competitiva.
Questa sarebbe una politica intelligentemente Sovranista! 


Ma il lavoro non sarebbe finito qui: ci sarebbe, infatti, da impegnarsi a migliorare la produttività del resto del comparto dell’economia ancora gestito dal Pubblico. Per esempio, implementando la “rivoluzione culturale, e liberale, dei bilanci a base zero, in cui tutti gli anni tutte le spese andranno ridiscusse e passate attraverso un pettine molto stretto, efficientando tutto ciò che rimane, per capire come continuare a ridurre e provare ad eliminare TUTTO ciò che è inutile, poco produttivo, se non dannoso per l’economia e la società nel suo complesso. 


Seguendo un simile percorso, quando la tassazione sarà scesa al 25% del PIL, o anche sotto quel livello, e si capirà che tassare le aziende è una sciocchezza sesquipedale – perché esse accumulano capitale, attraverso il quale contribuiscono alla crescita dell’occupazione – e che a dover essere tassati, moderatamente, sono i redditi da lavoro e le “rendite finanziarie”, state certi che si saranno ecceduti tutti gli obiettivi dei Sovranisti de’ noantri e che, per quelli che la mettono sul piano della sfida nazionalistica, a “tremare” sarebbe la Germania, perché saremo diventati noi quei cattivoni che fanno crescere di valore l’euro, e non l’esatto contrario come accade oggi.

spesa pubblica PA, settore pubblico, privato,


2 comments

Dario Greggio 21/08/2019 at 12:42

statali di merda 😀

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Luca Celati 27/08/2019 at 22:01

Totalmente d’accordo, solo troppo bello per essere vero. Per fare qualcosa di simile, dovremmo esiliato x 5 anni la popolazione italiana diciamo in Groenlandia, tenendo solo gli altoatesini!

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