Speaker's Corner

Roma e quel debito da 12 miliardi

Altro che “Grande bellezza”, per quanto sarcastica. Gli aggettivi per Roma, per lo più negativi, ormai si sprecano. Riportarne una manciata sarebbe un inutile stillicidio. 

Da troppi anni la Capitale è finita in una spirale di evidente decadenza. E, per molti analisti, anche internazionali, rappresenta ormai l’emblema del disastro del paese. O perlomeno di una grossa fetta del Belpaese, ad essere buoni.

Se Ottaviano Augusto si vantava di aver trovato una città di mattoni e di restituirla di marmo, gli ultimi sindaci, spalleggiati da tanti galantuomini, hanno rivalutato soprattutto il laterizio. Per giunta, di pessima qualità. 

Il guaio vero, strutturato, profondo, è che, in città, mancano del tutto segnali in controtendenza. Barlumi di speranza. 

La metropoli, di fatto, quotidianamente sopravvive. Alla giornata. L’arte di arrangiarsi è tornata prepotentemente di moda. Basta una pioggerellina per evidenziare le immani magagne della rete fognaria. Un venticello che cambia marcia fa strage di alberi malandati che resteranno a terra per settimane. Se la brezza mette il turbo, perlomeno atterra qualche cartellone pubblicitario arrugginito. Un’acquazzone manda puntualmente in tilt ogni flusso vitale. 

Ma anche nella “normalità” i servizi pubblici sono da terzo mondo, le periferie fuori controllo, le infiltrazioni della criminalità organizzata sempre più radicate nel tessuto produttivo. L’umanità che sciama per Roma è costantemente insofferente, smaniosa, soprattutto intollerante. Del resto la bellezza assoluta è sempre più rara e la capacità o la voglia di ideare è ormai abortita: l’ultima opera degna di una capitale europea è l’Auditorium, firmato da Renzo Piano e inaugurato nell’ormai lontano 2002. La progettualità attuale è pari a poco più di zero e si risolve in qualche risibile pezzo di pista ciclabile, scollegato dagli altri, o nell’immancabile palazzo pittato dalla straripante street art, che nonostante si ripeta da decenni provoca sempre meraviglie fanciullesche da prima volta. 

Dire, poi, che la situazione economica è critica equivale all’uso di un eufemismo. Il commissario per il piano di rientro, figura quasi mitologica inventata dal governo Berlusconi nel 2008 con la “gestione commissariale”, ha indicato alla Camera, a maggio scorso, l’ammontare del debito della città eterna: quasi 12 miliardi di euro. Una sporca dozzina. Di cui tre miliardi e mezzo per interessi. Una voragine. Le “pezze”, frutto anche di una finanza allegrissima, resteranno almeno fino al 2048. Amen. 

A poco sono serviti i vari decreti salva-Roma. Compreso quello che ha dato il via al tanto contestato – perché perpetuo – fondo di mezzo miliardo di euro l’anno per saturare le ferite. Trecento milioni di euro dal ministero dell’Economia, poco più di un centinaio di milioni dalla sovrattassa commissariale di un euro per chi prende l’aereo a Fiumicino o a Ciampino, il resto – circa un terzo del totale – aumentando dello 0,4 per cento l’addizionale comunale Irpef ai romani. Che, infatti, pagano una bella serie di oboli per servizi – chiamamoli così con generosità – davvero immorali. 

A poco servirà pure il cosiddetto “Decreto Crescita” approvato in via definitiva lo scorso 27 giugno dal Senato. Al centro di questa amorevole “cura” ci sono soprattutto i Boc, cioè i Buoni ordinari comunali emessi tra il 2003 e il 2005, epoca dei “trionfi” veltroniani. Questi prodotti finanziari hanno fruttato 1,4 miliardi, ma il tasso fisso è del 5,345 per cento. Un’enormità. Il tutto va rimborsato il 27 gennaio 2048, una tegola sulle nuove generazioni lasciata, per giunta, dalla giunta dei “buonisti”. Il recente decreto prevede 74,83 milioni di euro l’anno a carico dello Stato. Ma la matassa è aggrovigliata: ci sono mutui, deroghe, matrioske, “derivati” che pendono come una spada di Damocle. Con nessuno, naturalmente, chiamato a rendere conto di un vero e proprio dissesto finanziario. Anche perché i tempi lunghi creano oblio nell’opinione pubblica e soprattutto immunità ai responsabili, nella rara ipotesi in cui venissero inchiodati. 

“Tutti per uno: La socializzazione delle perdite di Roma Capitale” è il titolo di un interessante lavoro dell’avvocato siciliano Rocco Todero, prestigiosa firma del Foglio, diffuso con l’Istituto Bruno Leoni. L’autore, tra l’altro, ricordando come il 60 per cento delle passività accertate in capo a Roma Capitale sia accollato all’intera comunità nazionale, come abbiamo già documentato, evidenzia come “l’omessa dichiarazione del dissesto finanziario ha fatto sì che gli elettori romani, esentati dall’obbligo di subire in via esclusiva le conseguenze nefaste del default, non abbiano ragionevolmente avuto interesse ad indagare sulle responsabilità politiche di quanto sin qui narrato, confortati dalla peggiore delle strumentalizzazioni della solidarietà nazionale, e che, dunque, la classe amministrativa e politica della città, di qualsiasi fazione sia, continui a non essere chiamata a rendere conto della gestione dei servizi e dei beni di Roma Capitale”. 

Tutto vero. Ma, va aggiunto, l’entità di “cittadini romani” è estremamente astratta: se c’è un luogo strutturatosi ormai in colossale “non luogo”, profanato dall’amplificazione dei mali di questo paese e dalla colonizzazione delle mode e dei sapori (salvate almeno l’amatriciana!), dall’enorme garage del ceto medio (come efficacemente ha scritto Flaiano), dall’arroganza istituzionale ai privilegi di classi sempre più trasversali, questo è proprio Roma. I poco meno di tre milioni di residenti, con cattive abitudini sempre più estese, convivono con una fitta umanità di passaggio che spesso abbrutisce ulteriormente questa metropoli anziché arricchirla. 

Ma, in fondo, aveva ragione Giulio Andreotti: non attribuiamo i guai di Roma all’eccesso di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro. Consolamose co’ l’ajetto, si direbbe a Trastevere e dintorni.

Roma, raggi, rocco Todero, veltroni, debiti, istituto bruno leoni

1 comment

Dario Greggio 15/08/2019 at 21:48

#dieroma

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