Economia & Finanza Speaker's Corner

Dal Rio de la Plata al Tevere (passando per Papeete): La Lezione Argentina

La sconfitta del Presidente Macri in Argentina alle primarie di domenica scorsa impartisce una lezione brutale e bruciante per l’Italia e per tutti coloro che nel mondo sono impegnati nella lotta contro la cloaca sfascio-comunista colloquialmente definita “populismo”.

Macri era salito al potere dopo decenni di malgoverno criminale della coppia Kirshner: in un groviglio di corruzione familiare marito e moglie avevano spolpato il paese e lo avevano ridotto ad una poltiglia marcia di sottosviluppo ed autoritarismo vergognoso. Macri aveva ereditato un disastro peggiore di quello lasciato dal maggior farabutto della storia sudamericana, quel Domingo Peron la cui eredità dopo oltre mezzo secolo continua a tormentare il panorama politico a Baires.

Nessuna persona onesta e capace può rimediare a decenni di malversazioni con un colpo di bacchetta magica. Per distruggere bastano pochi mesi, per ricostruire occorrono molti anni, come abbiamo sperimentato tragicamente in Italia. Il rimedio è una medicina amara perché le ruberie dei criminali populisti ricadono inevitabilmente sulla generalità della popolazione e in misura maggiore sui segmenti più poveri e quindi più vulnerabili.

In sostanza la stabilizzazione economica dopo il malgoverno, con le inevitabili misure di rigore è politicamente un campo minato dove finiscono per saltare in aria le migliori intenzioni, le migliori terapie e le migliori menti che volessero dedicarsi anima e corpo a rimediare i danni delle bande sfascio-comuniste. In Italia abbiamo avuto l’esperienza di Monti e della Fornero additati al pubblico odio dalla demagogia più becera e vigliacca. Quella stessa demagogia di cui peraltro era intriso il governo Berlusconi-Lega che (ricordiamolo tutti i giorni) aveva portato il paese sull’orlo della bancarotta.

In questa ottica alla masnada gialloverde, che ha reso insostenibile una situazione già di per sé grave con misure economiche di stampo centroafricano, non deve essere concessa la scappatoia delle elezioni e la ricostruzione artificiale del loro imene reputazionale. Salvini aveva delineato la strategia schifosamente perversa già dall’anno scorso: sfasciare i conti, portare il paese al disastro, alzare il livello dello scontro con l’Unione Europea e aprire la strada all’uscita dall’euro con i minibot e le spacconate contro la Bce.

Ma prima di arrivare alla marcetta (o forse marchetta) su Roma occorreva evitare di sobbarcarsi la manovra di bilancio per il 2020 con l’aumento dell’Iva, le promesse mancate di flat tax, la ricerca dei fondi per il voto di scambio con i parassiti beneficiati dal reddito di cittadinanza e Quota 100. Staccando la spina a Conte Salvini ipotizzava due scenari:

  • Un governo tecnico che provasse a rimettere i conti pubblici a posto, quindi su cui sputare veleno come sulla Fornero per far ancora maggior presa sull’elettorato ignorante, corrotto e parassita.
  • Andare ad elezioni anticipate, ma in autunno inoltrato, in modo da ottenere una maggioranza e formare un governo solo alla fine dell’anno; in tal modo avrebbe potuto addurre la scusa che una legge di bilancio seria non si poteva fare in poche giorni e quindi avrebbe potuto mandare i conti in vacca e ricattare l’Unione Europea.

Ma Salvini non aveva calcolato la scaltrezza di Conte unita alla disperazione di Renzi e Di Maio che dopo le elezioni finirebbero a far compagnia ad Alfano nell’ospizio politico.

E non è ancora entrato in campo Mattarella, il gatto che si lecca i baffi pregustando il gioco con il topastro legaiolo. La soluzione più devastante sarebbe affidare l’incarico proprio a Salvini per formare un governo con l’appoggio esterno di PD e M5S. Il sedicente Capitano in tre settimane di governo verrebbe degradato a mozzo pelapatate.

Presumibilmente non finirà così perché sia Renzi che Di Maio non avendo altra qualità o capacità hanno bisogno del potere per soddisfare le loro clientele e fare incetta di voti. Quindi probabilmente cercheranno di trovare un’intesa qualunque (eviteranno di chiamarlo contratto di governo) per galleggiare come meglio possono per un paio d’anni. Nel frattempo Salvini sui Rai e Mediaset (Berlusconi non aspetta altro per far pagare il tradimento dell’anno scorso) verrà bastonato mediaticamente non appena verranno diffuse le intercettazioni e le indagini del Russiagate. Il DJ del Papeete rimarrà un vago ricordo come Fini o Vendola.

Macri, Salvini, lega, Argentina, peso

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

2 comments

Davide 16/08/2019 at 08:42

A

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Dario Greggio 17/08/2019 at 12:02

eppure l’itaglia DEVE detonare, lo esigo!

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