Economia & Finanza

La Svimez certifica: la forbice Nord-Sud torna ad allargarsi

Torna ad allargarsi la “forbice” tra Nord e Sud dopo che nel triennio 2015-2017 il Mezzogiorno ha vissuto una ripresa, seppur debole. Nel Sud crollano in particolare gli investimenti in macchinari e attrezzature, si accentua il problema occupazionale (mancano quasi tre milioni di posti di lavoro per colmare il gap occupazionale col Centro-Nord) e soprattutto è ripresa con forza l’emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero.

A ciò si aggiunge la disomogeneità tra le regioni meridionali: nel 2018 Abruzzo, Puglia e Sardegna registrano il più alto tasso di sviluppo, le altre sono indietro. E’ quanto mette in evidenza il Rapporto Svimez 2019 su «L’economia e la società del Mezzogiorno», di cui sono state diffuse alcune anticipazioni. 

Se i segnali di rallentamento apparsi in Europa nella prima metà del 2018 hanno ridotto le prospettive di crescita dell’intera area – ma il divario italiano con gli altri paesi comunitari resta accentuato – il dato di fatto è che il nostro resta l’unico paese, a parte la Grecia, a non aver ancora recuperato i livelli pre crisi. E nel problema italiano si accentua “la questione meridionale”, su cui grava ora lo spettro di una nuova recessione.  

Nel dettaglio, nel 2018 il Sud ha fatto registrare una crescita del Pil di appena 0,6 per cento, rispetto all’uno per cento del 2017. Il dato che emerge è di una ripresa debole, in cui peraltro si allargano i divari di sviluppo tra le aree del paese. Mentre il Centro-Nord ha però recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari a meno 9 per cento. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5 per cento), ma soprattutto è il mancato apporto del settore pubblico. La spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche, che ha segnato un ulteriore meno 0,6 per cento nel 2018, proseguendo un processo di contrazione che, cumulato nel decennio 2008-2018 risulta pari a meno 8,6 per cento, mentre nel Centro-Nord la crescita registrata è dell’1,4 per cento: una delle cause principali, a dispetto dei luoghi comuni, che spiega la dinamica divergente tra le aree.      

DIMINUISCONO GLI INVESTIMENTI PUBBLICI

Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna nel Mezzogiorno (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte del +3,5% del Centro-Nord). La sostanziale tenuta degli investimenti meridionali nel 2018, rivela una dinamica molto differenziata tra i settori.  Sono cresciuti gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati, con un fortissimo rallentamento rispetto all’anno precedente, quelli delle imprese in macchinari e attrezzature (+0,1%, contro il +4,8% del Centro-Nord). Un dato preoccupante, perché sono soprattutto gli investimenti in macchinari e attrezzature (nonostante la ripresa dell’ultimo triennio, sono ancora del -27,6% al di sotto dei livelli del 2008, contro il +4,9% del Centro-Nord), a indicare la volontà di investire delle imprese, segnalando un sensibile peggioramento del clima di fiducia degli operatori economici. 

A pesare è anche l’indebolimento delle politiche industriali (super e iper ammortamenti e credito di imposta per R&S).  La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi tre anni, aveva più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Nel 2018, stima la Svimez, sono stati investiti in opere pubbliche nel Mezzogiorno 102 euro pro capite rispetto a 278 nel Centro-Nord (nel 1970 erano rispettivamente 677 euro e 452 euro pro capite).    

SI RIALLARGA IL GAP OCCUPAZIONALE

La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%).  Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%). 

Resta ancora troppo basso il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno, nel 2018 appena il 35,4%, contro il 62,7% del Centro-Nord, il 67,4% dell’Europa a 28 e il 75,8% della Germania.  La Svimez ha stimato che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord (calcolato moltiplicando la differenza tra i tassi di occupazione specifici delle due ripartizioni per la popolazione meridionale) nel 2018 è stato pari a 2 milione 918 mila persone, al netto delle forze armate. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (un milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (un milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità).     

NUOVA RECESSIONE?

Nella seconda metà del 2018 l’andamento congiunturale è peggiorato nettamente. La modesta crescita osservata nei primi sei mesi, che proseguiva il trend espansivo avviatosi ad inizio 2014, ha lasciato il posto ad un sempre più marcato rallentamento dell’attività produttiva. Nel quadro di un progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà nel prossimo a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito.

In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2019, l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1% e una crescita zero dell’occupazione (considerando nella stima il peso crescente della cassa integrazione).  Il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è negativo, una dinamica recessiva: -0,3% il Pil. Nell’anno successivo, il 2020, la Svimez prevede che il Pil meridionale riprenderà a salire segnando però soltanto un +0,4% (anche l’occupazione tornerà a crescere, se pur di poco, con un +0,3%). 

Migliore l’andamento delle più importanti variabili economiche nel Centro-Nord, con un incremento del prodotto interno lordo pari a +0,9%, ma comunque non in grado di riportare l’Italia su un sentiero di sviluppo robusto (nel 2020, l’aumento del Pil nazionale sarà del +0,8% e dell’occupazione del +0,3%). Le cause di queste prospettive poco incoraggianti per l’economia italiana vanno ricercate in primo luogo nella decelerazione del commercio mondiale, sottoposto a pressioni crescenti, dall’improvvisa fiammata protezionistica alle forti tensioni in diverse parti del mondo. Nonostante tale peggioramento l’export, all’interno della domanda aggregata, resta la componente per la quale la Svimez prevede una crescita relativamente più sostenuta. E inevitabilmente di ciò ne beneficia soprattutto il Centro-Nord, data la maggiore, e crescente, partecipazione di quest’area ai flussi del commercio mondiale. 

Per quanto attiene, invece, la domanda interna, nel 2019, la Svimez prevede che gli investimenti fissi lordi subiranno una forte decelerazione, negativamente influenzati da aspettative al ribasso e da un fisiologico calo dopo l’aumento indotto dagli incentivi di “Industria 4.0” assai significativo nel 2017 (e solo in parte nel 2018). I prestiti alle imprese sono calati nei primi 4 mesi del 2019 del -8% nel Centro-Nord e del -12% nel Mezzogiorno, a conferma di un peggioramento delle prospettive dell’economia meridionale. 

L’unica componente che dovrebbe registrare un andamento più sostenuto, come nel 2018, è quella degli investimenti in costruzioni, che comunque dovrebbero crescere di più nelle regioni centro-settentrionali.  La spesa per consumi delle famiglie dovrebbe risultare, sia al Centro-Nord che nel Mezzogiorno, poco più che stazionaria. Su questa variabile, che condiziona fortemente la dinamica del Pil meridionale, influisce pesantemente la debolezza della dinamica occupazionale e la persistente debolezza dell’azione riequilibratrice dell’intervento pubblico.    

L’EFFETTO ASIMMETRICO DELL’EVENTUALE AUMENTO IVA

La Svimez ha calcolato l’impatto negativo sul PIL conseguente a un eventuale aumento dell’Iva, per effetto della mancata sterilizzazione delle “clausole di salvaguardia”: se pesano per un -0,33 sull’economia nazionale, questa cifra si scompone territorialmente in un -0,30% al Centro-Nord e in un -0,41% al Sud.  L’impatto maggiore al Sud dell’aumento dell’Iva è legato a due ordini di fattori. Il primo è l’effetto regressivo che una manovra sull’Iva determina maggiormente nel Mezzogiorno, dove i redditi sono strutturalmente più bassi e la capacità di spesa reale dei consumatori è minore. Il secondo attiene alla trasferibilità dell’incremento dell’Iva sui prezzi finali, che è maggiore al Sud rispetto al resto del Paese: infatti, mentre a livello nazionale, la Svimez stima una traslazione dell’incremento dell’Iva sui prezzi al consumo intorno al 70%, l’incidenza è territorialmente diversa e scende al 63% nel Centro-Nord, mentre sale all’85% al Sud. Su questo dato pesa sia una dinamica della produttività relativamente minore, sia una struttura terziaria maggiormente composta da imprese di piccole dimensioni che agiscono prevalentemente in concorrenza imperfetta. 

Questo aumento dell’Iva, se attuato, azzererebbe la prevista crescita del Mezzogiorno nel 2020.  Le previsioni Svimez tengono conto dell’impatto positivo del Reddito di Cittadinanza, che è stimato nel 2019 in circa +0,14% di Pil. Qualora la misura fosse stata pienamente sviluppata in base a quanto originariamente previsto. Invece, in conseguenza della minore spesa conseguente a questa misura, l’effetto espansivo sul PIL meridionale non dovrebbe andare oltre +0,10%. Per il 2020, però, la Svimez stima che il Reddito di Cittadinanza potrà avere un impatto positivo pari a circa 3 decimi di punto percentuale, tre volte in più di quest’anno e doppio di quello rilevabile nel Centro-Nord.      

SUD: PIU’ EMIGRATI CHE IMMIGRATI

Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.  La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali. In base alle elaborazioni della Svimez, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017. 

Questi numeri dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Tale dinamica determina soprattutto per il Mezzogiorno una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti.    

DEFICIT DI INFRASTRUTTURE SOCIALI

L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. 

Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania.  Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.

Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la Svimez, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido.    

DISOMOGENEITÀ TRA REGIONI

Il quadriennio 2015-2018, pur confermando che la ripresina degli anni scorsi ha riguardato quasi tutte le regioni italiane, mostra andamenti alquanto differenziati a livello territoriale. Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato nel Sud. Nel 2018, Abruzzo, Puglia e Sardegna sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +1,7%%, +1,3% e +1,2%.   L’Abruzzo rialza la testa nel 2018 (+1,7%), dopo che negli anni precedenti aveva fatto registrate appena +0,3% nel 2017 e +0,1% nel 2016. La ripresa è dovuta soprattutto alle costruzioni che segnano un promettente +12,7%, vanno benino anche i servizi (+1,7%). Invece l’agricoltura ristagna (-0,3%) e l’industria in senso stretto arretra del -1,2%.  La Puglia, che nel 2017 aveva già cominciato a dare segnali di ripresa (+1,2%), migliora ulteriormente gli andamenti del Pil nel 2018 (+1,3%). Anche in questo caso sono soprattutto le costruzioni a tirare (+4,4%), la crescita dell’industria in senso stretto si attesta su un positivo + 2,0% e quella dei servizi sul +1,1%. Va, invece, in controtendenza l’agricoltura, che cala del -1,0%.   

La Sardegna, uscita con qualche incertezza dalla fase recessiva rispetto al resto delle regioni meridionali, dopo l’andamento negativo del prodotto nel 2016 (-1,9%) e una ripresa fatto registrare nel 2017 con +1,8%, nel 2018 segna + 1,2%.  Sono in particolare i servizi a trainare la ripresina (+1,2%), ma vanno bene anche l’industria in senso stretto (+0,8%) e i servizi (+1,4%, mentre l’agricoltura è inchiodata a +0.0%. 

Il Molise, nel 2018, segna un aumento del Pil dell’1,0%, che è significativo se si pensa che l’anno precedente, il 2017, era in calo del -1,0%, unica regione meridionale in negativo. L’economia del Molise è stata sostenuta soprattutto dall’industria in senso stretto che ha registrato un’ottima performance (+5,4%), tengono i servizi (+0,7%), vanno in negativo sia le costruzioni (-1,0%), sia soprattutto l’agricoltura (-2,3%). 

Anche la Basilicata si attesta su un incremento del Pil del +1% nel 2018, dopo la forte accelerazione della crescita negli anni scorsi: addirittura +8,9% nel 2015. A trainare la regione è in particolare l’industria (+3,8%), ma anche l’agricoltura fa un balzo in avanti (+2,2%), mentre le costruzioni si attestano sul +0,7%. In contro tendenza i servizi il cui valore aggiunto cala del -0,2%. 

La Sicilia fa segnare nel 2018 una crescita del Pil pari a +0,5%, dando segnali di ripresa dopo il -0,3% del 2017. Nell’Isola sono soprattutto l’industria in senso stretto (+5,9%) ma anche le costruzioni (+4,3%) a sostenere la ripresa. I servizi invece confermano l’andamento negativo degli ultimi anni, segnando appena il +0,1%. Va male l’agricoltura, in caduta di -4,2%.  

In Campania, nel 2018, c’è la crescita zero del Pil, determinata da un rallentamento dell’industria che aveva trainato la regione negli anni scorsi e soprattutto da quello negativo dei servizi. Ciò dopo che nel 2017 il prodotto lordo aveva continuato a crescere dell’1,8%. Nella regione, le costruzioni vanno bene (+4,7%), l’agricoltura si attesta a +1,1%, mentre l’industria in senso stretto realizza un modesto +0,5%. In controtendenza i servizi, che pesano molto sul complesso dell’economia campana, in calo di -0,3%. Va sottolineato che nel complesso del periodo 2015-18 con il +4,5% di crescita del Pil la Campania è stata una delle regioni più dinamiche del Paese. 

Infine la Calabria, unica regione non solo meridionale ma italiana, ad accusare una flessione del Pil nel 2018, -0,3%, dovuta però prevalentemente alla performance negativa del settore agricolo (-12,1%). Anche l’industria dopo la dinamica molto positiva degli anni precedenti subisce una battuta di arresto (-4,9%), conseguente in particolare alla performance negativa del settore delle public utilities. Questi dati contrastano un andamento positivo degli altri settori. Soprattutto le costruzioni che segnano +3,8%, e anche dei servizi che registrano +0,9%.

Svimez, sud, meridione, divario

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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