Economia & Finanza

Incoraggianti i dati sul lavoro, anzi, non proprio…

Charles Bukowski affermava di non fidarsi troppo delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore ha statisticamente una temperatura media. 

La questione, in realtà, non investe soltanto gli statistici, bensì anche i divulgatori di numeri e percentuali, che di solito non vanno oltre il dato nudo e crudo. 

Nei giorni scorsi l’Istat, ad esempio, rendendo noti i dati relativi a giugno 2019, ha attestato al 9,7 per cento il tasso di disoccupazione nel nostro Paese. Rispetto al mese precedente il calo è stato dello 0,1 per cento (pari a 29 mila unità), segnando quindi la quarta flessione consecutiva. Grande giubilo perché si tratta del tasso più basso da gennaio 2012, ovvero da sette anni e mezzo. 

Ancora più incoraggiante, leggendo i numeri, il tasso di senza lavoro nella fascia 15-24 anni che si è portato al 28,1 per cento. Anche in questo caso la percentuale è accompagnata da un piccolo primato, fa sapere lo stesso istituto di statistica: siamo ai minimi dall’aprile 2011. 

Entusiasmo ancora maggiore per il tasso di occupazione, che sale al 59,2 per cento (più 0,1 punti percentuali) e segna il massimo storico, cioè il livello più alto da quando sono iniziate le serie statistiche, ovvero dal 1977. 

Tutto bene, quindi? Non proprio. 

Se ci si concentra sugli occupati, infatti, il loro numero in realtà è sceso di seimila unità. Perché allora il tasso aumenta? Semplicemente perché c’è una dinamica demografica favorevole. Ad esempio, se decine di migliaia di disoccupati ogni anno preferiscono cercare fortuna all’estero, è chiaro che – detto grossolanamente – “alleggeriscono” il bacino dei senza lavoro ed il suo peso sul totale. 

Per capirne di più ci avvaliamo dell’esperienza del consulente del lavoro Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing. In sostanza supporta gli imprenditori nella gestione ottimale delle persone in tutte le fasi del loro ciclo di vita in azienda. 

“L’aumento dell’occupazione, benché in parte vera, è però un’illusione ottica. Mi spiego. in realtà sono aumentati gli inattivi – evidenzia Colombo. “Preoccupa soprattutto la fascia 15-24 anni, in quanto la diminuzione dei disoccupati è pari in termini assoluti agli inoccupati e parliamo di circa 114 mila persone che hanno deciso di abbandonare l’idea di cercare lavoro. In sostanza i giovani hanno deciso di uscire dal mercato del lavoro. Dai 25 ai 34 anni la situazione è addirittura peggiorata, con una diminuzione rispetto a maggio degli occupati ed un aumento dei disoccupati nonostante ci siano più inattivi (pensionati) sopra i 50 anni. In sostanza l’economia genera più occupazione, ma rimangono i problemi d’ingresso per i più giovani e quota 100 non ha ancora avuto un impatto in termini di occupazione”. 

Colombo entra più nel dettaglio. “Se, da un lato, i più giovani posso accrescere la propria formazione attraverso percorsi universitari e post-universitari, le generazioni di mezzo sono quelle che perdono sempre più fiducia nel mondo del lavoro e necessariamente dovranno trovare occupazione attraverso forme contrattuali precarie o soluzioni autonome ‘improvvisate’ – spiega. E rileva un dato abbastanza inaspettato. “E’ il calo degli indipendenti, diminuiti rispetto all’anno scorso per un numero pari a 76 mila unità. La flat-tax, tanto caldeggiata e studiata dal governo sembra, in questi primi mesi di applicazione, non aver ancora creato un volano. Sicuramente non è un’agevolazione fiscale il motore per creare buona occupazione, ma mi sarei aspettato comunque un aumento, almeno temporaneo – aggiunge il consulente del lavoro. 

E conclude con una riflessione sul disallineamento tra domanda e offerta in certi settori, in particolare per le professioni legate al digitale in cui c’è richiesta di competenze nuove e molto specifiche: “Oltre al numero di contratti attivati, come da dati Istat, è importante però capire che molte posizioni fanno fatica ad essere coperte perché ancora non esiste una quantità sufficiente di profili adeguati. Questo porta ad un disallineamento tra la domanda e l’offerta e lo stesso divario si verifica anche tra la formazione dei più giovani, che dovrebbe virare verso settori molto specifici e ancora quasi ‘inesplorati’, ed il mondo del lavoro, che sembra non richiedere più determinati profili meno tecnici ed attività di data entry quali contabili, amministrativi, vendita al dettaglio, in favore di altri, come quelli legati all’analisi dei big data, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, o ancora alla green o alla blue economy”. 

Tutto vero. Insomma, l’entusiasmo con cui alcuni esponenti del governo hanno accompagnato la “sfornata” dell’Istat andrebbe perlomeno ridimensionato. Anche perché, osservando anche altri dati, il Pil nel secondo trimestre 2019 ha registrato una variazione congiunturale pari a zero a sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria e dell’agricoltura e di un contenuto incremento in quello dei servizi, la produzione industriale nell’ultimo trimestre s’è contratta dello 0,7 per cento rispetto al trimestre precedente. L’inflazione, infine, ha continuato a rallentare e si è ampliato il differenziale negativo con la dinamica dei prezzi al consumo nell’area dell’euro. E le tensioni nel quadro internazionale non prefigurano alcunché di buono.

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