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Il dittatore

L’Italia sta soffocando sotto il peso dell’evasione fiscale, della corruzione, dell’incapacità dei poteri pubblici, della lentezza nelle decisioni, del rifiuto di impegnarsi a favore della comunità quando non ci sia un interesse personale. Ho iniziato a lavorare a ventitré anni e, adesso che ne ho sessanta di più, devo riconoscere di essere stato fortunato. L’Italia della mia giovinezza stava attraversando il suo primo boom economico e per i giovani che non avevano paura di faticare si aprivano occasioni che oggi sembrano da favola. Ho fatto il mestiere che volevo e ho guadagnato bene perché la mia stagione professionale ha coinciso con gli anni della crescita del paese e, di conseguenza, di quasi tutta la carta stampata: quotidiani, settimanali, libri. È stata una stagione nella quale anche un giovane che non poteva contare su genitori potenti (mio padre era un operaio delle Poste e telegrafi, mia madre una modista) guardava al futuro senza l’angoscia che ho provato e provo grazie alla classe politica al potere negli ultimi anni. Angoscia adesso moltiplicata grazie a lei, onorevole Salvini, e al suo comprimario di governo.

L’ultima fatica editoriale Di Giampaolo Pansa abbandona i temi a lui cari, a cui ci ha abituato negli ultimi 15 anni – la storiografia revisionista, le rievocazioni trite e ritrite della sua biografia, i ricordi e gli aneddoti da giornalista di vecchio corso – per abbracciare l’attualità politica.

Si intitola il dittatore e non poteva che rifersi all’uomo politico del momento: Matteo Salvini. Come si evince già dal titolo, è un ritratto antipatizzante. Non un saggio politologico, che non sarebbe nelle sue corde, ma una specie di requisitoria destinata a scontentare il suo lettorato tradizionale, consustanziale al salvinismo, riavvicinandolo al vecchio pubblico di sinistra (non a caso il libro, dopo anni di ostracismo, è stato recensito su Repubblica da Luca Bottura).

La prosa è al solito scorrevole, a tratti sardonica, anche se nel libro abbondano tante, troppe divagazioni, sul Bossi degli esordi, Gianfranco Miglio ribattezzato mago Merlino, Luca Orsenigo il deputato leghista che agitò il cappio alla Camera nel 1993; excursus che comunque nulla tolgono al ritmo della narrazione.

Pansa dapprima passa in rassegna le esternazioni più virulente di Salvini: “dobbiamo dare dei calci nel sedere a qualche giornalista servo infame. Così gli offriremo almeno un motivo per dire che siamo cattivi”; episodi più o meno noti: quando nel 1999 si rifiutò di stringere la mano a Ciampi berciando: “No, grazie dottore. Lei non mi rappresenta!”. Gli improperi sprezzanti rivolti agli avversari politici, in particolare Kyenge e Boldrini (quest’ultima svinaleggiata in un comizio in cui era raffigurata come una bambola gonfiabile, in quello che verrà ricordato come uno degli episodi più ignomoniosi della sua parabola politica) e via seguitando; “contro l’euro, una moneta infame che ha reso tutti più poveri”; l’anti meridionalismo delle origini (sul quale in seguito farà ammenda, non si sa se per opportunismo o se per reale convinzione). Nel libro non viene menzionata, ma andrebbe ricordato anche l’atteggiamento di vera e propria persecuzione nei confronti di Elsa Fornero, addittata per anni dalla propaganda Salviniana come responsabile di ogni nequizia.

Salvini è descritto da Pansa per quello che è, senza sconti: il campione di una nuova destra sguaita, volgare, estremista nel linguaggio e nelle politiche, oscurantista. Un mentitore impenitente. Un imbonitore spregiudicato e ignorante che fomenta in modo ossessivo le paure degli italiani. Un ministro fallimentare dacché con lui, paladino della legalità, l’insicurezza dei cittadini è persino aumentata. In compenso i telegiornali sono diventati bollettini di guerra in una strategia della tensione permanente che non può che giovargli. Scrive a pagina 34: Il capo del Carroccio è davvero un esemplare politico del nostro tempo; furbastro, volgare, pronto persino a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé. In lui non c’è più nulla della vecchia destra. Che cosa ne avrebbero detto Scelba, Almirante o Montanelli?”.

Una presenza mediatica debordante, la propaganda martellante sugli immigranti assurti a maggiore insidia del paese, benché gli sbarchi si siano quasi del tutto arrestati, comizi uno dietro l’altro (Repubblica calcolò che nei primi sei mesi aveva trascorso al ministero solo 12, al massimo 19 giorni in totale) gli hanno permesso di passare dal 4% al 36 attuale ed essere il leader più votato e apprezzato dagli elettori. La sua ascesa diuturna è stata accompagnata da una profonda mutazione del partito fondato da Bossi, plasmato a sua immagine e somiglianza: da nordista a nazionalista, “prima gli italiani” in luogo della fantomatica Padania, mantenendo intatta, anzi esacerbandola, la matrice di fondo ostile agli immigrati.

C’è in Pansa la nostalgia per i bei tempi andati, quando la politica era una cosa seria, una professione nobile, frequentata da uomini e donne di elevato spessore morale e intellettuale, non affare per mestieranti da talk show e arruffapopolo. Normale quindi che lo ripugni uno come Salvini, con la sua prosopopea e il qualunquismo da avventore di bar sport.

La tesi di fondo su cui è incentrato il libro è che Salvini sia un politico intimamente autoritario, un dittatore per l’appunto, o meglio un dittatore in fieri. Non dissimile da quello che ha sostenuto il gotha dell’intellighenzia di sinistra (Da Roberto Saviano a Michela Murgia). Può sembrare una tesi forzata ma gli elementi a suffragio effettivamente non mancano: la sete di potere, i comportamenti, le pose non da fascista in senso stretto ma da fascistoide (le frequenti citazioni del Duce, il linguaggio aggressivo e muscolare); l’occupazione manu militari della RAI e di ogni altro spazio mediatico disponibile, va bene chiunque: che si tratti di Barbara d’Urso, una diretta Facebook, Bruno Vespa o Porro; il fatto che “nel suo percorso da capitan Fracassa, Salvini non ha disdegnato di incamerare i voti di un gruppo di estrema destra: CasaPound”, partito per il quale ha sempre avuto un occhio di riguardo. Secondo il decano del giornalismo, Salvini non ammette il dissenso. “Il Capitano della Lega ha già sperimentato la dittatura nel suo stesso partito. Rispetto ai tempi della segreteria di Umberto Bossi, il partito delle Camicie verdi è cresciuto parecchio, accettando l’arrivo di militanti molto diversi per cultura politica e storia personale. Ebbene, non si è mai saputo dell’esistenza di dissidenti nella Lega di Salvini. Non c’è nessuno che in pubblico osi dire che Matteo sbaglia. Nella Seconda guerra mondiale, persino Winston Churchill aveva degli oppositori”.

Ci sono varie perle disseminate qua e là. Ne riporto qualcuna: “L’esperienza si acquisisce, ma la preparazione o la si ha o non la si trova per strada” (riferita ai grillini); “Nel vedere Giuseppe Conte scendere dall’auto nel piazzale interno del Quirinale, accolto dal personale della presidenza della Repubblica, mi tornò alla mente una battuta feroce di Winston Churchill all’indirizzo del laburista Clement Attlee che lo aveva sconfitto alle prime elezioni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La battuta, diventata famosa anche se in seguito smentita, fu: «Un taxi vuoto si è fermato davanti al numero 10 di Downing Street e ne è sceso Attlee»”.

Il giudizio sugli italiani è impietoso – in questo ricorda il suo conterraneo, l’anti-italiano Bocca. Un popolo dalla memoria corta, di opportunisti pronti ad accorrere sul carro vincente, al fondo anarchici (“la parabola di Renzi, il Bullo fiorentino, e anche dei 5 Stelle, sta lì a dimostrare che gli italiani cambiano idea in fretta”), tendenti ad autoassolversi dai propri errori e a rifuggire dalle responsabilità. Secondo Pansa, “chi ha perduto più di tutti (alle elezioni europee) è la borghesia italiana, quella pacifica, che con le sue scelte, a cominciare dal primo dopoguerra e dalle elezioni del 18 aprile 1948, quando votò la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, aveva garantito l’esistenza della Repubblica legata all’Occidente democratico. Con tutti i vantaggi che ne sono derivati. Nel voto del 26 maggio, una parte di questa borghesia ha compiuto un passo falso, contribuendo alla vittoria del Capitano leghista. E prima o poi sarà costretta a pentirsene.(…) Gli italiani sono spesso caduti nell’errore di seguire il pifferaio magico che in quel momento offriva ricette semplici per risolvere problemi complicati ed evitare gli inevitabili sacrifici”.

C’è un elemento a cui Pansa accenna ma che merita di essere rimarcato. Salvini è il primo leader politico a presiedere il ministero dell’interno. Nella prima e seconda repubblica era invasa la tendenza per cui un ministero così delicato deputato alla sicurezza dei cittadini dovesse essere guidato da politici di comprovata esperienza ma di secondo piano. La commisstione dei due ruoli, lo vediamo oggi, ha effetti nefasti nella percezione popolare generando discredito nei confronti delle istituzioni divenute ormai completo appannaggio di forze politiche di parte.

L’ultimo capitolo del libro, magnifico (da solo vale la lettura del libro), è una sorta di lettera indirizzata al leader leghista. Rivela di essersi recato alle urne, dopo anni di diserzione “perché l’alleanza gialloverde mi sembrava la soluzione peggiore possibile per il futuro di questo disgraziato paese”, di aver votato per le opposizioni, invitando tutti gli uomini assennati, quei pochi rimasti, a fare altrettanto.

Chi mai potrà decretare la fine politica del ministro tanghero? Quando finirà questa stagione degli eccessi e abiezioni a cui siamo quotidianamente sottoposti nell’assuefazione generale? Non sarà certo breve – afferma il giornalista piemontese – visto anche lo stato di afasia delle opposizioni (si va da una destra succube e politicamente irrilevante a una sinistra allo sbando, in preda a personalismi e divisioni). La conclusione è un monito rivolto a Salvini: “Gli onesti, lo ricordi, sanno fare bene i conti in tasca a se stessi. E mi creda, molti li hanno già fatti e altri li faranno. Allora che cosa accadrà? Rammenti un vecchio detto popolare che recita: temete l’ira dei calmi”. Più che una profezia, un auspicio.

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2 comments

Aldo Mariconda - Venezia 24/07/2019 at 11:58

Pansa scrive cose giuste. Tuttavia Salvini fa leva su tutti i motivi del “rancore” degli italiani che hanno sofferto più degli altri Paesi europei l’impatto della globalizzazioni. Dai dati israt degli ultimi 20 anni il ns. PIL/pro capite è calato, negli altri paesi è aumentato. Nella crisi 2008-2013 abbiamo perso i 25% delle ns. aziende e altrettanto in termini di capacità produttiva. I governi non si sono dati una strategia di sviluppo. Così il Sud si è impoverito, la forbice ricchi/poveri si è allargata, la precarietà del lavoro è aumentata data l’incertezza nell’azienda privata spesso troppo piccola, troppo sottocapitalizzata, esposta alle delocalizzazioni. E senza una politica di sviluppo, si è tagliato il welfare, dalla casa alla sanità. Invece di puntare sulla scuola, l’università, la ricerca, fattori strategici in un paese a costi elevato e che dev’essere competitivo, si sono tagliati io budget.
Abbiamo 10 volte le leggi della Gdermania e 5 la gb. Troppe leggi e poco chiare, troppa burocrazia e vincoli, sono elementi che favoriscono la corruzione. Solo le la giustizia funzionasse avremmo almeno un +1% di PIL/annuo. Si sono fatte le privatizzazioni solo per tappare buchi nei bilanci pubblici, non come strumento di sviluppo del Mercato e della Concorrenza. il Merito è concetto assai poco diffuso in Italia. Non vedo una strategia di uscita, ma come dichiarato da molti più autorevoli di me, come Galli della Loggia, siamo un paese in declino. E così Salvini trionfa, senza una vera opposizione che sappia reinventarsi ed essere attraente.

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Franco Puglia 25/07/2019 at 11:35

Bell’articolo caro Elia.
Condivido e piango con te.

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