Politica interna

L’Italia conserva il primato di Neet in Europa

Un segmento sociale di particolare interesse statistico e analitico per comprendere “lo stato di salute” di un Paese è quello dei cosiddetti “Neet” (Neither in employment nor in education and training), cioè la percentuale dei giovani non occupati e non in formazione. Una condizione drammatica, specie se protratta nel tempo, che può determinare esclusione sociale e difficoltà di reinserimento.

Secondo l’ultimo report dell’Istat sui livelli di istruzione e sui ritorni occupazionali, nel 2018 i giovani di 15-29 anni in questa amara condizione nel nostro Paese erano due milioni e 116mila, pari al 23,4 per cento del totale. 

Se è vero che dopo il costante aumento registrato dall’inizio della recessione, la quota di Neet in Italia ha cominciato a scendere a partire dal 2015 (meno 2,8 punti nell’ultimo quadriennio, meno 0,7 punti nell’ultimo anno), tuttavia il valore resta ancora quattro punti superiore a quello del 2008 e soprattutto la quota di Neet resta la più elevata tra i Paesi dell’Unione europea, praticamente il doppio della media comunitaria ferma al 12,9 per cento. Tra l’altro, il calo registrato nell’ultimo quadriennio in Italia è in linea con il trend europeo per cui rimane sostanzialmente invariata la distanza – ampliata durante la crisi economica – con la media comunitaria.

L’incidenza dei Neet, sempre secondo l’Istat, è pari al 24,8 per cento tra i diplomati, al 22,7 per cento tra chi ha al più un titolo secondario inferiore e al 20,2 per cento tra i laureati. E’ interessante rilevare come la crescita dei Neet negli anni più duri della crisi, cioè fino al 2014, abbia coinvolto principalmente i giovani con titolo di studio medio e alto. E sono proprio i laureati e ancor più i diplomati ad aver registrato nel 2018 un’incidenza di Neet marcatamente superiore a quella del 2008. Non a caso, se la quota di Neet è minima tra i 15-19enni (11,2 per cento) – in gran parte ancora studenti – raggiunge ben il 30,9 per cento tra i 25-29enni. Ciò dimostra come il nostro Paese difetti ancora nel privilegiare il merito e i titoli per gli inserimenti lavorativi, restando la famiglia e le conoscenze gli uffici di collocamento più efficaci.

Altro atavico problema è la disparità geografica nella rilevanza del fenomeno. Nel Mezzogiorno l’incidenza dei Neet è, infatti, più che doppia rispetto al Nord (33,8 contro 15,6 per cento) e molto più alta di quella rilevata al Centro (19,6 per cento). Anche il miglioramento registrato dal 2015 è stato più forte al Centro-nord (meno 3,2 punti nel Nord, meno 2,9 punti nel Centro, meno 2 punti nel Mezzogiorno) ampliando ulteriormente il differenziale territoriale. 

Tra gli stranieri i Net sono il 33,5 contro il 22,2 per cento degli italiani. Tale differenza è dovuta quasi esclusivamente alla componente femminile (23,2 e 43,5 per cento le quote di italiane e straniere) mentre è praticamente nulla tra gli uomini (1,4 punti).

Collegato all’universo dei Neet è un altro fenomeno denominato “Elet”, acronimo di Early leavers from education and training, cioè gli abbandoni precoci dal sistema di istruzione e formazione. Rispetto alla media europea, il tasso di occupazione degli Elet è significativamente più basso nel nostro Paese: il differenziale, pari a 12,6 punti nel 2018, non solo è aumentato fortemente durante la crisi economica – a causa del più sostenuto calo occupazionale in Italia – ma in questo caso ha continuato ad ampliarsi anche durante la ripresa.

Tra i giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi, il tasso di occupazione è molto più basso: pari al 39,5 per cento per i ragazzi e al 25,1 per cento per le ragazze. Anche tale tasso risente delle disparità territoriali: è, infatti, pari al 46,4 per cento al Nord, al 46,3 per cento al Centro e scende al 21 per cento nel Mezzogiorno.

Neet, Italia, Elet, Mezzogiorno, disoccupazione

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