Politica interna

A proposito della dismissione di immobili pubblici

Nella trasmissione-cult “Drive in” degli anni Ottanta, Ezio Greggio chiudeva una sconclusionata “asta tosta” di quadri con l’offerta di un’opera di Teomondo Scrofalo, anziano bevitore sul precipizio dell’ubriacatura. Sulla stessa linea, Corrado Guzzanti ci ha deliziato con il personaggio del dottor Armà, televenditore di strampalate opere d’arte a Teleproboscide (ispirato a Francesco Boni di Telemarket). Un imprenditore di nostra conoscenza, quando gli affari volgevano al peggio, ritirava fuori un quadro che considerava di valore ma che avrebbe potuto far parte delle collezioni di Greggio e di Guzzanti. 

Viene in mente tutto ciò (e altro) nel leggere il decreto ministeriale pubblicato oggi in Gazzetta ufficiale, testo che contribuisce a definire il perimetro e le modalità di azione del piano straordinario di dismissione degli immobili pubblici previsto dalla Legge di Bilancio 2019. 

Come noto, sul valore di queste dismissioni, in sostanza i “gioielli di famiglia” dello Stato italiano, da anni si strombazzano cifre roboanti. C’è chi rinnova enfaticamente la locuzione di “gallina dalle uova d’oro”, utile soprattutto per abbattere il debito pubblico, ma mentre l’ammanco lievita, il pennuto è quanto mai avaro di frutti. 

L’ex ministro Giulio Tremonti, in un convegno del 29 settembre 2011 presso la Corte dei Conti, annunciò l’inventario del patrimonio e l’avvio “di una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese”. Parlò di 25-30 miliardi di euro dalla cessione di immobili. Sappiamo come sono andati a finire i sogni in stile Roberto Carlino.

Nella stessa occasione Edoardo Reviglio, capoeconomista della Cassa depositi e prestiti, quantizzò in 1.800 miliardi di euro il valore complessivo del patrimonio statale, di cui 700 miliardi “immediatamente valorizzabili” tramite crediti, concessioni, immobili e partecipazioni. La parte immobiliare, aggiunse il professore, vale 500 miliardi di cui immediatamente vendibile per 40-50 miliardi.

Un po’ come la vendita del vecchio cappotto in “Miseria e nobiltà”, per l’ultimo piano del governo si prevedono, con ottimismo da epopea craxiana, infiniti effetti positivi, dall’immancabile abbattimento diretto del debito dello Stato al miglioramento del debito degli enti locali, ma anche la possibilità, cambiando la proprietà e la destinazione d’uso di alcuni edifici, “di incentivare il recupero di beni non utilizzati e di assicurare ricadute positive in termini di investimenti e occupazione all’economia locale e nazionale”.

A quanto ammonta nel concreto, dunque, questa valanga di quattrini previsti dai solerti tecnici ministeriali, toccasana di buona parte dei nostri guai? “Gli immobili ricompresi nel piano di cessione, ai quali ne potrebbero essere aggiunti altri nel corso dell’anno, hanno un valore stimato di circa 1,2 miliardi di euro, nell’obiettivo di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 milioni di euro nel 2020 e nel 2021 – si legge nel comunicato del Mef. 

L’Agenzia del Demanio, nel dettaglio, ha individuato 420 immobili e terreni di proprietà dello Stato, non utilizzati per finalità istituzionali, per un valore pari a 420 milioni di euro. Praticamente un milione per ogni “pezzo”. La stessa Agenzia ha nel frattempo avviato le attività di cessione che coinvolgono altri 1.200 beni per un totale di circa 38 milioni di euro (sic). Complessivamente quindi l’Agenzia del Demanio procederà all’alienazione diretta di 1.600 immobili per un valore complessivo di 458 milioni di euro.

C’è poi la partita del ministero della Difesa, per un valore stimato di 160 milioni di euro per circa 40 unità. Con buona pace delle romantiche memorie in divisa. 

Una leva diversa sarà poi implementata da Invimit Sgr, società partecipata al 100 per cento dal Mef (opera da marzo 2013), che gestirà la dismissione di immobili di provenienza pubblica conferiti ai fondi immobiliari da essa gestiti, per un importo stimato complessivamente in 610 milioni di euro, di cui 500 milioni attraverso la cessione di quote dei fondi e 110 milioni attraverso la vendita diretta di immobili con procedura d’asta. Per correttezza, però, da tale stimato introito andrebbero sottratte le spese gestionali per Invimit Sgr, ad esempio i quasi tre milioni e mezzo annui di spese per la trentina di dipendenti, i circa 410mila di euro per sede e funzionamento e 207mila euro per i sistemi informativi.

Tito Boeri e Giuseppe Pisauro, in un pezzo pubblicato tempo fa su Lavoce.info, hanno dimostrato che vendere partecipazioni e immobili statali non è così facile, ricordando l’insuccesso di Scip 2, la seconda fase delle cartolarizzazioni immobiliari che valeva circa sette miliardi (a dicembre 2008, delle 62.880 unità immobiliari iniziali, ne risultavano invendute 13.574, con vendite inferiori del 33,5 per cento rispetto al business plan, ndr). 

Secondo Boeri e Pisauro, il vero problema del patrimonio pubblico italiano è che “rende troppo poco, perché viene dato in concessione a privati a prezzi stracciati oppure viene utilizzato per amministrazioni pubbliche che potrebbero avere sede altrove liberando risorse da mettere a frutto, basta pensare al caso delle caserme nei centri cittadini o ai terreni di proprietà della Difesa. Inoltre ci sono sprechi evidenti nell’utilizzo degli edifici di proprietà di Stato ed enti locali da parte delle amministrazioni pubbliche”.

L’irresistibile scena di Totò (Felice Sciosciammocca) ed Enzo Turco (Pasquale, il fotografo ambulante) in “Miseria e nobiltà” è quanto mai attuale.

Debito pubblico, dismissioni di immobili, privatizzazioni

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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