Politica interna

Savoioni

Dalla Tanzania alla Russia con Livore

Nella pochade italiana recitata da mediocri guitti che si spacciano per statisti tra le risate del pubblico, si sono scalate inviolate vette di dadaismo farsesco. Nello scandalo Savoini (presunti finanziamenti russi alla Lega attraverso forniture di petrolio e cherosene) la Palma d’Oro per la fregnaccia più invereconda è stata conferita d’imperio all’aspirante Putin de’ Noantri. Di fronte alle telecamere dell’Istituto Luce del novello regime di cartapesta, ha pomposamente asserito, per fugare i sospetti di essere a libro paga del Cremlino che i bilanci della Lega sono pubblici e, udite udite, trasparenti. Il calibro della fregnaccia era già di proporzioni ragguardevoli, visto che nessuno, nemmeno un leghista, è talmente idiota da mettere a bilancio una tangente.

Ma ad aggiungere ludibrio va considerata un’altra circostanza. Non risulta che tra i cosiddetti giornalisti presenti (non sappiamo se in posizione sdraiata) qualcuno abbia fatto notare che la Lega è quel partito i cui bilanci non sono riusciti a rendicontare 49 (diconsi quarantanove) milioni di finanziamento pubblico. E quindi che invocare la trasparenza dei bilanci per la Lega è quantomeno temerario. 

La patetica scusa oltre al tasso di inverecondia denota un altro fenomeno: il tasso di citrullaggine del pubblico a cui è indirizzata. Perché solo un politicante con l’assoluta certezza di rivolgersi ad un elettorato di telebotomizzati senza memoria può invocare la trasparenza dei bilanci di un partito che dalle Alpi alle Piramidi, dalla Tanzania alla Russia ha fatto della gestione delle proprie finanze una sagra della trota. Un dirigente leghista coinvolto nell’inchiesta sui 49 milioni spariti, per contribuire alla pochade ha addirittura dichiarato che i fondi pubblici erano stati spesi in donne di facili costumi.

E che tipo di uomo può dichiarare di non conoscere Savoini quando vi sono foto che lo ritraggono insieme allo “sconosciuto” e addirittura filmati della TV Russia Today ad immortalare il sodalizio?

Insomma affermare che il sodale di Salvini si trovasse al seguito della delegazione ufficiale italiana in Russia per caso è un Monumento alla Faccia Tosta da immortalare sul Mount Rushmore. Savoini risulta presente ad un tavolo di incontri ad alto livello per essere ammessi al quale bisogna superare quantomeno il vaglio di Digos, servizi segreti russi, ambasciata italiana, cerimoniale ufficiale ed esibire le credenziali ad almeno una dozzina di controlli di polizia. La probabilità che un estraneo partecipi ad un incontro riservato tra ministro e funzionari russi è inferiore alla probabilità che Ruby fosse nipote di Mubarak. Non a caso la Lega votò in Parlamento a supporto dell’ardita tesi difensiva dell’Utilizzatore Finale.

Ma per incanalare in un alveo di serietà queste intercettazioni dei colloqui tra un esponente della Lega e presunti emissari di Putin in cui si parla di tangenti bisogna alzare lo sguardo dall’Italietta provincialotta delle valli bergamasche o delle mezze tacche miracolate dalla politica.

A Mosca qualcuno potrebbe aver mal digerito che i sovranisti italiani non abbiano sentito il morso delle briglie e si siano permessi qualche giro di valzer con gli americani (e forse con i cinesi) senza chiedere il dovuto permesso a chi li aveva sellati e strigliati. Ai bei tempi, il KGB dove ha ricevuto decenni di addestramento Putin (insieme al suo entourage), utilizzava a titolo di avvertimento la divulgazione di una conversazione imbarazzante (con una donnina allegra o su una transazione poco pulita) per far capire al ricattato che esistevano altri documenti o prove ben più pesanti e circostanziate. 

Un proverbio cinese ricorda che chi vuole servire due padroni deve mentire ad uno di essi. Vedremo l’Arlecchino sovranista esibirsi in salti mortali carpiati da fermo per convincere entrambi che non sta mentendo a nessuno?

Salvini, Savoini, Lega, Russia, KGB, USA

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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