Politica interna

L’Unità piccola piccola

Da almeno due decenni, cioè da quando il quotidiano ha accelerato la sua fatale parabola discendente sfociata nella chiusura del 2017, le “feste dell’Unità” più che generare euforia, come nel passaggio dalla birra Peroni a quelle artigianali, alimentano tanta mestizia. Non manca, ad esempio, un vero e proprio imbarazzo determinato sin dalla scelta della denominazione: che simbologia si va ad evocare con la testata di un quotidiano che da tempo non è più in edicola?

Così da qualche anno la scelta alternativa più battuta è “Festa democratica”, per quanto equivale ad un colpo di spugna su gloriose ere di kermesse animate da puro volontariato e celebrate in tutta Italia. Inevitabile qualche resistenza, nel segno della nostalgia e di una speranza che confina con l’utopia.

Certo, erano tempi gloriosi quando l’Unità negli anni Cinquanta superava il milione di copie grazie alla capillare rete di diffusione della sua edizione domenicale. O quando il giornale a metà degli anni Settanta, ancora con tirature sopra le 200mila copie, ospitava l’intervento di Pasolini che motivava il suo voto al Pci per le elezioni regionali. Poi, però, la direzione di D’Alema negli anni Ottanta e quella di Veltroni negli anni Novanta hanno aperto la strada a guai economici crescenti, nonostante i circa 15 miliardi di lire di finanziamento pubblico annuo nel periodo dell’ex sindaco di Roma.

L’assassinio dell’Unità, a differenza di altri giornali, non è però avvenuto per mano digitale. A mangiare copie all’organo del Pci-Pds-Ds-Pd c’ha pensato soprattutto Repubblica, dove non a caso molti esponenti di sinistra hanno soddisfatto la propria autoreferenzialità rilasciando fiumi di dichiarazioni rispetto al sempre più inconsistente giornale di partito. 

Dopo che il quotidiano è stato “privatizzato” con gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci – anno 1997 – le copie sono scese sotto quota 60mila, sono state chiuse le storiche redazioni di Bologna e di Firenze e 123 giornalisti si sono autoridotti lo stipendio. 

A fine luglio del 2000 il quotidiano, ormai sotto le 30mila copie, ha cessato le pubblicazioni. Da allora ancora riaperture e amare chiusure, ma anche tragici strascichi, come quello toccato all’ex direttrice Concita De Gregorio, che ha dovuto affrontare decine di richieste di risarcimento danni per articoli pubblicati sul quotidiano. Addirittura a maggio scorso il giornale è tornato in edicola per un giorno per evitare la decadenza della testata con la direzione di Maurizio Belpietro. Emblematica evoluzione di un testata nata sotto le bandiere dell’anticapitalismo e finito tra le braccia di un accolito del berlusconismo.

Non può che fare tenerezza, allora, che l’appuntamento festaiolo del Pd nel VII Municipio di Roma venga autoqualificato come “piccola festa dell’Unità”, con piccole locandine attaccate con lo scotch sui muri del quartiere San Giovanni. Coscienza di essere sempre più piccoli. Non solo nei numeri.

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