Speaker's Corner

La lezione di Giornalismo di Nellie Bly

Avevo sei anni quando morì mio padre. Mia madre, con 15 figli, si risposò con un uomo che si rivelò violento e ubriacone. Ero ancora una ragazzina quando testimoniai contro di lui durante il processo di divorzio intentato da mamma. Poi partii per Pittsburgh in cerca di un lavoro.

Fu la mia fortuna rispondere all’articolo “A cosa servono le ragazze “ pubblicato sul Pittsburgh Dispatch. Il direttore mi chiamò e mi offrì un lavoro. Fu lui a trovarmi uno pseudonimo.

Elizabeth Jane Cochran mi chiamavo. Diventai per tutti Nellie Bly. Volevo diventare una giornalista investigativa. Avrei voluto occuparmi delle condizioni delle donne in fabbrica, ma gli industriali fecero la voce grossa e mi ritrovai a scrivere di moda e giardinaggio. Non era un lavoro per me.

Quindi mi trasferii a New York. Avreste dovuto vedere la faccia di John Cockerill, direttore del “New York World” di Joseph Pulitzer. Quando bussai alla sua porta chiedendogli di assumermi come reporter, intendo. Io, una donna. E chi l’aveva mai vista a quei tempi una donna reporter.

Quando mi fecero quella proposta accettai con entusiasmo. Fu quello che li convinse ad assumermi.

La proposta di Cockerill e Pulitzer? Fare un reportage sotto copertura nel manicomio femminile Women’s Lunatic Asylum nell’isola di Blackwell, situata a sud-est di Manhattan. E fu così che mi feci rinchiudere in manicomio, fingendomi malata di paranoie, per documentare tutto ciò che accadeva al suo interno.

Dovevo scrivere un resoconto completo e veritiero sul trattamento delle pazienti recluse e sui metodi di gestione della struttura. “Come mi tirerete fuori”, chiesi al mio editore, “una volta che mi troverò all’interno?”.

“Non lo so”, replicò, “ma ritengo che sarà sufficiente dire loro chi sei veramente e per quale scopo ti trovavi lì per ottenere il tuo rilascio. Tu pensa a trovare il modo di farti ricoverare”.

Indossai i panni di una giovane pazza. Quanto riuscii a resistere in quella struttura? Dieci giorni. Un’esperienza che non ho più dimenticato. “Una trappola umana per topi” dove il vitto era scadente, i bagni freddi, l’igiene scarsa ed i maltrattamenti la regola.

Quando la mia inchiesta fu pubblicata lo sdegno fu enorme. La città di New York stanziò un milione di dollari in più all’anno per le cure delle persone mentalmente instabili. La mia inchiesta portò anche alla riforma dei manicomi. Diventai la migliore reporter d’America.

In seguito mi occupai di sfruttamento delle operaie, di bambini, delle condizioni di lavoro delle domestiche e della vita che si conduceva in un istituto di carità. Una vera giornalista investigativa. Ma non sono conosciuta solo per quello. Ma anche per un’impresa straordinaria.

Nel 1888 Pulitzer ebbe l’idea di realizzare quello che lo scrittore francese Jules Verne aveva immaginato nel suo libro “Il giro del mondo in 80 giorni”. E su chi puntò Pulitzer sfidando quella persona a realizzare il viaggio in meno di 80 giorni? Proprio su di me, Nellie Bly.

E fu così che il 14 novembre 1889 partii da Hoboken, nel New Jersey, per un viaggio di 40 000 chilometri. Tornai a New York Il 25 gennaio 1890. Compiendo il giro del mondo in settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi. Un record assoluto.

Fu un errore lasciare il giornalismo per sposare il milionario Robert Seaman. Alla sua morte fui costretta dai debiti a tornare al giornalismo. Il lavoro che amavo. E così diventai corrispondente di guerra dal fronte russo e serbo.

Sono morta all’età di 57 anni, il 27 gennaio 1922, di polmonite al St. Mark’s Hospital di New York. Sepolta in una modesta tomba al Woodlawn Cemetery nel Bronx. Lasciai detto prima di morire: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore”.

Sono sempre stata convinta che l’informazione è utile solo se migliora la vita delle persone. E per migliorare la vita delle persone l’informazione deve denunciare, se vuole cambiare le cose.

E’ passato oltre un secolo da allora.
Oggi come state messi?

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