Politica interna

Nuova maturità

Capita che nel 2018 si approvi una riforma per mano del Ministero dell’Istruzione gialloverde, a guida Bussetti; più specificatamente, una riforma dell’Esame di Stato.

È buona norma evitare moralismi, specialmente se basati su maliziose supposizioni; piuttosto, di ogni azione sarebbe corretto valutarne il merito e le conseguenze fattuali.

Nonostante ciò, osservando il metodo e le tempistiche che hanno accompagnato la suddetta riforma, frenare le accuse di opportunismo nei confronti di Bussetti è compito arduo. 

Il peccato capitale della nuova maturità non è la riforma in sé, ma il metodo con cui è stata portata avanti.

È fuori da ogni logica modificare le regole di ingaggio a duello in corso: si rischia di venire uccisi per le ragioni sbagliate.

Allo stesso modo è fuori da ogni logica stravolgere alcuni aspetti di un esame il quale esito è noto non dipenda unicamente dall’esame, ma sia frutto di almeno tre anni di preparazione.

Sono sbadatezze che si possono perdonare a un qualsiasi umano che non abbia mai messo piede in un liceo Italiano, peccato che Bussetti, in un liceo, persino insegnava. 

Per cui risulta ancora più evidente come questa bizzarra illogicità sia legata a doppio filo con una magistrale scorrettezza: è scorretto sancire come sufficienti 90 ore di scuola lavoro, ammettendo deliberatamente di aver fatto perdere almeno 110 ore in lavoro non retribuito a gran parte degli studenti di Italia; è scorretto depennare il saggio breve, una delle modalità di prima prova in assoluto più popolari e per la quale viene dedicata la maggiore preparazione; è scorretto raddoppiare il quoziente di difficoltà della seconda prova mantenendo a disposizione lo stesso quantitativo di ore, ed è scorretto farlo dopo anni di preparazione differente; è scorretto comunicare poco e male le modalità dell’esame orale, gettando gli studenti nella preoccupazione per mesi. 

È scorretto, ed è doppiamente beffardo, considerando che questi stravolgimenti siano stati comunicati in maniera chiara ed effettiva persino oltre la metà dell’anno scolastico in corso.

È sintomo di voler imporre, forse per troppa fretta, la propria visione in modo istantaneo, peccando però proprio di visione: ignorando totalmente i vari intoppi organizzativi, le molteplici conseguenze psicologiche, per studenti e professori, e una conseguente alterazione del piano didattico che questa foga ha di fatto causato. 

Per quanto riguarda il merito, d’altro canto, le note positive sono indubbiamente presenti, partendo proprio dalla riduzione delle ore di ASL, che rappresenta una sorta di compromesso tra la proposta originaria e le tante lamentele sorte a causa di essa.

Molto significativo l’inserimento di una sezione dell’esame orale dedicata a cittadinanza e costituzione; purtroppo però al momento rimane una parentesi puramente simbolica a fronte dell’effettiva considerazione: i 5 minuti canonici sono appena sufficienti per esporre un paio di articoli o appena inquadrare una qualsiasi situazione politica di attualità, e, d’altronde, la solita assurda, scorretta frettolosità, ha impedito di impostare negli anni un discorso coerente e ragionato di preparazione alla cittadinanza o alfabetizzazione politico-economico-giuridica, perlomeno nella maggior parte dei casi, affibbiando così l’intera responsabilità dell’esposizione allo studente.

Insomma, lo spunto è buono, si spera nell’avvenire, ammesso – e non concesso – che sia un atteggiamento sano. 

Passando alle prove scritte, la già citata eliminazione del saggio breve ha portato alla presenza di cinque prove di analisi (due letterarie e tre di attualità) su sette tracce disponibili: un quantitativo spropositato e ingiustificato, un tentativo di dar ulteriore manforte alla dottrina nozionistica e anti-interpretativa imperante all’interno della scuola italiana: più paletti per indirizzare la scrittura, sempre meno creatività, sempre meno responsabilità, e, di conseguenza, sempre meno possibilità di premiare e coltivare il merito, anche per ciò che concerne la scrittura. 

La seconda prova, invece, pur macchiandosi delle colpe di cui sopra (fra le quali spicca la propria introduzione più che tardiva, che ha di fatto compromesso una preparazione adeguata alla stessa, complici anche l’inattendibilità delle simulazioni), e pur presentando enormi divergenze di complessità tra i diversi indirizzi (si pensi alla abissale discrepanza tra la seconda prova riservata al Liceo Classico e quella del Liceo Scientifico), negli intenti si rivela azzeccata: le materie di indirizzo meritano un trattamento di favore, costituiscono l’anima e il vero discrimine identitario e identificativo di un indirizzo, pertanto una certa specificità e attenzione alla preparazione addizionali non possono che essere accolte positivamente. 

Dulcis in fundo, il centro nevralgico della percezione traumatica di questa riforma da parte della maggioranza degli studenti, vale a dire la modifica dell’esame orale.

Risulta tedioso, quanto purtroppo necessario, ribadire come la maggiore colpa risieda nella comunicazione tardiva e fumosa.

Tuttavia, fatte le dovute precisazioni, l’idea della necessità di un’educazione che possa essere quanto più trasversale, curiosa, creativa, che metta in risalto l’importanza della conoscenza non fine ad un onanismo nozionistico, ma come strumento della ricerca e dello stimolo intellettuale, è quanto di meglio si potesse sperare. 

L’attuazione forse potrà lasciate a desiderare, ma la direzione è clamorosamente desiderabile. 

La famigerata busta, difatti, permette di recidere le cime che tenevano legate le sorti dell’esame al porto sicuro dell’agognata tesina; è vero, la tesina in certi casi permetteva comunque di esprimere il proprio personale taglio creativo e il proprio approccio trasversale alle discipline, di fatto però produceva anche l’effetto contrario, permettendo agli studenti che avessero avuto meno voglia di applicarsi di limitarsi allo studio di pochi argomenti precedentemente eletti: altro che conoscenza disinteressata, studio finalizzato puramente al voto! 

Lo spettro da sventare, ovviamente, è quello di permettere, con il passare degli anni, la fossilizzazione didattica da parte di studenti e professori nei confronti degli argomenti più papabili da finire all’interno delle buste, che per forza di cose saranno grossomodo ritornanti, anno dopo anno.

Il nuovo esame orale non ha quindi eliminato il rischio di una preparazione visceralmente rivolta al culto del numero e del derivante status, ma sicuramente ha espresso la volontà propositiva rispetto a una preparazione che possa essere, fin dal primo anno, disinteressata, globale e realmente interdisciplinare.  “Trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere”.

Non ci è concesso sapere se Bussetti abbia avuto occasione di leggere Calamandrei, per cui non ci è concesso sapere se questa riforma sia frutto del desiderio di rivalsa del più cruciale degli ambiti, oppure della brama di gloria personale.

In ogni caso, che sia questa riforma voluta, o che sia fortuita, la direzione che traccia, al netto delle comunque gravi incongruenze e disattenzioni, è sicuramente positiva. Ci rimane osservare, tentare di comprendere come nei prossimi anni sarà portata avanti, se sarà implementata dal punto di vista organizzativo e applicativo, e sperare che le sensibilità degli studenti e dei professori futuri siano sufficientemente sviluppate per sfruttare e concretizzare al meglio gli spunti forniti. 

Come sempre accade quando il giudizio viene rimesso alla speranza, l’obiettivo non è stato pienamente raggiunto, i mezzi non sono stati pienamente sufficienti. Come spesso accade quando il giudizio viene rimesso alla speranza, però, i primi passi sono stati sufficientemente positivi per generare un inedito senso di fiducia.

Non ci resta che sperare, per adesso accontentiamoci di questo.

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