Terza pagina

L’ubiquità “artistica” di Padre Pio

Qualche autorità teologica, di quelle che dirimano anche i dogmi, prima o poi dovrà spiegare alla platea dei fedeli più critici come mai un burbero fraticello sannita, con barba da santo maronita, sia diventato, a distanza di tanti anni dalla scomparsa, una sorta di icona pop globale alla Andy Wharol. Ipercelebrata non solo nell’etere o nel web, ma addirittura nelle basiliche monumentali, dove un importante quadro del cinquecento è vigilato dall’immancabile statua lignea di discutibile fattura del frate di Pietrelcina.

Passi per la fioritura di luoghi più o meno sacri legati alla ricca e complessa biografia di Padre Pio.

Passi pure per le varie “Cittadelle” dedicate al novello santo, che hanno soppiantato quella letteraria di Cronin dedicata ad un altro curatore di anime, Andrew Manson: dalla mariana di Sessano, in Molise, con i dipendenti addirittura presenti su Linkedin, fino a quella di Drapia, in Calabria, concretizzazione di un sogno premonitore effettuato da una devotissima del cappuccino, Irene Gaeta. Proprio qui, nella diocesi di Mileto, Nicotera, e Tropea, il governatore Oliverio ha presieduto di recente all’inaugurazione del tetto dello ieratico manufatto.

Passi persino che esistano emittenti radiofoniche e televisive che si chiamano con il nome del frate. E che il blog “Papaboys 3.0” offra quotidianamente, per iniziare al meglio il nuovo giorno, le parole più belle di Pio da Pietrelcina, alias Francesco Forgione.

Ma proprio per deferenza nei confronti di un santo tirato per la tonaca da troppe parti, ci chiediamo, ad esempio, perché annualmente Raiuno in diretta da Pietrelcina debba trasmettere una kermesse (“Una voce per Padre Pio”) dove l’intrattenimento è solitamente rappresentato dalla narrazione dei rapporti di una serie di artisti – immancabili i pugliesi Albano e Lino Banfi – con il fraticello scomparso in un anno storico ed emblematico come il 1968. E perché, in occasione dell’evento, si peschi sempre il testimone – quest’anno è stata la volta nientemeno che di Gloria Guida – che confessi di aver percepito il fortissimo profumo di rosa collegato alla figura del cappuccino sannita.

Se tutto ciò si concentrasse in un anniversario o in occasione di una riesumazione, ci potremmo anche stare. Ma la questione vera è che le cronache che chiamano in causa il santo sono ormai quotidiane e la sua è diventata una vera e propria – a volte davvero miracolosa – onnipresenza.

Nei giorni scorsi, ad esempio, un subacqueo ha scoperto che una statua di Padre Pio posata nel 2000 sul fondale di punta del Serrone, a nord di Brindisi, è stata distrutta. Apriti cielo, in zona non s’è parlato d’altro: causalità, colpa o dolo? E qual è il messaggio?

Ancora più clamorosa la notizia proveniente dall’Africa dove la Nigeria da oltre 17 mesi tiene bloccata una nave – equipaggio e carico compresi – per aver violato le leggi locali durante il trasporto di petrolio. Come si chiama l’imbarcazione battente addirittura bandiera svizzera, che per paradosso oltrepassa addirittura la bandiera liberiana di verdoniana memoria? Naturalmente “San Padre Pio”. Forse proprio certa del dono della bilocazione, più volte attribuito al frate, la Svizzera ha ritenuto da subito che la “San Padre Pio” non si trovasse nelle acque territoriali nigeriane. Il Tribunale internazionale del diritto del mare delle Nazioni Unite, a cui s’è rivolta, ha dato ragione al Paese elvetico. E c’è chi grida al miracolo.

Se la bilocazione, cioè il riuscire ad essere presenti contemporaneamente in due posti differenti, è una delle caratteristiche attribuite a Padre Pio, tale qualità è estesa anche a suoi confratelli. E’ il caso di fra’ Domenico da Cese, che in vita ha incontrato più volte Padre Pio, ma non è potuto andare al suo funerale, impegnato con un gruppo di pellegrini al santuario di Manoppello, in Abruzzo. Ebbene un recente libro ipotizza che in realtà il religioso di Manoppello sarebbe stato presente anche alle esequie del frate di Pietrelcina, indicando a riprova alcune immagini televisive e testimonianze varie.

Ma di tutti i processi che stanno trasfigurando un umile cappuccino in una leggenda ubiquitaria, è proprio la foggia “pseudoartistica” a scandalizzare maggiormente: perché collocare orribili quadretti o deformi sculture in templi resi maestosi da opere d’arte secolari? Davvero Francesco Forgione da Pietrelcina ne sarebbe contento?

Padre pio

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