Economia & Finanza

Un bilancio dei 20 anni dell’euro

Si celebrano quest’anno i 20 anni della moneta unica. È opportuno allora trarre un bilancio storico/economico il più possibile spassionato ma che, lo dichiaro sin d’ora, non può che essere nettamente positivo.

Com’è noto, l’Italia non era pronta per far parte della nuova area valutaria: sarebbe dovuta entrare in un secondo momento, ma la decisione inopinata della Spagna di Aznar di farvi parte da subito scompaginò i nostri piani; il governo Prodi, per risanare i conti pubblici, dovette imporre un’eurotassa, presto dimenticata (all’epoca il 75% degli italiani si dichiarava comunque favorevole ad aderire alla nuova moneta).

Il periodo di transizione dalla lira all’euro durò tre anni (pensate se dovessimo uscire dall’euro, magari in condizioni di hard exit!). E il cambio lira – euro venne fissato a 1936,27. Tale soglia rispecchiava i valori correnti di mercato dell’epoca (il riferimento era il marco: un marco equivaleva a 990 lire). Non era pertanto possibile fare diversamente.

Il brusco aumento dei prezzi che seguì all’introduzione dell’euro nei primi mesi del 2002 non dipese né dal tasso di cambio – questa è una delle leggende più diffuse e persistenti – né da errori imputabili ai governi di centro-sinistra che gestirono le negoziazioni per l’entrata dell’Italia nell’euro. L’impennata inflazionistica fu determinata unicamente dalle colpe del governo Berlusconi, che non vigilò sull’andamento dei prezzi, smantellò le autorità preposte al controllo dei prezzi ideate dai predecessori e addirittura, tramite un decreto legge, fissò esso stesso il cambio truffaldino un euro=mille lire per i giochi d’azzardo – lo ha rimarcato anche Emanuele Felice recentemente su Repubblica.

L’introduzione dell’Euro ha apportato precipuamente quattro benefici per il nostro Paese.

Innanzitutto, una riduzione cospicua dei tassi di interesse sul debito pubblico. Sì è passati dall’11% del 1995 al 4/5 attuale. Minore spesa pubblica quantificabile in un risparmio di 60 miliardi annui (Bini Smaghi). Recentemente Adrea Montanino, economista di Confindustria, ha scritto su La Stampa che “se il costo medio del debito fosse rimasto quello dell’anno prima dell’entrata nell’euro (5,7%), l’Italia avrebbe pagato quasi 500 miliardi in più tra il 2000 e oggi”. Dove sono finiti questi soldi in più nel bilancio dello Stato? Ancora una volta la responsabilità è dell’allora governo Berlusconi, che li dilapidò in aumenti di spesa corrente (soprattutto per le pensioni).

Poi, una riduzione del costo del debito dei mutui sia per le imprese che per i cittadini; in terzo luogo l’integrazione dell’economia Italiana nel mercato unico europeo dei capitali e del credito ha generato un maggior afflusso di capitali stranieri da parte di investitori europei (talché, prima della crisi, il 50% circa del nostro debito pubblico era detenuto da investitori stranieri) e dunque una maggior concorrenza. Questo è dovuto anche al fatto che il venir meno del rischio di cambio e dei costi di conversione ha notevolmente semplificato il commercio di beni e servizi.

Infine, il quarto vantaggio significativo dell’euro riguarda la diminuzione dell’inflazione (da una media del 5% negli anni 90 all’1,7 attuale, molto vicino al 2%, come prevede lo statuto dalla BCE). L’inflazione è una tassa occulta, sui poveri, che erode i redditi da lavoro e i risparmi. Per un Paese come il nostro in passato incline a spirali inflazionistiche, stabilizzarla ha significato un risparmio in particolare per lavoratori dipendenti e pensionati.

La rinuncia – o meglio, la condivisione – della sovranità monetaria tra i paesi dell’euro, tramite la creazione di un’unica banca centrale fu pensata scientemente per ridurre al minimo le oscillazioni dei tassi di cambio tra le varie monete e per ridurre i differenziali di interesse dei titoli di Stato. La Bce inizialmente è stata accusata, a sproposito, di essere insensibile alla crescita economica perché troppo ossessionata dall’inflazione. Negli ultimi anni, quelli di Draghi alla guida della BCE, è invalsa da noi la tendenza opposta. Si sono levati elogi alle politiche di diminuzione dei tassi di interesse e di acquisto dei titoli pubblici da parte della BCE, e la richiesta di fare di più – dimenticando che la politica monetaria può alleviare i problemi di un Paese solo nel breve periodo, non certo surrogare a politiche fiscali accorte.

Diversi anni fa, Milton Friedman (affiancato in questo giudizio da Martin Fieldstein) si espresse molto criticamente nei confronti dell’euro, arrivando a preconizzare l’implosione dell’area monetaria (e persino il rischio di guerre militari). Fu una previsione oltremodo fallace, tuttavia è acclarato che quella europea non sia “un’area valutaria ottimale” (come si dice in gergo economico) perché include paesi troppo diversi tra loro, ed è quindi esposta a sciock asimmetrici.

È inoltre innegabile che l’euro, così come il progetto europeo, sia una costruzione imperfetta. Col senno di poi è stato un errore anteporre l’unione economica a quella politica. Un chiaro esempio di ottimismo della volontà. Il risultato è una “moneta senza Stato” come si usa dire. L’Europa è in questo senso un unicum nella storia mondiale: un insieme di Stati che decidono di costituirsi in un’unità sovranazionale, condividendo la stessa moneta, ma senza essere pienamente integrati dal punto di vista politico (né tantomeno da quello fiscale o bancario).

Se i vantaggi dell’adesione all’euro, di cui abbiamo detto, sono conclamati e indiscutibili, perché questo viene continuamente additato da politici e commentatori vari come la causa dei problemi italiani, più nello specifico della mancata crescita economica? L’euro – e i parametri ad esso collegato, come ad esempio il fiscal compact – è stato percepito dalle classi dirigenti italiane alla stregua di “una camicia di forza” che precluderebbe l’implementazione di politiche di bilancio espansive. Si tratta di una forma di dissonanza cognitiva (semmai la causa è un debito pubblico abnorme, il terzo più elevato al mondo dopo Giappone e Stati Uniti). Oltretutto la teoria del vincolo esterno – l’idea sottostante è che l’adesione all’euro implicando la convergenza delle politiche economiche avrebbe responsabilizzato i politici italiani – è stata smentita nei fatti. I parametri di Maastricht, per quanto stringenti, non hanno impedito all’Italia di perpetuare politiche fiscalmente irresponsabili (deficit spending, aumenti della spesa corrente destinata a finalità assistenzialistiche e clientelari ecc).

È pacifico che la convivenza con l’euro è più difficile per i Paesi che non adottano riforme, non essendoci più la possibilità di svalutare la moneta per rendere meno costose e più competitive le esportazioni. I problemi dell’Italia, infatti, sono derivati “dal fatto che dopo l’entrata nell’euro i comportamenti degli operatori economici italiani, sia quelli pubblici che quelli privati, non si sono adeguati alle esigenze di un’area monetaria integrata” (Bini Smaghi in 33 false verità sull’Europa). Ovvero: lo Stato ha seguitato a spendere, i salari sono cresciuti a prescindere dalla produttività (del 20% circa), la produttività del lavoro è al contrario rimasta stagnante, le rigidità che indeboliscono il sistema produttivo non sono state risolte e alla fine i costi delle nostre aziende sono saliti più di quelli delle imprese straniere. Perciò l’euro non ha potuto dispiegare appieno i suoi vantaggi, come invece è accaduto in altri Paesi. Ancora oggi è valida la massima di Carlo Azeglio Ciampi: “l’euro non è il paradiso, ma un purgatorio”, dipende cioè dall’uso che se ne fa.

Un’altra accusa ricorrente, ma senza fondamento, è che l’euro non ci abbia salvaguardato dalla crisi economica; ci siamo forse dimenticati degli attacchi speculativi alla Lira degli anni 90 che spinsero il governo Amato al prelievo forzoso o la crisi economica degli anni 70 quando si sentì per la prima volta parlare di austerità? Nel momento in cui fu ideato l’euro, non si poteva certo prevedere che incombesse di lì a poco la più grave recessione dai tempi del 29 (crisi economiche così virulente si verificano al massimo 1/2 volte ogni millennio). Alcuni paesi europei hanno retto meglio poiché avevano fondamentali economici solidi; altri come l’Italia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna no (questi Paesi nel frattempo hanno risanato i propri conti pubblici, ridotto le asimmetrie con il resto d’Europa e oggi crescono a livelli per noi impensabili).

In conclusione, per dirla con Alesina e Giavazzi, “il mancato ingresso nell’euro avrebbe generato una spirale di tassi di interesse e deficit che avrebbe spinto l’Italia verso l’insolvenza, con ripercussioni sulla stabilità finanziaria non solo Italiana ma europea”.

Prendersela con l’euro può essere elettoralmente redditizio (secondo gli ultimi sondaggi, il 20/30% circa degli italiani vorrebbe abbandonare la moneta unica per tornare alla Lira) – in fondo l’euro è il capro espiatorio ideale – ma ignora completamente la realtà dei fatti; soprattutto rivela la tendenza sempiterna della classe dirigente italiana a non voler affrontare e risolvere le ragioni ataviche alla base del nostro declino.

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