Politica interna

Veneto, Zaia sulla sanità “oltrepassa” Berlusconi (e Prodi)

Fu il governo Prodi nel 2007 ad introdurre il cosiddetto “superticket” per la sanità. L’ennesimo balzello – un obolo aggiuntivo di dieci euro su ogni ricetta per prestazioni di diagnostica e specialistica – talmente amato da essere spesso definito “la bestia nera” del servizio sanitario. Tuttavia, proprio per l’impopolare gravame sulle famiglie, restò lettera morta per qualche anno. Finché il governo Berlusconi, quello del taglio (a parole) delle tasse, lo ha reso operativo con la Finanziaria del 2011. Per un gettito totale intorno al miliardo di euro. 

Non mancarono ricorsi alla Corte Costituzionale contro una gabella giudicata iniqua. Addirittura a ricorrere fu la Regione Veneto, già governata da Zaia (dal 2010), che si scagliò contro un provvedimento assunto da un governo “amico”. Ma alla Consulta gli oppositori furono sconfitti. Per attenuare il carico ai propri cittadini, alcuni enti locali hanno scelto di rimodulare il “superticket” nazionale dimezzandolo per i meno abbienti, come ha fatto lo stesso Veneto. 

Infatti ogni Regione può decidere come richiedere il “superticket” all’utenza. Alcune, appunto, hanno deliberato di modularlo in base al reddito (Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Umbria e Veneto) o al tipo di servizio (come la Campania, la Lombardia e il Piemonte). In altre è pienamente in vigore per tutti (Abruzzo, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Puglia e Sicilia). Altre ancora hanno deciso, di recente, di eliminarlo (Basilicata, Lazio, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta). 

Ora la Giunta regionale del Veneto ha deciso di unirsi a queste ultime Regioni e di abolire il “superticket”, a partire dal primo gennaio 2020, per le persone con un reddito inferiore a 29 mila euro annui. La decisione è stata resa possibile dal riparto tra le Regioni italiane di una somma complessiva di 60 milioni di euro, dei quali quasi sette milioni sono andati al Veneto. L’abolizione, per ora, riguarderà il 2020. 

La tassa, per quanto iniqua in quanto potrebbe inficiare il diritto alla salute spingendo tanti cittadini a rinunciare alle cure, rappresenta però l’ennesima conferma di una sanità qualitativamente differente tra territorio e territorio, anche in termini di offerta economica. Talvolta, chi non applica ticket regionali ai cittadini, riesce lo stesso a tenere i conti in perfetto ordine. Mentre chi ha scialacquato per anni in uno dei comparti che – come noto – costituisce la più ghiotta mangiatoia, è oggi costretto a spremere l’utenza per provare a rientrare in carreggiata. A cominciare da molte Regioni meridionali. Segno che il malaffare può portare giovamento a pochi, ma danni a molti.

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