Politica estera

Trump bullizza anche l’India

Gli Stati Uniti inseguono l’India per una relazione strategica stretta in vista del cosiddetto ‘contenimento’ dell’influenza cinese fin dai tempi dell’amministrazione di Bush junior, con l’accordo nucleare che accolse il grande paese dell’Asia del sud nel ristretto club nucleare.

Tale accordo doveva servire sostanzialmente da ‘esca’ per portare l’India piano piano verso un’alleanza strategica con gli Stati Uniti. In questi anni il piano si è ulteriormente sviluppato, con il ‘Pivot to Asia’ dell’amministrazione Obama, con la strategia dell”Indo-Pacific’ dell’amministrazione Trump ed ancora con gli accordi in materia di comunicazioni o con i colloqui fra funzionari per il cosiddetto ‘QUAD’, le ‘convergenze quadrilaterali’ Usa-India-Giappone-Australia. I quattro paesi hanno approfondito legami e cooperazione ma non si è andati oltre intese molto specifiche, manovre navali congiunte e ovviamente forniture militari. Tutto questo è sicuramente molto importante ma rimane piuttosto lontano da una alleanza militare o anche da una stretta partnership strategica di difesa.

La realtà è che l’India, prima con Manmohan Singh Premier, e poi con Narendra Modi leader nazionale, è stata capacissima di assorbire le tecnologie americane, cosa che più interessava a Delhi, senza offrire in cambio un allineamento strategico stretto con gli americani. La strategia di politica internazionale dell’India ovviamente si è adeguata ai tempi nuovi del dopo Guerra Fredda e della globalizzazione ‘americana’: essa è passata dalla classica politica del ‘Non-Allineamento’ a quella del ‘Multi-Allineamento’, con gli Usa, con il Giappone, con la Russia e con la Cina (e con l’Unione Europea; in Medio Oriente, con l’Iran, con l’Arabia saudita, con gli Emirati e con Israele!!!). Partnership strategica con gli Stati Uniti, alleanza strategica con la Federazione russa, fortissime convergenze economiche e politiche con l’Impero del Sol levante e dialogo continuo, economico e politico, con la Repubblica Popolare. E’ un’opera di discreto equilibrismo geopolitico di tutto rispetto, ma che comunque sta funzionando abbastanza bene, come hanno dimostrato anche i recenti lavori del Consiglio di sicurezza Onu in merito all’attacco terroristico in Kashmir contro forze militari indiane e il sostanziale sostegno cinese a Delhi.

In questa cornice delicatissima che meriterebbe un’attenzione tutta particolare, per continuare ad avere una relazione politica con l’India, paese comunque chiave per gli assetti globali, si è inserita da par sua, l’amministrazione di Donald Trump. Il Presidente americano ha preso a trattare Delhi come tratta un po’ tutti gli alleati ed amici degli Stati Uniti che hanno economie efficienti in ambiti più o meno vasti: a botte da orbi.

Un anno or sono, l’amministrazione Trump ha inserito l’India nel novero dei paesi da colpire con i dazi su acciaio e alluminio senza alcune esenzione, un po’ come l’Unione Europea. Delhi non ha minimamente apprezzato: ha pensato di reagire immediatamente con una rappresaglia commerciale poi ci ha ripensato. Ma nel mentre ha perfettamente compreso il carattere di inaffidabilità politica e geopolitica dell’amministrazione Trump. Ne ha preso le misure. Ne ha tratto le conseguenze. Stringendo i rapporti nel mondo asiatico: con la Russia, tradizionale alleata anche militare di Delhi; con il Giappone, ricco di potenzialità quanto ad investimenti industriali; e persino con la Cina. Le controversie e tensioni di frontiera sono state rapidamente messe da parte anche grazie ad un ottimo rapporto personale, costruito negli anni, fra il Presidente cinese Xi Jinping e il primo Ministro indiano. Dopo l’annuncio (ennesimo atto assertivo dell’amministrazione Trump) dell’eliminazione delle clausole di privilegio per alcuni settori agricoli che Washington riservava all’India come classica economia in via di sviluppo, ha deciso la rappresaglia commerciale: ovvero i dazi su mandorle, noci e quant’altro.

Ovviamente gli Stati Uniti continuano a pensare all’India come grande Paese possibile alleato degli Usa: i think tank americani di tutti i colori non lasciano passare settimana senza proporre analisi e rapporti per una maggiore cooperazione indiano-americana; il segretario di stato Mike Pompeo è sbarcato nella capitale indiana eccetera eccetera. Il punto è che Delhi non ‘si fida’ molto dell’amministrazione Usa, a causa delle sue ‘oscillazioni’ e della sua radicata attitudine a considerare alleati e amici come meri sudditi. Esattamente come Angela Merkel, anche Narendra Modi non ha alcuna tendenza a fare da ‘suddito’ di Donald Trump. 

Morale. Il film indiano-americano continuerà: Washington inseguirà ancora Delhi sul fronte della cooperazione; Delhi continuerà a sfruttare al massimo le opportunità che gli Usa possono dare quanto a tecnologie, concedendo il ‘minimo possibile’; l’India perseguirà sempre la politica del ‘Multi-Allineamento’, per la felicità di Mosca (e un po’ anche per quella di Xi Jinping). La novità, rispetto a questa linea di condotta strategica, è che Delhi ora, secondo alcuni osservatori, si ‘fida’ un po’ meno di Washington.

Modi, India, Trump, Merkel, oriente, Bush

Claudio Landi

Giornalista parlamentare, Corrispondente dal Senato. Si occupa anche di politica e economia del continente Asiatico. Su questi temi cura la trasmissione settimanale ‘L’Ora di Cindia’, dedicata proprio all’Asia. Autore di libri come: ‘Buongiorno Asia’, edizioni Vallecchi; ‘Il Dragone e L’Elefante’, Edizioni Passigli; ‘La Nuova Via della seta’, Edizioni O/Barra. Autore di numerosi saggi e pezzi riguardanti l’Asia, su riviste specializzate, in particolare su Il Mulino, Asia Major, Reset, su giornali come Europa nonchè sul più importante magazine progressista Indiano, ‘Frontline’. Ha tenuto numerose conferenze presso le più importanti università di New Delhi dove si reca costantemente da oltre venti anni. Autore di una Newsletter settimanale sull’Asia, ‘Good Morning Asia’, nonché del sito dedicato all’Asia.

Leave a Comment