Speaker's Corner

Il terrorismo e la mappa mondiale dei traffici illeciti

Dagli stupefacenti agli idrocarburi, dal tabacco ai medicinali contraffatti, dalle armi alle opere d’arte, fino alla gestione dei migranti e degli organi umani. I traffici illeciti, facilitati dall’ipermobilità delle merci a livello globale, dall’interdipendenza delle economie, nonché dall’uso sempre più diffuso del cyberspazio (in particolare di quello non tracciabile) rappresentano business sempre più colossali e difficilmente arginabili. Fenomeni, tra l’altro, dove un considerevole ruolo di player è svolto dalla criminalità organizzata e dai gruppi terroristici, in particolare da quelli di matrice jihadista.

Una delle più recenti e approfondite analisi sui rapporti tra terrorismo, criminalità organizzata, contrabbando e traffici illeciti è stata svolta dall’Icsa, la fondazione presieduta dal generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’aeronautica, che quest’anno ha presentato un rapporto di 480 pagine sulle strategie e le configurazioni economico-finanziarie del terrorismo jihadista e sulle misure attuate dalle autorità competenti per prevenire e fronteggiare tale fenomeno.

Abbiamo incontrato il generale Tricarico in occasione della presentazione del rapporto presso la Casa dell’Aviatore a Roma ad inizio luglio. Con lui, tra gli altri, l’economista Alessandro Locatelli della “Sapienza” a Roma, la sociologa Elettra Santori, il magistrato Giancarlo Capaldo, i generali Claudio Masci e Luciano Piacentini, tutti consulenti della fondazione.

Racconta il generale Tricarico. “Grazie all’affermazione del nostro progetto ‘Fighting terrorism on the tobacco road’ in un bando internazionale, abbiamo potuto costituire un gruppo di ricerca interdisciplinare, radunando investigatori e analisti di intelligence, sociologi ed economisti, geografi e storici, antropologi e massmediologi per approfondire al meglio il fenomeno terrorismo, che per sua naturale è complesso, variabile e multidimensionale. Il rapporto, in particolare, dimostra il nesso tra il finanziamento del terrorismo e le diverse tipologie di traffico criminale, dallo sfruttamento illegale di money transfer e criptovalute digitali al dark web, dal riciclaggio di denaro sporco al contrabbando di petrolio e al traffico di armi, dal traffico di migranti e di organi alla tratta di esseri umani, dal traffico di stupefacenti e di medicinali al contrabbando di sigarette, fino al traffico di antichità”.

Il rapporto individua innanzitutto quattro fondamentali tipologie di mercato illecito: le merci o i servizi di cui è vietata la vendita in un determinato territorio, come i narcotici o la prostituzione; la vendita irregolare di merci regolamentate; la vendita di prodotti con evasione delle tasse, come le sigarette; le vendita di beni rubati, come antichità, automobili o elettronica.

Si legge nel volume: “Alla base del contrabbando c’è il concetto di arbitraggio: approfittando di una differenza di prezzo tra due o più mercati, il commercio illecito si procura un prodotto a basso prezzo, gestendone il trasporto e/o lo stoccaggio fino a quando il bene non viene venduto ad un prezzo più alto. Questo vale tanto per le sigarette, quanto per le vite umane”.

Sull’evoluzione del fenomeno si sofferma il professor Locatelli: “Oggi l’importanza del prodotto specializzato, come possono essere le sigarette, sta venendo meno, lasciando il ruolo centrale alle reti, ossia alla gestione delle rotte. Il modello più usato, il cosiddetto ‘Hub & Spoke’, cioè ‘Mozzo & Ruota’, è caratterizzato da viaggi più spezzettati, da spedizioni più piccole e da prodotti più differenziati. Ciò riduce il costo delle perdite in caso di intercettazioni, determina la flessibilità dei passaggi e minimizza i rischi per il trafficante. Non a caso i sequestri sono sempre più multicarico”.

Soffermandosi sul terrorismo di matrice jihadista, il più diffuso nel mondo e non affatto sconfitto (un interessante grafico del volume lo colloca tuttora in sedici Paesi nel solo continente africano tra Al-Qaeda e affiliati, Boko Haram in Camerun, Ciad e Nigeria e Isis), il rapporto analizza le dinamiche evolutive di al-Qaeda e dell’Isis, evidenziandone gli snodi fondamentali, recenti e passati, dal punto di vista dell’organizzazione e della strategia. Al-Qaeda si è imposta, sin dall’inizio, come “al-Qaeda globale”, struttura centralizzata sul piano ideologico, operativo, logistico e organizzativo in grado di pianificare azioni contro l’Occidente; entità terroristica che, attraverso una struttura reticolare a diffusione molecolare e molteplici forme di spontaneismo armato, ha fornito una sorta di copyright ideologico ai gruppi jihadisti disseminati in tutto il mondo.

L’Isis ha invece almeno sei anni di incubazione, dal 2006 al 2012. Ha fatto la sua comparsa nella guerra civile siriana. Nell’aprile 2013 lo Stato Islamico dell’Iraq, con a capo al-Baghdadi, si è trasformato in Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Il divorzio tra al-Qaeda e l’organizzazione di al-Baghdadi è avvenuta nel febbraio 2014 con l’inclusione della Siria nella ridenominazione dell’ex Aqi (al-Qaeda in Iraq) in Isis e poi Is (Islamic State). Secondo l’ideologia dell’Isis – spiega il rapporto – il Califfato universale deve essere ricostituito attraverso la jihad, cominciando con la realizzazione di califfati regionali, futuri poli di attrazione per i Paesi confinanti. Sulla base di tale disegno strategico, l’Isis ha compiuto un’avanzata surrogando al-Qaeda e rendendo la propria jihad più incisiva sull’area conflittuale, nonché più attraente per i suoi supporter, con la costituzione di uno Stato Islamico non più vagheggiato ma pienamente realizzato su un vasto territorio.

Oggi, con la caduta dell’Isis, al-Qaeda sembra aver recuperato una nuova vitalità, con il tentativo di riacquisire la leadership della jihad globale riconducendola sotto linee guida unitarie. La fine del Califfato, che ha provocato la terza diaspora jihadista (dopo la cacciata dell’Urss dall’Afghanistan e l’annientamento dell’Emirato afghano del mullah Omar), sta alimentando i gruppi estremisti già affiliati sia ad al-Qaeda sia all’Isis, nonché le cellule dormienti nei Paesi occidentali. I nuovi rientri potrebbero favorire forme aggregative ed atti di terrorismo ancor più eclatanti, in virtù di un’alleanza fra le varie metastasi jihadiste, che potrebbero rivelarsi ancor più destabilizzanti per l’Occidente. Le nuove forme di aggregazione – mette in guardia la fondazione del generale Tricarico – disporrebbero anche di maggiori capacità operative sia per l’esperienza maturata e le tecnologie sofisticate acquisite (come ad esempio l’impiego di droni), sia per gli schemi psicologici e di propaganda mediatica interiorizzati.

IL “TERRORISMO IBRIDO” – Tutte le campagne terroristiche del passato si sono sovvenzionate attraverso attività criminali di varia natura: dalle rapine al contrabbando, dai rapimenti allo sfruttamento del mercato nero. Quindi l’attuale quadro non costituisce una novità. Oggi le formazioni terroristiche, specie nei teatri operativi del Medio Oriente ed in quelli africani (in particolare in Libia, Mauritania, Mali, Nigeria, Ciad) stanno dimostrando una significativa capacità di contemperare l’originaria connotazione ideologico-identitaria e religiosa inserendosi con successo nei contesti affaristici e dialogando efficacemente con le organizzazioni criminali, secondo le modalità del cosiddetto “terrorismo ibrido”.

Il rapporto prende in esame non solo i canali macro di supporto economico ai gruppi jihadisti (contrabbando di idrocarburi, di reperti archeologici, di armi, di sigarette, traffico di droga, di migranti, ecc.), ma anche i micro flussi di finanziamento provenienti dallo spaccio di droga, dalla contraffazione di merci, dalle rapine e persino da attività legali (come le richieste di prestito alle banche e alle finanziarie), dai quali i jihadisti europei hanno tratto le risorse per preparare i sanguinosi attentati degli ultimi anni. Said Kouachi, uno dei due terroristi che assaltarono la redazione di Charlie Hebdo, finanziò l’attacco attraverso i profitti derivanti da un traffico di Nike contraffatte.

Non a caso uno degli strumenti più efficaci nella lotta al terrorismo è l’intelligence finanziaria, analogamente ad uno dei metodi più proficui adottato da Falcone e Borsellino nella lotta alla mafia.

IL COMMERCIO ILLEGALE DI IDROCARBURI – Con i proventi del greggio il Califfato ha potuto pagare i salari di migliaia di miliziani, acquistare armi, forgiare lucrose alleanze con le tribù irachene sunnite ostili al governo sciita di Baghdad. Secondo autorevoli fonti, i proventi delle attività petrolifere gestite dall’Isis in Siria ed in Iraq ammontavano, nel solo 2015, a 400 milioni di dollari l’anno. Gran parte delle capacità di finanziamento dello Stato Islamico era subordinata alla sua capacità di raffinare e trasportare il petrolio. L’Isis ha costruito condotte interrate e raffinerie di petrolio fisse o mobili, anche se con caratteristiche rudimentali, come le raffinerie modulari (molto comuni, costruite off-site, si possono attaccare al camion o al pozzo, si possono smontare e rimontare facilmente, nonostante le piccole dimensioni sono comunque sofisticate). Il ricavo per l’Isis della vendita del petrolio (venduto vicino al luogo di produzione) si aggirava, negli anni di massima espansione del Califfato, sui 20-35 dollari al barile (prezzo del barile riferibile al 2015), da ciò gli intermediari potevano poi giungere a prezzi di vendita pari a 60-100 dollari per barile, creando un significativo margine di guadagno per le operazioni di contrabbando. Un camion che trasporta 150 barili di greggio consentiva un guadagno da 3.000 a 5.000 dollari a seconda del grado di raffinamento del greggio.

Dal momento che la vendita di petrolio è tecnicamente difficile, specie per l’Isis che non disponeva di strutture tradizionali di esportazione o di accesso al mercato aperto, i terroristi hanno dovuto spedire il petrolio in camion al confine turco dove broker petroliferi e trader lo compravano facendo pagamenti in contanti o in natura. Dati certi sugli acquirenti del petrolio di Isis non sono stati resi disponibili da fonti istituzionali, ma secondo alcuni esperti il petrolio sarebbe stato commercializzato sul mercato nero attraverso Giordania, Turchia e Kurdistan, mentre secondo altri sarebbe stato venduto soprattutto in Siria, Libano e Turchia. Si parla anche del “connesso interesse della criminalità organizzata, ad esempio quella italiana, che, dati i rilevanti guadagni derivanti da queste attività illegali, da tempo investe su questo mercato”.

GLI STUPEFACENTI – Secondo stime del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, circa la metà delle entrate dei talebani in Afghanistan proviene dal traffico di stupefacenti (principalmente oppiacei). I talebani tassano gli introiti derivanti dalla produzione e dalla vendita di droga, e in alcuni casi sono direttamente coinvolti nel traffico. Lo Stato Islamico ha combattuto contro i talebani nel 2015 per il controllo dei profitti del narcotraffico a Nangarhar.

La coltivazione e la produzione di oppio in Afghanistan dal 2001 è notevolmente cresciuta. Le aree coltivate a papavero da oppio nel Paese sono, a vari livelli, controllate da diversi gruppi terroristici, tra cui talebani e Isis. Si stima che l’85 per cento dell’area coltivata a papavero da oppio sia sottoposta a vari gradi di influenza talebana, mentre l’1,4 per cento rientra in zone dove si riscontra un più o meno marcato sostegno a Isis.

Ad essere coinvolte nel contrabbando di cocaina e cannabis sono soprattutto le organizzazioni terroristiche dell’Africa occidentale: al-Qaeda nel Maghreb Islamico, Boko Haram in Nigeria e nei Paesi confinanti.

Da non sottovalutare il contrabbando di medicinali contraffatti, compresa la cosiddetta “droga del combattente”. Un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (2017) ha portato al sequestro di ventiquattro milioni di pastiglie del farmaco “tramadolo” (o “droga del combattente”, sostanza oppiacea sintetica usata dai miliziani negli scenari bellici mediorientali) che, vendute al dettaglio, avrebbero fruttato 50 milioni di euro sul mercato nero nordafricano e mediorientale. Il farmaco era arrivato al porto di Gioia Tauro dall’India ed era diretto in Libia. Il tramadolo viene regolarmente trovato nelle tasche di sospetti terroristi arrestati nel Sahel, o che hanno commesso attacchi suicidi. Il traffico di tramadolo sarebbe gestito direttamente dall’Isis per finanziare le attività terroristiche che l’organizzazione pianifica e realizza in ogni parte del mondo; parte dei proventi illeciti derivanti dalla vendita di questa sostanza sarebbero destinati a sovvenzionare gruppi di eversione e di estremisti attivi in Libia, in Siria ed in Iraq.

LA TRATTA DEGLI ESSERI UMANI – Negli ultimi dieci anni, il profilo delle vittime della tratta di esseri umani è cambiato. Pur restando dominante la componente femminile, i bambini e gli uomini sono aumentati notevolmente. Oggi la tratta di esseri umani avviene in gran parte all’interno dei confini dei Paesi di origine dei trafficati e spesso la riduzione in schiavitù viene utilizzata da gruppi terroristici per avere manodopera a basso costo o come vera e propria ricompensa.

Molte sono le donne rapite dai gruppi jihadisti, è rimasto nella memoria, ad esempio, il caso delle 250 ragazze rapite da Boko Haram nel 2014. Le ragazze rapite nel Nord della Nigeria non subiscono solo matrimoni forzati con i combattenti dell’organizzazione terroristica; alcune di loro sono vendute alle reti nigeriane della prostituzione, molto attive in Europa. Le mafie forniscono loro passaporti e le introducono nei Paesi europei. Al loro arrivo, possono essere rivendute alle tenutarie nigeriane (le maman) per 10mila euro.

Non mancano rapimenti di minorenni per lavori forzati, sfruttamento dei minori nelle zone di conflitto (bambini-soldato) e sfruttamento per accattonaggio.

ANTICHITÀ E BENI CULTURALI – Viene definito il “petrolio di pietra”, il traffico di beni culturali ha spogliato principalmente le aree archeologiche e i musei di Siria e Iraq. Tra il 2010 e il 2014 si è verificato un balzo del 412 per cento nelle importazioni di beni archeologici e artistici provenienti dall’Iraq e diretti negli Usa. Le importazioni di monete di argento, bronzo e altri materiali nobili provenienti dalla Turchia hanno raggiunto un picco di incremento del 129 per cento, quelle provenienti da Israele del 466 per cento e del 676 per cento quelle dal Libano (tutti Paesi, questi, confinanti con la Siria e, nel caso della Turchia, anche con l’Iraq). Se le statistiche si riferiscono a esportazioni legali e certificate (per quanto, è noto come la certificazione dei reperti e dei manufatti possa venire falsificata), si può intuire un più che significativo aumento nel parallelo mercato illegale. Esistono evidenze incontrovertibili sia del coinvolgimento diretto dell’Isis nell’escavazione di siti archeologici e nel commercio illegale di antichità, sia dell’esistenza di una struttura governativa deputata a questo scopo. Nel maggio 2015, durante un raid delle forze speciali Usa nel nord della Siria, che portò all’uccisione di Abu Sayyaf al-Iraqi, membro di alto rango dell’Isis, vennero rinvenute prove documentali dell’esistenza di un apparato burocratico del Califfato preposto al traffico di antichità. Nella casa di Abu Sayyaf vennero ritrovati una collezione di reperti (monete, libri cristiani, una placca di avorio rubata dal museo di Mosul e oggetti falsi) e documenti che facevano riferimento ad una struttura governativa, guidata dallo stesso Abu Sayyaf, chiamata “Diwan al-Rikaz”, sorta di ministero per le risorse naturali diviso in due dipartimenti: un dipartimento petrolifero e un reparto antichità (tesori archeologici e beni preziosi saccheggiati).

In Italia ha fatto clamore una recente inchiesta della Procura di Salerno su beni archeologici trafugati dalla Libia, arrivati da Sirte nel porto di Gioia Tauro e presumibilmente scambiati con armi (kalashnikov e Rpg anticarro) provenienti dalla Moldavia e dall’Ucraina attraverso la mafia russa. Mediatori e venditori apparterrebbero alla ‘ndrangheta di Lamezia e alla camorra campana. Il trasporto in Italia sarebbe avvenuto via mare su navi e container di armatori cinesi.

LE SIGARETTE – Il traffico illecito di sigarette si è dimostrato spesso un buon affare anche per le organizzazioni terroristiche, come nel caso di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, al-Mourabitoun e Hezbollah. Il sedicente Stato Islamico proibiva ufficialmente il consumo di sigarette, ma ne consentiva il commercio in nero.

Per quanto riguarda l’Italia, il traffico multicarico di sigarette ed esseri umani avviene principalmente su battelli provenienti dalla Tunisia.

Nel 2016, si è intensificato un nuovo fenomeno correlato a ingenti flussi di sigarette dirette verso la Libia. È infatti aumentato il numero dei container che seguono una rotta anomala. Le spedizioni, dichiaratamente di sigarette, partono dagli Emirati Arabi Uniti (porto di Jebel Ali), e dopo un passaggio in vari porti comunitari (in particolare spagnoli e italiani) raggiungono la Libia. Le spedizioni, caricate a Jebel Ali, risalgono il canale di Suez, passano davanti le coste della Libia, sostano lungo i porti europei in Spagna, Francia e Italia per poi giungere a destinazione a Misurata, in Libia. La rotta seguita dalle spedizioni appare antieconomica. La Direzione nazionale antimafia sostiene che la scelta di un percorso più lungo rispetto alla distanza da percorrere, in mancanza di una giustificazione economica o logistica coerente, potrebbe in realtà essere un escamotage per introdurre le sigarette nel mercato illegale. L’instabilità geopolitica della Libia e la presenza di gruppi appartenenti al sedicente Stato Islamico rendono sospetti tali flussi. Parte dei profitti di quest’attività illecita potrebbe essere utilizzata per finanziare e sostenere attività terroristiche.

IL TRAFFICO D’ARMI – Nei tre anni di rilievi effettuati dal Car in Iraq e Siria è risultato che circa il 90 per cento di armi e munizioni impiegate dall’Isis arriva in primo luogo da Cina, Romania, Russia e da altri paesi produttori dell’Est Europa, tra cui Ungheria, Bulgaria e Serbia.

Il 13 settembre 2018 i miliziani curdi nel nord della Siria hanno catturato un jihadista dell’Isis, Semir Bogana, identificato come un mercenario italiano che stava cercando di superare il confine con la Turchia. Secondo le Unità di protezione del popolo curdo-siriane (Ypg), Bogana è un cittadino italiano noto anche con il nome di battaglia di Abu Hureyre al-Muhajir o Abu Abdullah al-Muhajir, ed è ritenuto responsabile delle forniture di armi all’Isis attraverso il confine turco.

FINANZIAMENTI LECITI – Nell’interessante lavoro condotto dall’Icsa c’è un riferimento anche alle attività legali (stipendi e risparmi personali, prestiti e carte di debito, etc.) per il finanziamento dei gruppi terroristici. Tra questi, anche le forme di sostegno popolare (fundraising e crowdfunding attraverso Telegram e Whatsapp). Alcuni gruppi di terroristi in Europa e altrove si sono finanziati con attività legali, come prestiti, prestiti a studenti, lavoro salariato, attività commerciali legittime e supporto da familiari e amici. Amedy Coulibaly (autore dell’attentato al supermercato kosher di Porte de Vincennes in Francia nel 2015) era riuscito ad ottenere da una finanziaria un prestito personale esibendo le buste paga (sia pure fasulle) in garanzia; ma sono numerosi i casi di foreign fighters che hanno ottenuto prestiti dalle banche senza intenzione di restituirli. In Svezia numerosi foreign fighters si sono finanziati mediante prestiti bancari non garantiti in combinazione con i cosiddetti prestiti rapidi (prestiti via Sms) e/o leasing di Suv e altre automobili. Nel Regno Unito, esistono i cosiddetti payday loans attraverso cui una società finanziaria concede entro 15/20 minuti al richiedente un prestito di piccola entità, che viene poi riscosso nel giorno in cui il richiedente riceve lo stipendio. I payday loans sono stati chiamati in causa per un fallito attacco suicida nel Regno Unito nel 2012, quando quattro uomini cercarono invano di prendere in prestito denaro da istituti di credito e banche. Un prestito di 20mila sterline era stato richiesto online a Yes Loans da un terrorista che fingeva di essere un lavoratore autonomo. Lo stesso aveva fatto richiesta di un prestito di 18mila sterline a Barclays, mentre un altro membro aveva richiesto 15mila sterline ad un altro ramo della stessa banca.

Riguardo alle donazioni private, si segnala il metodo del “Tajheez al-Ghazi” (da tajheez, “preparazione”, e al-ghazi, “guerriero”). Consiste in una sorta di jihad per procura, attraverso la quale coloro che non possono o non vogliono unirsi fisicamente alla jihad possono comunque contribuirvi mediante una donazione privata. Si tratta di un metodo molto comune di “sponsorizzazione” per jihadisti e foreign fighters in tutto il mondo. Le donazioni provengono sia da ricchi benefattori sia da privati cittadini, possono essere di diversa entità e anche limitarsi all’acquisto del biglietto aereo per il foreign fighter o di una parte del suo equipaggiamento. Lo Stato Islamico ha ricevuto sadaqa (donazioni volontarie) da donatori residenti nei paesi del Golfo: per esempio, lo Stato islamico ha ricevuto, in un’unica tranche, un finanziamento di 2 milioni di dollari da donatori privati arabi.

IL CASO DI CHARLIE HEBDO – Gli attentati, tra loro collegati, alla redazione parigina di Charlie Hebdo e al supermercato kosher di Porte de Vincennes, compiuti nel gennaio 2015 rispettivamente dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, hanno confermato l’esiguità delle somme necessarie alla preparazione di un attentato terroristico: i tre terroristi coinvolti nell’attacco a Charlie Hebdo, non avevano un lavoro regolare e per finanziarsi hanno utilizzato fonti lecite, come il credito al consumo, e illegali come trasferimenti in denaro legati alla vendita di merci contraffatte. In particolare, l’attacco fu organizzato con i proventi di un traffico di Nike contraffatte (gestito da Said Kouachi). Amedy Coulibaly, invece, si finanziò con un prestito di 15mila euro, ottenuto da Financo (dietro presentazione di false buste paga) e mai saldato; il prestito fu utilizzato per l’acquisto di una macchina, una Mini Countryman del valore di 27mila euro, poi rivenduta in Belgio per finanziare l’acquisto di armi.

CYBERTERRORISMO – Nel rapporto non mancano squarci nell’attualità più avveniristica, come le analisi dedicate al cyberterrorismo e allo spazio cibernetico, divenuto il nuovo campo di battaglia e di competizione geopolitica ed economica per il jihadismo, il quale, con la nascita dell’Isis, è entrato ormai nell’era del cosiddetto “Califfato virtuale”. Il rapporto ha individuato varie forme di supporto alla jihad nel dark web dove è più forte l’attivismo dei jihadisti che forniscono sia supporto tecnologico a fini propagandistici (banner pubblicitari per Amaq, ossia per l’agenzia di stampa e organo di propaganda dello Stato Islamico, tools per l’uso di Tails (sistema operativo progettato per preservare riservatezza e anonimato ai suoi utilizzatori), sia supporto logistico alla jihad (campagne di mobilitazione per l’equipaggiamento di armi dei mujaheddin; siti non ufficiali dove poter monitorare localmente le battaglie del Califfato attraverso un rilascio sequenziale di video dalle zone di guerra; presenza di dark market e vendor privati per rendere possibile a lone wolves l’acquisto di armi attraverso il pagamento in bitcoin), sia, infine attraverso forme di supporto finanziario alla jihad (piattaforma di crowdfunding per il finanziamento dei mujaheddin, indirizzi di wallet di bitcoin a cui fare donazioni). Il finanziamento alla jihad viene anche propagandato attraverso le piattaforme social: twitter, facebook, post in tutte le lingue, per cui il messaggio jihadista viene diffuso all’intera comunità globale.

IL CARCERE, LUOGO DI RADICALIZZAZIONE – Un’importante sezione del rapporto è dedicata alla presenza di terroristi jihadisti all’interno delle carceri italiane. Tra il passato da criminali e il futuro da terroristi, c’è spesso l’esperienza-ponte del carcere come luogo di conversione all’ideologia jihadista. In tempi di auto-radicalizzazione digitale, in cui l’adesione solitaria al jihadismo avviene per lo più sul web, le prigioni sono oggi – molto più delle moschee e dei centri culturali islamici – il luogo fisico per eccellenza in cui la radicalizzazione avviene ancora faccia a faccia.

All’interno dell’amministrazione penitenziaria, l’analisi del fenomeno della radicalizzazione consiste nel monitoraggio tanto dei soggetti detenuti per reati di terrorismo quanto di coloro che sono segnalati dalle articolazioni periferiche per presunte attività di proselitismo e di reclutamento.

L’attività si sviluppa su tre livelli. Il primo raggruppa i soggetti per reati connessi al terrorismo internazionale e quelli di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione e/o di reclutamento. Il secondo raggruppa i detenuti che all’interno del penitenziario hanno evidenziato più atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza all’ideologia jihadista e quindi, ad attività di proselitismo e reclutamento. Il terzo raggruppa quei detenuti che, per la genericità delle notizie fornite dall’Istituto, meritano approfondimento per la valutazione successiva di inserimento nel primo o secondo livello o il mantenimento o l’estromissione dal terzo livello. Secondo l’ultima relazione (2018) presentata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il numero complessivo dei ristretti nei tre livelli menzionati è pari a 506 soggetti, su 12.775 ristretti provenienti da paesi di fede tradizionalmente musulmana. Di questi 506: 242 sono collocati al “primo livello”, 62 dei quali sono ristretti per reati di terrorismo internazionale; 114 al “secondo livello”; 150 al “terzo livello”.

Nell’allocazione dei detenuti condannati per reati legati al terrorismo internazionale, l’amministrazione penitenziaria ha evitato, in linea di massima, la concentrazione in singoli istituti, prediligendo la maggiore distribuzione geografica in aree del Centro-Sud dove è minore la concentrazione di detenuti di fede islamica.

Tra i soggetti monitorati alla fine del 2017, la distribuzione dei reati (da tenere presente che diverse fattispecie di reato possono coesistere) è la seguente: il 30,8 per cento è detenuto per traffico stupefacenti, l’11,85 per cento per favoreggiamento all’immigrazione, il 10,47 per cento per riciclaggio, il 2,50 per cento per falsificazione di documenti.

Per quanto riguarda i modelli di de-radicalizzazione dei jihadisti, quello danese rappresenta il principale riferimento internazionale. Perché la Danimarca? Perché rispetto al numero degli abitanti, ha una delle più alte percentuali di foreign fighter.

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Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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