Finestra sull'Europa

Siamo fuori dall’Europa che conta

Mi si perdoni l’utilizzo stereotipato del gergo calcistico, ma la sensazione è quella che si avverte quando si sente alla radio che tutte le squadre italiane sono state eliminate dalla Champions League. Come nel calcio, anche lo Stato italiano ha la possibilità di rifarsi, di riprovarci, ma la sensazione immediata lascia comunque un certo amaro in bocca.

Con l’annuncio del Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è risolta l’impasse politica dei 28 Stati membri sulle nomine più importanti della legislatura appena iniziata. Principalmente, spiccano le candidature di Ursula Von Der Leyen alla presidenza della Commissione europea e di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. La partita non è finita, dato che la palla passa ora al Parlamento europeo, ma è comunque un importante passo in avanti, vista la delicata situazione politica che si era venuta a creare.

L’Italia ne esce con le ossa rotte. Non per la nazionalità delle signore summenzionate. Né conteranno gli eventuali incarichi che potrebbero ancora riguardare cittadini italiani (come la presidenza del Parlamento europeo ad esempio o gli incarichi da commissari). Ne usciamo con le ossa rotte per l’assoluta irrilevanza politica del nostro Governo nelle trattative.

Avevano stupito per audacia le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri Conte, il quale voleva far trasparire l’importanza della posizione italiana nell’impedire un duopolio franco-tedesco, poi smentita dal risultato poche ore dopo. Ma è difficile rimproverare più di tanto il premier, sprovvisto di un pieno mandato politico che gli consenta di negoziare veramente sulla base dei poteri ad egli attribuiti dalla Costituzione.

Gli sconfitti sono i due vicepremier.

È più di un anno ormai che continuiamo a spremere le meningi per cercare di capire le basi della scellerata politica europea del Governo.

Le ipotesi sono due.

La prima è di politica interna. Le due compagini di maggioranza assorbono gran parte degli euroscettici del nostro Paese (compresi quelli che alla prova dei fatti non voterebbero per un’uscita unilaterale). Per alimentare questo consenso fondamentale, devono mantenere l’atteggiamento di chi non è mai allineato con i burocrati di Bruxelles, con la Francia o la Germania.

La seconda è di politica estera. Quella sensazione strisciante che serpeggia dappertutto e porta a credere che possa esserci un obiettivo politico, magari avallato dai fu protagonisti della Guerra Fredda, di portare l’Italia fuori dell’Unione europea o comunque di contribuire alla sua implosione.

La prima è la più plausibile (si spera, con incauto ottimismo). Inoltre, continuerà a rafforzare la logica del “È sempre colpa degli altri”, tanto cara a questo Governo. Tra l’altro liberando anche l’imbarazzo che ogni tanto la maggioranza avvertiva nel criticare l’italiano Draghi. Adesso, quale freno potrà esserci per mitigare le accuse contro una tedesca ed una francese, colpevoli di odio avverso al popolo italiano?

Una bolla politico-mediatica dalla quale non sarà facile uscire, perché la narrazione anti-europea è stata martellante negli ultimi anni e lo sarà sempre più. Perché nessuno -salve eccezioni- ricorderà al Governo di aver dato il suo consenso alle nomine, né del fatto di aver propagandato per mesi che dopo le elezioni europee sarebbe cambiato tutto a Bruxelles.

Una bolla che impedisce anche di poter affrontare seriamente le questioni relative alle riforme istituzionali e non di cui l’Unione necessita, perché fino a che gli elettori italiani saranno rappresentati da queste forze politiche, il ruolo del nostro Paese sarà sempre marginale. A meno di cambi di rotta al momento più che improbabili, sarà impossibile avere qualsiasi credibilità per cercare di avanzare proposte concrete per migliorare l’Europa o per muovere critiche fondate agli eventuali errori commessi dalle istituzioni (ad ogni passo falso partirà il tanto noto quanto stantio ritornello “Questi non possono darci lezioni”) o per consentire la formazione di alleanze strategiche e significative.

Rinchiusi in una bolla smarrita in un labirinto, in solitaria, senza alcuna idea su come poter uscire né dalla bolla né dal labirinto.

Non ci è dato sapere se la situazione attuale sia frutto di un disegno politico consapevole o di incapacità dei protagonisti aggravata dal corso degli eventi, ma di certo è innegabile quanto questo isolamento ci stia facendo male. E più si procrastina e maggiori saranno i danni politici ed economici per il nostro Paese.    

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1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 07/07/2019 at 11:49

Tutto giusto. Il problema è che manca un’opposizione credibile in Italia di fronte a un populismo/sovranismo che sa toccare i sentimenti e il “rancore” degli italiani proponendo soluzioni apparentemente facilin a problemi complessi. Un ‘opposizione efficace e credibile, sia essa di impronta socialista, liberale o cattolico/popolare, deve partire da un’autocritica sul perché l’Italia è ferma, ingessata da 30 anni, causa le mancate riforme (mi riferisco per rapidità a Cottarelli), conditio sine qua non per rilanciare lo sviluppo e su questa base rinforzare e reinventare il welfare.

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