Economia & Finanza

Le risposte di Patuelli (Abi) al Forum dell’Ansa

Come sta il paese? “Domanda cosmica: l’Italia è appesantita principalmente dalla palla al piede del debito pubblico, che cresce ininterrottamente da 51 anni”. E’ quanto ha affermato Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, al Forum Ansa guidato da Luigi Contu, direttore dell’agenzia, in collaborazione con Angelica Folonari e Andrea D’Ortenzio, giornalisti della redazione economica dell’agenzia di via della Dataria.

“Prima del 1967 – ha ricordato Patuelli – il debito pubblico era inesistente. Poi è sempre cresciuto. Ma abbiamo avuto anche dieci anni, quelli dopo la nascita dell’euro, con lo spread a zero perché i mercati ci hanno dato fiducia. Con la crisi del 2008 e con l’aggravamento del debito sovrano tra il 2011 e il 2012, abbiamo avuto una ricrescita dello spread che è una tassa occulta per tutte le attività degli italiani”. Perché? “I mercati internazionali hanno scarsa fiducia non nella nostra capacità di ripagare il debito, ma nel nostro impegno a ridurlo, cioè di interrompere tale crescita infinita. Questa è la prospettiva in cui ci muoviamo”.

Sugli attuali rapporti burrascosi con la Commissione europea, il presidente dell’Abi ricorda che in realtà esistono da anni e condizionano la fiducia dei mercati, nei quali però le merci debbono competere lo stesso. Ciò determina una discrasia, ha evidenziato Patuelli, tra investitori poco fiduciosi verso il nostro Paese e una classe di imprenditori capaci di generare esportazioni a gonfie vele.

Sul fronte crescita, il rappresentante delle banche ha ribadito che è il debito a frenarla, precisando di non partecipare al dibattito politico sulle ricette per far ripartire l’economia in quanto “le banche sono soggetti giuridici che rispondono in maniera indipendente e il presidente dell’Abi deve avere questa consapevolezza”.

Patuelli ha quindi evocato Keynes: “Viene citato tante volte a sproposito, infatti non sosteneva che bisogna aumentare la spesa pubblica, ma che nei momenti di difficoltà si può ricorrere all’indebitamento dello Stato solo per fare quegli investimenti che mettono in moto un circuito virtuoso per lo sviluppo”. Ha inoltre ricordato che vanno sempre assicurate le garanzie sociali, ad esempio in termini di salute pubblica, di previdenza, di welfare per i meno abbienti. “Le società più evolute hanno livelli di garanzia più elevati – ha ribadito Patuelli. “E’ chiaro però che da sole le garanzie sociali non possono assicurare una grande crescita”.

Il direttore dell’Ansa ha quindi mostrato i primi due documenti d’archivio dell’agenzia riguardanti il presidente dell’Abi: una sua dichiarazione sul rapimento del magistrato D’Urso nel 1980 sui grandi rischi del ricatto da parte dei terroristi (“La rifarei identica – ha detto l’intervistato) e la foto del 27 luglio 1983 con il gruppo liberale alla consultazione per il governo Craxi (“C’erano Valerio Zanone, il costituente Aldo Bozzi e Giovanni Malagodi, braccio destro del banchiere Raffaele Mattioli).

Riguardo alla flat tax, Patuelli ha precisato che tale termine si riferisce ad una tassa piatta per tutti, mentre “non mi risulta che si discuta di un’aliquota unica Irpef per tutti. Di conseguenza attendo di vedere un articolato per leggere quale aliquota viene ipotizzata, per quali soggetti contribuenti e quali costi comporta”.

Altro tema, la lotta all’evasione fiscale, che secondo il presidente dell’Abi “deve essere incrementata”. “L’Italia è più ricca di quanto dicono le statistiche per cui non ci possono essere due nature di cittadini italiani, quelli ligi e quelli che eludono la legalità – ha sottolineato l’intervistato.

Patuelli ha parlato anche di riforma fiscale, che “dovrebbe essere a livello europeo, con uniche aliquote fiscali per le imprese e le persone in tutta l’area dell’euro, altrimenti i quattrini finiscono dove ci sono meno imposte”.

Il giornalista D’Ortenzio ha posto la questione dell’oscillazione di tassi e Bpt, conseguente anche allo spread.

“In quest’ultimo decennio è calata la percentuale di titoli pubblici in mano ai risparmiatori italiani e alle aziende, mentre sono aumentati quelli in mano alle banche – ha ricordato Patuelli. E l’acquisto di titoli di Stato rappresenta anche un “parcheggio di liquidità per le banche”. Da gennaio è molto probabile che il totale dei titoli di Stato italiani in possesso delle banche italiane, che oggi sono poco meno di 400 miliardi, “cali in maniera significativa” perché gli istituti dovranno iniziare a restituire i prestiti Bce. “Avverto in anticipo, non meravigliamoci a gennaio se c’è un forte calo. Se qualcuno deve restituire un prestito deve preparasi in anticipo – ha detto Patuelli.

Dopo aver espresso, da italiano, grande soddisfazione per Mario Draghi “che fino ad ora ha gestito una delle fasi più difficili del dopoguerra, dando nuova prospettiva all’euro e salvandolo dagli aspetti peggiori, ricordando che “chi studia sa che la crisi contemporanea è stata più grave di quella degli anni Trenta ma con effetti sociali meno gravi”, Patuelli ha risposto alla domanda sui bilanci delle banche, con i prestiti che languono.

“E’ un problema di carenza di domanda legata alla carenza di fiducia, lo ammette lo stesso mondo imprenditoriale – ha precisato l’esponente dell’Abi. “Se ci fosse una domanda più sostenuta, lieviterebbero i tassi che sono infimi, non ci sono mai stati così nemmeno quando c’era il pareggio di bilancio o quando il debito pubblico era stato azzerato”. Patuelli ha anche ricordato che “le famiglie continuano a comprare casa con mutui a livello infimo”, precisando che “le statistiche talvolta confondono le surroghe, che sono i cambiamenti di soggetto bancario deciso dal cliente, che decrescono, con l’ammontare dei nuovi mutui che continuano a crescere. E’ un’offerta a prezzi stracciati che è un fattore utile per la ripresa”.

Il forum, durato quasi un’ora, s’è incentrato anche sulle crisi bancarie. Il giornalista D’Ortenzio ha ricordato i focolai di crisi rappresentati dalla Carige e dalla Popolare di Bari, soggetti piccoli ma che non si riesce a mettere in sicurezza.

“L’Abi non ha alcuna funzione di vigilanza e non riceve alcun dato, alcun flusso da parte di alcun organo di vigilanza né nazionale né europeo – ha puntualizzato Patuelli. “Quindi noi guardiamo e partecipiamo ma non in termini di guida ai due rami del fondo interbancario di tutela dei depositi sia il classico obbligatorio sia quello volontario. Partecipiamo come consiglieri, non abbiamo la guida di questi organismi. Ad oggi dall’esplosione della crisi bancaria a fine novembre 2015 con la risoluzione delle famose quattro banche, quelle operanti in Italia hanno speso a fondo perduto per fondi obbligatori o fondi quasi obbligatori quasi 13 miliardi di euro per salvataggi o per prevenire o per costituire fondi di riserva in Italia e in Europa. Tutto ciò a fondo perduto”. Ha quindi ricordato che anche quest’anno “stiamo continuando a dare, stiamo dando anche ora” perché “le autorità ci impongono un’altra rata per il 2019 sempre in capo a salvataggi passati”. Ha quindi aggiunto: “Segnalo che le banche non sono signori con il cilindro ma sono milioni di risparmiatori che hanno investito in banche di ogni genere e natura”. Infine per le “vittime dei crack bancari auspico il più rapido rimborso di ciò che gli è stato tolto”.

Patuelli ha ricordato anche la sentenza con cui la Corte di Lussemburgo del 19 marzo scorso ha riconosciuto come non fosse “aiuto di Stato” l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) che aiutò, con i fondi delle banche italiane private, la Popolare di Bari a salvare Tercas nel 2014. La bocciatura bloccò allora analoghi interventi su Cariferrara, per la quale c’era anche la formale autorizzazione di Banca d’Italia, e Banca Marche, oltre che per Etruria. Le trattative con Bruxelles proseguirono fino all’ultimo per poi naufragare e indurre le autorità italiane ed europee a mandare in risoluzione, il 22 novembre 2015, le quattro banche con conseguenze economiche, sociali e politiche impreviste, visto che l’opinione pubblica non era pienamente cosciente delle nuove regole. Il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, che all’epoca aveva caldeggiato la soluzione Fitd per evitare instabilità finanziaria, crisi di fiducia dei risparmiatori e oneri comunque maggiori visto l’esborso al Fondo di risoluzione, ha chiesto le dimissioni della Vestager.

Il direttore dell’Ansa ha però evidenziato come la crisi abbia incrinato l’immagine del mondo bancario verso l’opinione pubblica.

“Il risparmiatore ha molta fiducia nella banca che presceglie, si evidenzia per il rafforzamento dei depositi – ha concluso Patuelli. “La crisi bancaria italiana è avvenuta dopo la nascita dlel’Unione bancaria europea, nel senso che erano state più resistenti nel 2008-2009, mentre con la crisi del debito sovrano gli effetti si sono accavallati con la nascita dell’Unione bancaria dal 4 novembre 2014”.

Infine il problema dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione, che si è “ridimensionato” passando da “100 miliardi di cinque anni fa ad una discesa a circa un terzo. E’ una situazione che deve essere corretta ma è meno emergenziale”. Rispondendo a una domanda sui minibot: “La situazione deve essere alleggerita sulle spalle delle imprese e dei cittadini ma con meccanismi ortodossi”. Se i minibot “sono Bot”, ha aggiunto, significa che “si viene pagati in titoli che aumentano il debito”.

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Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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