Economia & Finanza

I rischi del salario minimo targato M5S

Sono due le proposte che intendono introdurre il salario orario minimo legale nell’ordinamento italiano: quella del Movimento Cinque Stelle (D.l. n. 658, prima firmataria Nunzia Catalfo, autrice anche della prima proposta sul reddito di cittadinanza), che mira a garantire una soglia minima di nove euro lordi a tutti i lavoratori, anche a quelli già contrattualizzati; l’altra, targata Pd (D.l. n. 310, primo firmatario è Tommaso Nannicini), che prevede un meccanismo che riconosce valore legale ai minimi già previsti dai contratti nazionali. Accogliendo le richieste dei sindacati e delle associazioni di imprese, in sostanza la proposta dem delega alle parti sociali la definizione del salario minimo legale “residuale” che si applica a quella quota di lavoratori non coperti dalla contrattazione nazionale.

Per inquadrare meglio la questione, è utile soffermarsi su qualche dato. Per l’Inps il 22 per cento dei dipendenti privati è sotto il limite di nove euro lordi. Ad avere retribuzioni basse sono principalmente le donne (il 26 per cento del totale a fronte del 21 per cento degli uomini) e gli under 35 (il 38 per cento a fronte di appena il 16 per cento degli over 35). La categoria in assoluto più svantaggiata – secondo l’Istat – è quella degli apprendisti, il 59,5 per cento dei quali è sotto i nove euro.

Il settore con i salari dei dipendenti più bassi è l’artigianato, con il 52 per cento sotto la soglia, seguito dal terziario con il 34 per cento. Nell’industria solo un dipendente su dieci ha un salario inferiore a quello minimo proposto.

Eurostat fornisce altri dati, che manifestano l’eterogeneità del panorama europeo. Se nelle aziende italiane con almeno dieci dipendenti il salario medio orario è pari a 12,5 euro (al di sotto della media 14,08 dell’eurozona), in Francia si arriva a 14,9, in Germania a 15,6, in Belgio a 17,32 e in Irlanda a 20,16.

A bocciare la proposta dei Cinque Stelle, imbevuta della stessa dottrina populista del reddito di cittadinanza, è innanzitutto l’Ocse. “Il salario orario fissato a nove euro lordi – ha spiegato l’economista Andrea Garnero dell’Ocse nell’audizione in commissione Lavoro alla Camera – porterebbe le retribuzioni italiane al livello delle minime più elevate nell’area Ocse con il sostanziale adeguamento alla Germania e addirittura al top dei Paesi più industrializzati”. Un salario minimo troppo alto, ha evidenziato Garnero, potrebbe innescare un effetto boomerang, con una riduzione dell’occupazione o una riduzione delle ore lavorate. Ma sarebbero possibili effetti anche sulla qualità del lavoro.

Analizzando gli stessi dati Ocse a parità di acquisto, l’Italia sarebbe in testa, seguita da Lussemburgo, Francia, Australia, Germania, Belgio, Olanda, Nuova Zelanda, Irlanda e Regno Unito. In coda il Cile, la Colombia e il Messico. Una collocazione per il nostro Paese che evidentemente stride con gli altri indicatori del nostro mondo del lavoro.

Contraria alla proposta anche Confindustria, che legge questa tutela alla stregua di un salario minimo universale che scavalcherebbe la contrattazione collettiva. Il rischio, secondo viale dell’Astronomia, è la fuga dal contratto collettivo.

Linea non molto diversa quella espressa dai sindacati. Cgil, Cisl e Uil, intervenendo alla commissione Lavoro della Camera, si sono detti “fortemente preoccupati da probabili effetti collaterali pericolosi che l’introduzione del salario minimo orario legale diverso da quanto predisposto dal Ccnl rischia di comportare. Esso, infatti, potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei Ccnl rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele delle lavoratrici e dei lavoratori”.

In sostanza Confindustria e sindacati manifestano timori sul fatto che il salario minimo possa bypassare i contratti collettivi nazionali.

Anche Rete Imprese Italia esprime la contrarietà all’introduzione del salario minimo legale, in quanto la misura “colpirebbe la contrattazione collettiva, provocando un’alterazione degli equilibri economici e negoziali faticosamente raggiunti. Secondo la Rete, la proposta del M5s costerebbe alle imprese circa 6,7 miliardi annui.

Secondo Giorgio Merletti (Confartigianato) la contrattazione collettiva è una tutela sufficiente, mentre un salario minimo legale sarebbe “improponibile poiché, nel caso in cui fosse inferiore a quello stabilito dai contratti collettivi ne provocherebbe la disapplicazione e, nel caso in cui fosse più alto, si creerebbe uno squilibrio nella rinegoziazione degli aumenti salariali con incrementi del costo del lavoro non giustificati dall’andamento dell’azienda o del settore”.

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Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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